Notti di Teheran: ragazze fuori dagli stereotipi

Antonella Selva sul romanzo di Mahsa Mohebali

La scrittrice quarantottenne Mahsa Mohebali con «Teheran girl» (edizione italiana Bompiani 2020) racconta un Iran decisamente diverso da come l’immaginiamo. Due volte premio Golshiri e nome di punta della interessante leva di nuovi autori nati – o (nel suo caso) formatisi – dopo la rivoluzione khomeinista, mostra una consumata abilità a muoversi su diversi piani per catturare il lettore occidentale e, immaginiamo, anche interno.

Destreggia con disinvolta eleganza tanto la cultura tradizionale quanto quella cosmopolita giovanile, critica e disincantata, che palesemente ha frequentato a lungo e dall’interno. E di entrambe decostruisce i cliché, volta a volta con divertita ironia o cinico sarcasmo. Tiene stretto chi legge con una scrittura dal ritmo incalzante a cui tipicamente ci hanno abituato le serie tv americane (forse per questo è riuscita a conquistare mia figlia 18enne!) e di queste presenta in effetti anche la ripetitività di certe trovate espressive. Non è un caso probabilmente: nel 2013 ha partecipato all’International Writing Program dell’università dello Iowa, evidentemente è una cosa che si impara: sbozza i suoi personaggi con l’immediatezza dell’acquerello e la forza dell’espressionismo. Non si dimenticano le sue giovani donne che dissimulano sotto il trucco da integrate uno sguardo troppo scafato anche per essere ribelle, gli uomini da cui deborda il potere come la pancia dalle loro camicie tese, e tutta quella schiera di zii e zie usciti malconci dal tritacarne della storia.

Osserva la società con occhio impietoso, ma con un bisogno lancinante di fare i conti con la storia recente del suo Paese, tutta riassunta nello strampalato entourage della protagonista. Una storia incapace di offrire alternative alla prospettiva no future che, in definitiva ci accomuna tutti.

  • Traffico. Caotico, disordinato, euforicamente inconsapevole. Si direbbe il traffico dei periodi di boom economico nonostante l’embargo, nonostante l’ambiente. Il ritmo delle notti di Teheran ha ben poco da invidiare a quello di Los Angeles o Las Vegas, lo avreste mai detto?
  • Oppio. Sembra entrare un po’ in tutte le case. D’altra parte l’Afghanistan, principale produttore mondiale, è proprio lì attaccato. A proposito: ho imparato, appunto da un’intervista all’autrice, che in Iran è una sostanza legale. Mentre è proibito l’alcol (comunque ben presente nel romanzo). Anche lei stessa, per sua ammissione, ha attraversato la tossicodipendenza;
  • Speculazione edilizia. Beh, quella si assomiglia a qualsiasi latitudine, che sia Teheran, Roma, Casablanca o Wuhan. Accompagnata sempre dal solito aggettivo: “selvaggia”.
  • I reduci delle lotte politiche degli anni 70. I vincitori (i pasdaran) e i vinti (la sinistra) della rivoluzione, l’aspetto più specificamente “iraniano” della storia. Certo che, fotografati negli anni 2000, nessuno di loro, in verità, ne esce molto bene! (neanche gli esuli rifugiati in Europa, per dire)
  • I figli di quella generazione. Alla deriva … come i loro coetanei nel resto del mondo, dopo tutto.

Notevole.

La Bottega del Barbieri

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