NUOVE SCRITTURE WORKING CLASS: NEL NOME DEL PANE E DELLE ROSE/2

di Alberto Prunetti (*)

A questo link il capitolo precedente.

C’era una volta…

Quello che una scrittura working class dovrebbe fare, è fornire un nuovo immaginario a una nuova working class che esiste già come classe in sé. L’esempio del libro Meccanoscritto è fondamentale: mette in tensione le storie operaie di ieri e di oggi e ricostruisce la memoria del conflitto.
E senza il conflitto non si forma un immaginario, senza un conflitto, senza antagonismi, la narratologia ci insegna che non ci sono le storie, non c’è il materiale della narrazione.
Il conflitto alimenta l’immaginario, le storie creano l’immaginario, l’immaginario crea conflitto e altre storie. E a ogni passo ognuno di questi fattori alimenta il successivo, circolarmente. Tutto questo per unire quel che il capitale ha diviso, per dividere ciò che lo storytelling del potere vorrebbe unito. Alla «gente» (indistinta) opporre la «classe» per sé, allo storytelling dell’imprenditore che prima o poi condividerà i guadagni, rispondere con le storie working class. «C’era una volta un padrone che non regalava mai nulla…» (finite voi la storia).

…e c’è anche oggi. La scrittura e il conflitto

Non esiste più la centralità della classe operaia. I lavoratori sono posti in conflitto tra di loro, anni di lotte operaie sono cancellati, i diritti conquistati vengono erosi a ogni riforma del lavoro: un quadro desolante. Grande è la confusione sotto il cielo, la situazione è eccellente.

Una tavola da Ferriera di Pia Valentinis.

Proprio adesso infatti escono dei titoli che raccontano il lavoro, il lavoro in fabbrica, dal punto di vista dei subalterni. O meglio: opere scritte dagli sfruttati, dagli oppressi del lavoro povero.
Esempi degli anni recenti: Amianto, una storia operaia (2012); Fabrica e altre poesie di Fabio Franzin (2013); La fabbrica del Panico di Stefano Valenti (2013); Ferriera di Pia Valentinis (2014), Meccanoscritto del collettivo Metalmente (2017), Inox di Eugenio Raspi (2017).
E non erano mancate delle anticipazioni nel primo decennio del duemila: Figlia di una vestaglia blu di Simona Baldanzi è del 2006, Le storie dal fondo di Massimiliano Santarossa (già operaio di una falegnameria) del 2007, il romanzo Cattedrale di Saverio Fattori – uscito a puntate sulla rivista digitale Carmillaonline – nel 2008 (poi pubblicato nel 2012 col titolo 12:47, strage in fabbrica).

Figli di operai e operai che adesso lavorano nell’industria editoriale, un collettivo di scrittori dove ci sono anche figli di operai, un collettivo di scrittori operai (il Collettivo Metalmente), un operaio disoccupato e un poeta assunto in una falegnameria.

Non solo romanzi-romanzi: spesso le forme dell’esposizione narrativa si ibridano mescolando memoir, storie di famiglia, inchiesta operaia, materiali d’archivio, reperti fotografici. E i risultati possono essere oggetti narrativi, ma anche poesie o graphic novel (o pièces teatrali operaie, come Meccanicosmo, la derivata scritta da due autori di Meccanoscritto, ossia Wu Ming 2 e Ivan Brentari, che proprio quest’autunno andrà in scena a Roma). E poi non c’è solo la narrativa working class, ad ogni modo: la vecchia letteratura industriale viene rilanciata dal lavoro di Angelo Ferracuti (che ripropone le figure di Volponi e Di Ruscio e usa al meglio la forma del reportage narrativo).

La domanda è: perché tutto questo avviene proprio oggi e non negli anni Settanta, quando il lavoro era un tema centrale e forti erano i conflitti sociali legati alle rivendicazioni della classe operaia?

La risposta che mi do è che la scrittura si costituisce, come il simbolo, nell’assenza, nella distanza. È qualcosa che unisce nella distanza. Quando la classe operaia era forte, non scriveva: l’egemonia ce l’aveva nella strada e la teneva a pugno chiuso in mano.
Oggi che dobbiamo riformare un immaginario che è stato completamente devastato, bisogna ripartire, dai libri e dal conflitto. La nuova frammentazione dei processi produttivi impone infatti l’alternanza di periodi di iper-lavoro, con straordinari obbligatori, a periodi di disoccupazione coatta.
Alcuni lavorano troppo, altri troppo poco. In questi periodi di distacco dal lavoro, la scrittura diventa un’occasione che si pone al lavoratore, ai nostri giorni spesso scolarizzato, di raccontare la propria esperienza e alimentare, con la penna, il conflitto.
Per tenere unito, dentro di sé e attorno a sé, ciò che il Capitale divide.

Demonizzare la working class

Chavs di Owen Jones«La classe operaia non c’è più».
E quando c’è va demonizzata, attribuendole le stigma peggiori. Lo sentiamo dire continuamente, anche da sociologi e giornalisti: la classe operaia non esisterebbe più.
Salvo evocarla come capro espiatorio a ogni giro di cronaca, ogni volta che i ceti dominanti lanciano il sasso e poi nascondono la mano: ora la classe operaia è accusata di aver mandato al potere Trump, ora di aver votato per la Brexit, etc etc.
Le accuse di razzismo e maschilismo non mancano: inutile dire che questi fenomeni sono alimentati dai vertici politici e istituzionali, così come dalla stampa: la colpa è sempre della casalinga di Voghera o dell’operaio di Sesto, fatti risorgere alla bisogna per votare Lega.
La classe operaia viene così descritta in maniera fuorviante, caricaturale. Alla demonizzazione della classe operaia è dedicato un saggio magistrale dell’inglese Owen Jones. Scrive in Chavs (2011):

«The new Briton created by Thatcherism was a property-owning, middleclass individual who looked after themselves, their family and no one else. Aspiration meant yearning for a bigger car or a bigger house […] Those working-class communities who had been most shattered by Thatcherism became the most disparaged. They were seen as the leftbehinds, the remnants of an old world that had been trampled on by the inevitable march of history. There was to be no sympathy for them: on the contrary, they deserved to be caricatured and reviled. (Chavs, p. 71)»

Le scritture operaie si propongono allora di raccontare da dentro la classe lavoratrice, demolendo gli stereotipi sulla working class.
Ma il compito non è lineare: bisogna descrivere i tempi vivi della laboriosità umana e tempi morti del lavoro sfruttato, bisogna restituire l’ambiguità tra lavoro vivo e lavoro morto, tra lavoro come emancipazione e lavoro come estrazione di profitto, come aggressione dell’ambiente e della salute.
Si tratta di realizzare con la scrittura un campo elettrico generato da cariche opposte.

If The Kids Are United. La narrativa working class in lingua inglese

Tuttavia a volte accadono cose strane. La classe, eliminata come idea, può rinforzarsi nella pratica. Anche perché se aumentano le diseguaglianze e non c’è mobilità sociale, hai voglia a cancellare il nome; la rosa rimane e punge.

E così, nonostante le condizioni avverse, la rosa continua a fiorire. E la sua voce a farsi sentire. Quando si parla di narrazioni working class, non si può fare a meno di confrontarsi con la scena britannica.
È qui che la working class si è formata con la rivoluzione industriale, è da qui che arrivano i suoi contributi più significativi in ambito culturale. La working class inglese ha dato forma al costume, alla musica, alle tendenze, alle mode, al calcio, così come li conosciamo. E anche nel campo della scrittura, rimane l’esempio da seguire.

Per farsi un’idea del mondo della cultura di strada working class britannica, può essere utile leggere Congratulazioni. Hai appena incontrato la ICF di Cass Pennant e i romanzi di John King, a partire da Fedeli alla tribù, mentre il mondo della cultura working classdegli ultimi anni, quelli successivi alle trasformazioni imposte da Margaret Thatcher, è ben illustrato nei romanzi di Anthony Cartwright (in particolare Heartland ) e nel bellissimo Voglio la testa di Ryan Giggs di Rodge Glass. Si veda, come esempio di una delle prime opere di questo filone, il magistrale Sabato sera, domenica mattina di Alan Sillitoe.
I romanzi dello scozzese Irvine Welsh sono in gran parte afferenti allo scenario della narrativa working class britannica. I suoi protagonisti altro non sono che i figli dei vecchi stivatori dei moli scozzesi, costretti dalle riforme della Thatcher, che hanno deindustrializzato il paese, a usare le sostanze per affrontare la terra bruciata, la waste land creata dai Tory e dal New Labour.

La rosa fiorisce a Oriente…

… dove sorge il sole. Dove si sposta la produzione, si forma la classe. Nei paesi i in cui la classe operaia si sta ricomponendo velocemente, cominciano ad affiorare scritture operaie.

La Repubblica del 4 maggio 2017 riportava un articolo sulle brevi composizioni poetiche, redatte direttamente dagli operai che lavorano nelle fabbriche di cellulari in Cina, come la Foxconn. Poesie brevissime, scritte nei cellulari, come forma di sabotaggio dei tempi rapidi della catena di montaggio.
L’articolo italiano sembra sintetizzare un più dettagliato articolo scritto in inglese su Lit Hub«The Cinese Factory Workers Who Write Poems on Their Phones».

Fan Yusu

Fan Yusu

Sempre dalla Cina arriva la notizia di un bestseller working class, il racconto pubblicato on line Io sono Fan Yusu.
È la storia di una lavoratrice migrante arrivata a Pechino dalla campagna, segnalato su Internazionale del 12 maggio 2017.
È un racconto breve, bellissimo, un memoir che interseca questioni di classe e di genere, scritto da una lavoratrice migrante (anzi, meglio sarebbe dire una “nuova operaia”, come questi lavoratori vogliono essere chiamati). Il prisma di classe si sovrappone a quello di genere e a quello etnico, il genere e l’etnicità non annullano le questioni di classe ma le polarizzano, le restituiscono con bordi più contrastati, meglio delineati.
Il racconto di Fan Yusu è un esempio clamoroso di scrittura working class. L’autrice deve sicuramente la sua forza narrativa alle tantissime letture che emergono nel corso del suo racconto, ma anche dai corsi di scrittura che i nuovi operai della comunità operaia di Picun, ai bordi dell’area metropolitana di Pechino, stanno organizzando. Picun è un incredibile progetto sociale, una città operaia di lavoratori migranti, con discreti margini di autogestione, con scuole autogestite e laboratori di teatro e di musica e di folclore. 

Contro il sessismo

Le scritture working class in lingua inglese hanno un limite: sono piene di testosterone, cariche di risse, scritture di autori maschi per un pubblico di maschi. Le cose però stanno cambiando in meglio con gli autori dell’ultima onda, come Cartwright.

Dal canto loro, le scritture working class italiane degli ultimi anni hanno una diversa sensibilità di genere, forse perché sono piuttosto recenti e godono di un punto di vista che rifiuta il maschilismo. Alcune autrici sono donne: è il caso di Baldanzi, o di Valentinis, o di alcune operaie che fanno parte del collettivo Metalmente.

Questo fatto rappresenta una trasformazione importante nella maniera in cui la working class si rappresenta: la nuova classe lavoratrice non è fatta di operai maschi dell’industria pesante con le mani sporche di grasso ma di uomini e donne che lavorano nei servizi, nelle pulizie, nei negozi, nei supermercati, nella logistica, negli ospedali.
È una classe lavoratrice in cui le donne sono rappresentate tanto come gli uomini, ed è una classe lavoratrice fatta anche di lavoratori migranti, che spesso rappresentano l’avanguardia delle lotte, soprattutto nel campo della logistica.
Una classe lavoratrice con livelli di alfabetizzazione più alti rispetto al passato, anche se paga il prezzo di un’intelligenza sociale sempre più spianata verso il basso. Ma non è certo colpa della classe lavoratrice se in Italia non si leggono più giornali e libri, o non si fanno più dibattiti decenti. O no? (Continua)

(*) Tratto da Giap.

 

alexik

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