Occcazzo, i Gufi

«Ammesso e non concesso» che noi italiani «abbiam la libertà di esporre i panni al vento»…

treGufi

Il presidente del Consiglio (sì, quello mai eletto in Parlamento) parla spesso di gufi o più probabilmente qualche suo ghost writer – tutti i politici “importanti” ne hanno – gli ha suggerito questa formula al posto dell’abusato «remare contro berlusconiano» (i prossimi supposti leader, pur di cambiare discorso, parleranno di venerdì 17, di malefici o cosa?).

Lascio a chi è più esperto di me la difesa di questi animali calunniati e vado a parlarvi di 4 stupendi Gufi che in effetti hanno “calunniato” Renzi con circa 40 anni d’anticipo. I loro nomi: Roberto Brivio, Gianni Magni (morto nel 1992), Lino Patruno e Nanni Svampa. Erano appunto «I gufi». Sempre in calzamaglia nera. Un ottimo cabaret che oscilla fra il grottesco e la satira politico-sociale, fra dialetto milanese e recupero delle tradizioni popolari, fra Georges Brassens e un antimilitarismo non banale. Grande successo e qualche denuncia (negli anni ’60 “i vilipendi” erano un virus diffuso in tutti i Palazzi e palazzucci). Arrivano pure in tv ma – va da sé – spuntati di ogni artiglio e ghigno, insomma censurati.

Certo nella tv democristiana non si poteva ascoltare l’ironica: «Non spingete, scappiamo anche noi / che alla pelle teniam come voi. / Meglio esser becchi e figli di boia / che morire per casa Savoia […] / E Pietro Micca è saltato in aria / per salvare la Fiat di Torino/ io son di Forlì e non sono cretino / e i salti me li faccio su un letto insieme a te». Né era accettabile la drammaticamente bella «La guerra», scritta da Sergio Endrigo e resa popolare dai Gufi.  E ancora… Era ai limiti della galera ironizzare così: «Io sono un generale e me ne vanto / io sono un generale e son contento / sono io che vi difendo / nella guerra e nella pace / da che cosa non lo so / però però. / Ho un’allure che tanto piace / stavo bene anche in orbace». Antimilitarismo sacrosanto che torna in «Non maledire questo nostro tempo» per esempio nei versi: «Vogliamo un mondo senza patrie in armi / senza confini tracciati coi coltelli / l’uomo ha due patrie: una è la sua casa / e l’altra è il mondo, e tutti siam fratelli»

Piccola pignoleria: vedo che «La badoglieide» – sempre attuale che di Badoglio, cioè di cialtroni, siam pieni – viene spesso attribuita a Franco Fortini oppure a Fausto Amodei (che l’ha più volte incisa, come i Gufi): invece fu scritta in montagna da un gruppo di partigiani – fra cui Dante Livio Bianco e Nuto Revelli – e poi venne cantata in 100 diverse versioni come accade ai testi capaci di cogliere “lo spirito del tempo”.

Se volete leggere la storia dei Gufi potete andare su Wikipedia, c’è una scheda fatta piuttosto bene. Meglio ancora: la Emi ha ristampato in cd praticamente tutto il loro repertorio e dunque potete risentirli o scoprirli lì; comunque qualcosa si può ascoltare e vedere anche in rete.

Ma per tornare a Renzi, ecco qualche verso di una canzone che i Gufi maiuscoli potrebbero aver scritto (viaggiando con una macchina del tempo) per lui che cerca di sfangarsela accusando i poveri gufi minuscoli.

«Ammesso e non concesso
che l’italiano medio è un poco fesso
è democratico,

ma è un gran pericolo
lasciar permettere troppe libertà.
Abbiam la libertà
di esporre i panni al vento
nell’ore consentite dal regolamento.
Abbiam la libertà
di attraversare i viali
fruendo delle strisce pedonali.
[…]

Di far firmare il padre
o chi ne fa le veci
e di innalzare al cielo laudi e preci.
[…]

Abbiam la libertà

di far votare suore, frati e infermi.
[…]
La libertà di moto
e questo ci conforta
la libertà di palpo e mano morta.
E non abbiam parlato
di libertà di stampa
la carta ed i caratteri
nessun vi mette zampa.
E poi la libertà
che a queste si accompagna
è di salir lassù sulla montagna».

E se state pensando a un finale “partigiano” con quella libertà così duramente conquistata nelle montagne, i Gufi spiazzano anche voi/noi con la loro ironia, così necessaria a quel tempo ma anche oggi.

Questo il finale:

«E là in questa Italia
che al rosso dei vulcani
accosta il verde degli ippocastani
e il magico candore
delle sue nevi annuali
che cosa ci consentono
le autorità centrali?
La libertà più bella
potete qui sfogare
è quella di sciare sciare
sciare sciaaareee…».

 

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

3 commenti

  • Ti ringrazio del ricordo dei Gufi. ” Soltanto qualche anno fa ” li ho visti al teatro di Mirandola……..
    Mi fai pensare che forse l’ironia è una buona compagna, perchè, incredibile……per qualche ragione non razionale, probabilmente la settimana prossima, tornerò in Emilia a Rimini……………..se riesco a prendere il treno……
    Dal ligure all’adriatico. Anello di retroazione????? Un saluto a te e alla ” mia ” terra anche se so di essere nomade. anna

  • Un alto loro capolavoro…senza la musica perde ovviamente di impatto…

    Non mi ricordo in quale guerra
    in quale cielo in quale mare
    o forse era un palmo di terra
    che io dovevo conquistare.
    Una bandiera sventolava
    ma non ricordo più il colore
    quel giorno mi toccò morire
    non mi ricordo più per chi.
    Ricordo solo il mio primo amore
    ch’era lontano ad aspettare
    e che piangeva lacrime amare
    il giorno ch’io partii per non tornare più.

    Ero vestito da soldato
    ma il resto l’ho dimenticato
    non so neppure più il colore
    della mia pelle quale fu.
    Non so in che tempo son vissuto
    non so se ho vinto o se ho perduto
    so che ho gridato per l’onore
    ma non ricordo più di chi.
    Ricordo solo il mio primo amore
    ch’era lontano ad aspettare
    e che piangeva lacrime amare
    il giorno ch’io partii
    per non tornare più.

    Sulla mia tomba non c’è nome
    io stesso l’ho dimenticato
    c’è un monumento di granito
    ed un elmetto da soldato.
    Ci sono scritte tante parole
    ma non so più il significato
    e c’è una fiaccola che brucia
    e che per sempre brucerà.
    Che bruci solo per il mio amore
    ch’era lontano ad aspettare
    e che piangeva lacrime amare
    il giorno ch’io partii per non tornare più.

  • qui https://www.youtube.com/watch?v=IELrgXUwmBA la versione completa anche di monologhi

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