Oggi è ancora Marte-dì: sento odore di fritto misto

1) ancora su «Le prime quindici vite di Harry August»; 2) il premio Vegetti; 3) chissà se c’entra il Vietnam con la fantascienza; 3 bis) un articolo di «Robot», marzo 77.

IF-edizioneUSA

UNO

Birocchi, Birocchi che mi fai fare? (detto con l’intonazione di Totò in «Uccellacci e uccellini»). Mi costringi a spendere 18 euri, tanti per la mia misera pensioncina. Ma come potevo sottrarmi, se tu scrivi – qui: Il più bel romanzo di fantascienza da moltissimo tempo un’apologia del romanzo «Le prime quindici vite di Harry August» di Claire North. E tante/i a chiedermi: lo hai letto? Sei d’accordo con Carlo Birocchi? Ecco le meditate risposte.

Davvero un gran romanzo, grazie di avermelo fatto conoscere. Dissento però che sia il più bello “da moltissimo tempo”: per restare agli ultimi 5 anni io direi la trilogia «WWW» di Robert Sawyer (so che Birocchi non condivide questo mio entusiasmo ma il multiverso è bello perché pazzariello).

Aggiungo che in 384 pagine senza una caduta di ritmo, un’incertezza di trama, una sfasatura nei personaggi, l’autrice ha saputo raccontare anche due fra i “grandi” mali del nostro tempo.

Il primo – e il romanzo lo mette in forma esplicita – è che «i buoni» credono davvero di poter fare tutto agli esseri umani. Molti fra i “buoni” sono in un’orribile e cieca buona fede quando dicono: «non vogliamo farti del male ma tu devi capire che questa cosa è molto più grande di te e di me»… e via orrori senza fine, che possono essere (ma questo travalica il romanzo) guerre, torture, massacri come le asettiche decisioni di una troika finanziaria.

Il secondo male del nostro tempo che Claire North ci mette sotto gli occhi è nella frase/messaggio di una bimba di 7 anni rivolta ad Harry August – 78 anni – poco prima della sua undicesima morte: «Il mondo sta per finire, come deve essere, da sempre. Ma la fine sta accelerando». Non svelerò le ragioni di questa accelerazione ma, deus ex machina a parte, c’è da chiedersi se il romanzo, almeno in questo, non si discosti troppo dalla realtà. C’è però una questione che percorre la seconda parte del romanzo ovvero chi o cosa preme sull’acceleratore. E’ solo il deus ex machina (non faccio il suo nome per non svelare la trama) oppure…? Così, chiuso il romanzo, mi sono fermato a pensare se uscendo dalla metafora fantascientifica noi potremmo dare un nome o almeno una data all’accelerazione nel mondo cosiddetto reale e alla nostra incapacità di metterla sotto controllo. Considerate questo mio dubbio un “compito a casa”: se, concluso il bel romanzo di Claire North, vi va di ragionarne la “bottega” è aperta giorno e notte.

DUE

Mi ero dimenticato di darvi conto della quarta edizione del Premio Vegetti. Ecco il comunicato ufficiale (ripreso da http://www.worldsf.it).

Le Edizioni del Premio Vegetti ANNO 2015 – 4 Edizione
Per la categoria Romanzo (o Antologia personale) di Fantascienza

LA GIURIA
Presidente: Matteo Vegetti.
Giurati: Enrico Di Stefano, Annarita Guarnieri, Luca Ortino

FINALISTI
«
Oltre il cielo» di Renato Pestriniero (Ed. Della Vigna 2014): romanzo inedito all’interno dell’omonimo volume
«
Corpi spenti» di Giovanni De Matteo (Ed. Mondadori – Urania 2014)
«
Le cronache di Gaia-Nautilus» di Claudia Tonin (Ed. Domino 2013)
«
L’uomo ad un grado Kelvin» di Piero Schiavo Campo (Ed. Mondadori-Urania 2013)
«
De Bello Alieno» di Davide del Popolo Riolo (Ed. Delos Books 2014)
«
La voce della distruzione» di Vittorio Piccirillo (Ed. Solfanelli 2013)

VINCITORE
«De Bello Alieno» di Davide del Popolo Riolo (Ed. Delos Books 2014)

 

Per la categoria Saggio di Fantascienza

LA GIURIA
Presidente: Matteo Vegetti.
Giurati: Ugo Malaguti, Gianni Montanari, Marco Passarello

FINALISTI
«
Misteri dallo spazio e dal tempo» di Giovanni Mongini (Ed. Della Vigna 2013)
«
La fantascienza italiana. Riviste, autori, dibattiti dagli anni Cinquanta agli anni Settanta» di Giulia Iannuzzi (Ed. Mimesis 2014)
«
Lovecraft e la sincronicità» di Renzo Giorgetti (Ed. Solfanelli 2013)
«
La fantascienza nella letteratura araba» di Ada Barbaro (Ed. Carocci 2013)

VINCITORE
«La fantascienza nella letteratura araba» di Ada Barbaro (Ed. Carocci 2013).

I premi sono stati assegnati durante la 41a Italcon che si è tenuta, in concomitanza alla StarCon, presso il Centro Congressi di Bellaria dal 29 aprile al 3 maggio 2015.

Fin qui il comunicato. Aggiungo che io ho molto apprezzato – vedi Speciale fantascienza araba – il saggio di Ada Barbaro. Non ho letto invece il romanzo di Davide del Popolo Riolo… ma rimedierò alla prima occasione.

TRE

Credo solo le persone ingenue caschino nella trappola del «cosa c’entra la politica con la fantascienza?» (e cosa c’entra la politica con lo sport o con il rock?). Però ce ne devono essere ancora un po’ in giro se dopo che in “bottega” si è scritto sull’ultimo premio Hugo (cfr qui Che brutta aria tira nella galassia Hugo, qui L’anno della locusta e qui I nazifascisti conquistano la Galassia?) ho poi incontrato un paio di persone che, cascando dal solito pero, mi hanno detto “peccato che la politica sporchi la fantascienza”. Così mi è tornato in mente un passaggio interessante che forse chi passa da qui e ha il privilegio (o la sventura?) della giovane età non conosce: siamo nel 1968 e le riviste «Galaxy» e «If» raccontano come scrittori e scrittrici si schierano sulla guerra degli Usa in Vietnam. Fra chi dichiara di opporsi ovviamente Isaac Asimov, Philip K. Dick, Ursula K. Le Guin, Mack Reynolds e molte/i altri; prevedibili i guerrafondai ma che dolore (o che complicazione?) leggere fra loro anche Marion Zimmer Bradley e Fredric Brown.

Siccome molta fantascienza italiana nel 1968 era “sul pero” suddetto (e una parte di essa, 47 anni dopo, è ancora aggrappata lì e non vuole scendere) della polemica scatenata dalle riviste «Galaxy» e «If» nel nostro Paese se ne parlò… nel 1977. Con l’articolo di Remo Guerrini sul numero 12 della rivista «Robot» che ho recuperato su Google e incollo qui sotto. Non ho trovato invece – e me ne dolgo – in rete i due elenchi contrapposti: se qualcuna/o li ha e me li gira… li posto volentieri; e se no li copierò in una prossima occasione.

TRE BIS (di REMO GUERINI)

Nel giugno del 1968 sulle riviste “Galaxy” e “If” comparvero due pagine pubblicitarie, a pagamento, poste una di fronte all’altra. Diceva la prima: «Noi sottoscritti riteniamo che gli Stati Uniti d’America debbano restare nel Vietnam e assumersi le proprie responsabilità di fronte al popolo di questo paese». È inutile ricordare che sul Vietnam gli americani hanno lanciato più bombe che durante la guerra mondiale sui fronti europei, africani, asiatici e nel Pacifico. Né importa ricordare il numero altissimo delle vittime. Importa invece conoscere i nomi dei firmatari del messaggio: John Campbell, Hal Clement, Poul Anderson, Robert Heinlein, Sprague de Camp, Jack Vance, Jack Williamson, R.A. Lafferty, Larry Niven e altri. In tutto settantadue scrittori di fantascienza. La pagina a fronte diceva: «Noi ci opponiamo alla partecipazione degli Stati Uniti alla guerra del Vietnam». Seguiva un numero, leggermente maggiore, di firme: ottantadue. C’erano Isaac Asimov, Bradbury, Philip Dick, Lester del Rey, Farmer, Harrison, Silverberg, Leiber, Damon Knight, Ursula Le Guin, Spinrad, Delany, Ellison e altri, soprattutto giovani, che avevano sposato la causa della fine della guerra.
Un anno più tardi il Lem della capsula Apollo 11 pose la sua zampa metallica sulla Luna. Come ricordare l’avvenimento? Ancora una volta il fronte degli scrittori andò in frantumi. Ci fu chi si levò il cappello di fronte a tanta impresa, ma la voce della maggioranza ebbe toni amari. «Con i soldi spesi per l’Apollo si potevano risolvere i problemi d’un intero paese sudamericano o africano
», disse qualcuno. E altri: «Lunari, datevela a gambe». Opinioni analoghe manifestarono Asimov, Brunner, Aldiss e Pohl.
Basterebbero questi due episodi a dimostrare che: 1) Talvolta gli scrittori di fantascienza scendono dalle nuvole e pensano. 2) Hanno quindi idee politiche. 3) Queste idee, espresse, vanno a finire in misura maggiore o minore nei libri. Altrimenti gli scrittori non sarebbero che macchine da scrivere a due zampe, pertanto sostituibili da un qualsiasi robot.
Il rapporto che lega la fantascienza alla politica è strano. Assomiglia al rapporto fantascienza-sesso, di cui s’è parlato anche su ROBOT. Non riesco a capire perché la fantascienza debba essere senza apparato genitale, come non riesco a capire perché Heinlein o Asimov non dovrebbero avere le proprie idee politiche. Eppure c’è chi sostiene (e sono in molti, purtroppo) che tra sf e politica non c’è rapporto, che son faccende incompatibili, “che la sf non deve occuparsi di politica”, eccetera. Questo atteggiamento è giustificabile solo in due maniere: o si è sciocchi o si è in malafede. Contro, esistono due ordini di argomenti: i fatti, e la logica.
Vediamo i fatti. La sf pesca nella politica (è bene sgombrare subito il campo: soltanto un imbecille può fraintendere la politica con l’adesione a un partito. Politica è compiere delle scelte, partecipare alla vita sociale, contribuire a determinarla, talvolta aderendo “anche” a un partito) abbondante materiale: spunti narrativi, ideologici, argomenti. Trattare una storia secondo un’ottica invece che secondo un’altra significa già far politica (magari inconsciamente). Di prove che negli uomini della sf la politica è presente proprio come scelta ideologica precisa ce ne sono, d’altra parte, a bizzeffe. Vediamone qualcuna.
John Brunner, uno dei più potenti autori contemporanei, è amministratore d’un fondo in memoria di Luther King, e ha scritto l’inno dei pacifisti inglesi. Il suo
«Gregge alza la testa» è “tutta la verità sul 1983”, e cioè: l’America in mano a mafiosi e industriali, un presidente rincoglionito, un sistema capitalista in sfacelo, un sistema ecologico in collasso.
Norman Spinrad scrive
«Jack Barron e l’eternità»: con questo libro i fermenti del glorioso e ribelle ’68 degli studenti entrano nella fantascienza.
Robert Silverberg, un altro “grande”, conclude così il suo
«Manoscritto trovato in una macchina del tempo abbandonata» (vi si parla di Oswald e di Sirhan, di Nixon e di Che Guevara): «Avanti nella lotta, potere al popolo, abbasso i porci fascisti».
Harry Harrison sostiene (
«Un eroe galattico») che fare il militare di carriera è una idiozia totale, mentre per Robert Heinlein è una impresa da veri uomini, «veri americani».
Clifford Simak chiude così
«City»: «Lasciate la città così, morta, abbandonata. È l’avvenimento più felice per tutta l’umanità».
Si andrebbe per le lunghe continuando nell’elenco. Se facciamo una lista degli autori che hanno portato nella sf un fiato progressista otteniamo, ugualmente, un altro elenco: Pohl e Kornbluth scrivevano certo in sintonia con la propria fede politica quando, con
«I mercanti dello spazio», immergevano la spada del loro fiele nell’abito mentale dell’americano medio. Non è, d’altra parte, un romanzo politico pure «I reietti dell’altro pianeta», ultima pluridecorata opera di Ursula Le Guin? Dall’altra parte della barricata, non è fascismo puro quello dell’«Ultimo vessillo» di Ron Hubbard? Non sono pura esaltazione di un protocapitalismo ideale e inesistente molti romanzi di Heinlein? I libri di Anthony Burgess, l’«Arancia meccanica» e «Il seme inquieto», non sono guidati da una scelta ideologica assai precisa?
Senza ideologia non si fa niente. In realtà possiamo leggere un qualsiasi romanzo di sf, prendendolo a caso, e comprendere subito l’ideologia di base dell’autore. Non c’è bisogno di conoscere la storia della letteratura per conoscere l’ispirazione socialista di Herbert G. Wells, uno dei grandi fondatori della sf: basta leggere i suoi libri. Se cambiamo orizzonte, e andiamo in Unione Sovietica, troviamo una sf che subisce pesanti condizionamenti: ne risulta una narrativa triste, chiusa nei limiti dell’imposto realismo socialista (ne è scappato a fatica soltanto Efremov). Negli Stati Uniti, d’altra parte, troviamo altre barriere, altri condizionamenti: nei suoi primi trent’anni la sf è stata sterile, bendata nelle prospettive del capitalismo ortodosso. La sf è sempre insomma sempre un frutto di posizioni politiche, si nutre sempre di politica. Inevitabilmente.
Vediamo la logica. Ogni attività umana si esplica in politica. Ogni uomo fa, sempre, politica. Fa politica perfino un editore che pubblica una rivista di sf, nel momento in cui sceglie, ad esempio, di pubblicare disimpegnati racconti di
space-opera piuttosto che storie sociologiche. Ogni uomo è immerso nella politica, come un biscotto nel vino. La politica gli dà sapore. Dire: “Non mi interesso di politica” e, per traslato “la sf non deve interessarsi di politica” è compiere un atto politico gravissimo: la delega. Non interessarsi di politica significa abbandonarsi nelle mani di chi, con qualsivoglia modo, gestisce il potere. Chi si professa apolitico non ha diritto d’aprir bocca. Rifiutare la politica è il modo più subdolo di far politica.
C’è in realtà un discorso di fondo che, gira gira, non si può evitare. Riguarda la natura della sf: vogliamo isolarla dal contesto sociale? È possibile? La sf dell’Ottocento, quella che secondo Aldiss viene da Mary Shelley, ha radici nel positivismo, atteggiamento scientifico e politico. La sf tecnologica degli anni ’40 è prodotto d’uno sviluppo che troppo spesso ha identificato il concetto di progresso con le conquiste della scienza. Huxley e Orwell scrivono per “impulso politico”. Il
«Tallone di ferro», uno dei romanzi più straordinari di Jack London, è fantascienza pura, unico grande romanzo americano a sposare l’anticipazione con il marxismo.
Insomma, girala come vuoi questa frittata: la sf non può astrarsi dal suo tempo e dai suoi fermenti, quindi dalla politica. Ogni scrittore li porta dentro, quei fermenti, più o meno a fondo: così, più o meno velatamente, essi sono sempre presenti.
Anni fa nel mondo ristretto ma vivacissimo della sf italiana scoppiarono acide polemiche: le fazioni non si rimproveravano l’un l’altra niente che non fosse la propria ideologia. Oggi queste posizioni radicalizzate sono sfumate: le parti sono diventate adulte e sagge, ma nessuno (come è giusto) ha abbandonato le proprie idee. Così mi fa abbastanza sorridere il commento di
«Fantascienza», la rivista di Ciscato, che rimprovera «Panorama» d’aver dato un giudizio politico sui curatori delle pubblicazioni di Fanucci. Perché no? Essi sono d’una destra piuttosto definita, e ciò si riflette su un particolare modo d’affrontare la sf, privilegiando le storie tecnologiche, d’orrore, e quelle di pura fantasy. Ma perché farne ragione di scandalo? L’importante è, piuttosto, essere chiari fin dal principio. Così, è più ambigua e disprezzabile una storia di Heinlein, che saltabecca fra il fascismo e gli umori hippy, che una storia dichiaratamente reazionaria, o di pura evasione.
Di chi mi dice “Non faccio politica, neppure in fantascienza” sospetto. Che vorrebbe dire? Una sf di puro svago (o di puro affare commerciale)? Ma lo svago puro è ancora una volta una scelta politica. Lo svago che non arriva al cervello, in qualsiasi modo, e si ferma al solo divertimento epidermico, è come un osso di gomma per far giocare il cane. Lo illude e non gli risolve i problemi. Illudere la gente fa comodo ad altra gente.
E, infine, se una sf apolitica esistesse davvero, bisognerebbe fuggirla come una malattia contagiosa: sarebbe fatua, inutile e masturbatoria. Sarebbe come il fascismo che tagliava fuori dai libri di scuola gli etruschi, perché bisognava parlar bene dei rozzi romani.
Insomma, esiste una sf conservatrice e una progressista, esistono autori che si dedicano al puro intrattenimento del lettore (funzione statica, conservatrice), ed autori che hanno scelto un’arte che, insieme con il divertimento, comunica con i lettori a livello ideologico.
Esiste una sf di destra e una di sinistra. E ciò è assolutamente inevitabile: qualsiasi riga messa giù su un foglio ha, infatti, sempre una funzione. La sf non è letteratura di massa: anche una storia spaziale, con le astronavi al posto delle diligenze nel west, ha una sua funzione alienante. Chi dice che tutto ciò non ha nulla a vedere con la politica non è soltanto un bugiardo, o un uomo in malafede. È, al limite, un fascista nel subconscio.

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

Un commento

  • Francesco Masala

    “qui non si parla di politica , qui si lavora” era un pericoloso cartello di avvertimento in ogni luogo pubblico durante la guerra fascista, ricorda Furio Colombo.”

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