Oggi la creatura di Frankenstein è ovunque

Riflessioni su «Lady Frankenstein e l’orrenda progenie»  

di Daniele Barbieri (*)

Un romanzo gotico? Horror? Anche ma attualissimo e in anticipo sui tempi. Quel «moderno Prometeo» che tutti conosciamo con il nome sbagliato (Frankenstein invece che “la creatura”) continua a spaventarci e affascinarci. In questo 2018 – cioè 200 anni esatti dopo il romanzo di Mary Shelley – chi legga (o rilegga) «Frankenstein» scoprirà un grande classico della letteratura: perchè non invecchia e anzi il tempo che passa ha portato in superficie nuovi significati svelando l’inconscio dell’autrice e di un secolo.

Fra tanti saggi usciti per decifrare quest’opera 200 anni dopo il migliore è senz’altro «Lady Frankenstein e l’orrenda progenie» (Iacobelli editore: 180 pagine per 13 euro) a cura di Anna Maria Crispino e Silvia Neonato.

Saltando fra le pagine di questo ricchissimo libro, ecco il saggio di Marina Vitale aperto da una frase-choc di Adrienne Rich: «Una donna che pensa dorme insieme a mostri». Era così allora e solo da poco una parte del sistema maschile dominante non è più terrorizzato dalle donne che pensano e scrivono.

La «creatura» del dottor Frankenstein è artificiale ma oggi che la procreazione può essere assitita o surrogata (e forse la conazione si avvicina) la nostra idea del nascere è assai mutata: così capiamo quanto quel romanzo si nutrì di psicoanalisi e di femminismo… prima del tempo. Che la giovanissima Mary Shelley, sfidata a scrivere una storia, “partorisse” qualcosa di insolito era anche il frutto della sua biografia: il senso di colpa per la morte di sua madre (Mary Wollstonecraft, femminista antelitteram) al momento della nascita e poi per aver messo al mondo una bimba prematura che visse solo due settimane. Ma certamente Mary Shelley, impaurita moglie del grande poeta Percy Bysshe Shelley, si sentì colpevole anche per i suicidi di una sorellastra e della prima sposa di Shelley. Si chiede Marina Vitale se sia corretto trovare una corrispondenza fra la creatura (del romanzo) e l’autrice. Sì, almeno in parte: «Frankenstein» è un testo sulle tragedie del nascere, sulle cicatrici del partorire e inconsciamente sulla «fatica di mettersi al mondo».

Intorno a questi nodi si arrovella anche il saggio di Sara De Simone. Il mostro è la creatura del dottor F ma è anche il libro: mostruoso perchè contravviene all’ordine del patriarcato e della religione. Anni dopo Virginia Wolf spiegò che per essere scrittrice una donna deve uccidere «l’angelo del focolare». Così era.

In un altro saggio Anna Maria Crispino collega la creatura senza nome alla successiva fantascienza, ai cyborg (un misto di artificiale e biologico) e ad altri “post umani”.

Non per caso dal cinema (oltre 100 i film) ai fumetti, dai videogiochi alle serie tv questa strana “creatura” partorita dalla mente della diciannovenne Mary Shelley è dilagata nell’immaginario popolare. E’ l’icona di un mostro, eppure non fa soltanto paura perché è un essere innocente, solo e tradito. Ambiguo è anche il giudizio su quel padre di cui sappiamo il nome: scienziato che sfida la Natura e Dio per fabbricare la vita e poi abbandonarla senza assumersi responsabilità.

(*) questo mio articolo è uscito – al solito: parola più, parola meno – la settimana scorsa sul quotidiano «L’unione sarda»

IN “BOTTEGA” cfr anche Due o tre cose che so dopo aver letto «Frankenstein, o del Prometeo moderno» di Mary Shelley di Fabrizio Melodia, Duecento anni dopo F di Maria Paola Saci e Scor-data: 27 aprile 1759 di Daniela Pia (su Mary Wollstonecraft, la madre di Mary Shelley).

L’IMMAGINE IN ALTO è ripresa dal libro: è “MAMAN” ovvero una grande scultura-ragno di Louise Bourgeois percepita come omaggio alla maternità ed emblema delle madri protettive.

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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