«One Big Union»

db riflette sul romanzo di Valerio Evangelisti (ma anche su un brutto film di Clint Eastwood)

Il meglio del blog-bottega /185…. andando a ritroso nel tempo (*)

E’ «una specie di fantasma», un «uomo ombra» che «acquista vita concreta solo quando si finge qualcun altro» Robert William Coates, detto Bob. Ne è consapevole e – verso la fine della sua “carriera” – alla domanda «Ma tu chi sei?» risponde la verità: «Non sono nessuno».
Una vita da spia, da infiltrato, da provocatore con occasionali ruoli di picchiatore e sparatore o di capo delle squadracce anti-rossi. Inizia a 14 anni (nel 1877) facendosi reclutare per dare una lezione ai sovversivi della Comune di Saint Louis, «una massa di miserabili», e finisce – da assassino e torturatore – nel 1919. Eppure il Coates, quasi inventato da Valerio Evangelisti, è figlio di un operaio irlandese immigrato negli Usa. Si vende ai padroni certo, tradendo quelli come lui (“la sua classe” avrebbero detto socialisti e anarchici) ma quel che più colpisce è la sua convinzione di essere dalla parte del giusto, un «soldato dell’esercito del bene»: gli operai sono fannulloni anzi «sfaticati di professione, senzadio, sovversivi, accattoni nati» (come scrive la sorella di Coates, giornalista filo-padroni); se si vietasse il lavoro minorile sarebbe una tragedia nazionale; bisogna «attenersi all’ordine cristiano del mondo, al rispetto della proprietà privata» se occorre ingannando e violando le leggi; per la «feccia», la «mandria umana» (cinesi, slavi, negracci, ungheresi, scandinavi, tedeschi e «dagos» cioè italiani, una razza dannata) ci vogliono «legnate» o peggio; se in acciaieria «muore in media un operaio al mese e moltissimi restano feriti» (o si ammalano) è una ineluttabile fatalità; e se i padroni vogliono licenziare, abbassare i salari, fare trattenute per le parrocchie, pagare in buoni da spendere solamente nei loro spacci, vietare le rappresentanze dei lavoratori… sono nel loro pieno diritto. Verità ripetute da «autorità, Chiese, i giornali più diffusi, gli intellettuali illustri, i politici migliori» spiega Coates a Sam Dreyer, una specie di gorilla che risponde: «Tanto meglio, picchierò con più convinzione».
Quando spia o bastona, Coates è convinto di farlo per l’America e anzitutto per moglie e figli, da bravo cristiano. «In fondo la famiglia era una società in formato piccolo» e se la giovane donna che ha sposato si ribella va picchiata, «come spesso il pastore raccomandava ai mariti», anzi – così riflette – «sarebbe stata un’estensione domestica del suo mestiere quotidiano». Eppure un tanto buon figlio di Dio non avrà amori felici (muore la prima moglie, scappa la seconda). Quanto ai due figli, così diversi per carattere ed esiti, sono destinati male. Per i suoi errori, crimini o ignoranze mai Coates si farebbe un’autocritica ma trova sempre un capro espiatorio, di preferenza ebreo.
«Un detective deve essere un attore» dice Thomas Furlong al giovane Coates che nella sua vita riesca a ingannare molti. Soprattutto deve essere incapace di avere dubbi dunque ingannare anche se stesso.
Perché “quasi” inventato? Alla fine della bibliografia, Evangelisti accenna di aver trovato in un libro del 1937 un breve accenno al vero Coates e al suo ruolo di infiltrato reo confesso e di averlo eletto a protagonista del suo romanzo, «One Big Union» (Mondadori: 444 pagine per 18 euri) uscito a novembre.
Con ogni evidenza le vicende di Bob Coates servono a Evangelisti per raccontare la storia del movimento sindacale degli Usa: «l’ipocrisia» del Workingmen’s Party; il corporativismo dei Knights of Labor; l’ambiguità di Afl (American Federation of Labor) e American Railway Union; poi nel 1905 la sconvolgente novità del sindacato “orizzontale”, i duri dell’Iww (Industrial Workers of the World) che credono nella «one big union», un solo grande sindacato senza distinzioni di razza o mansioni.
Attraverso lo sporco mestiere di Coates, il romanzo racconta le grandi lotte del periodo 1877-1919: la battaglia di Homestead; lo scontro alla Pullman con il boicottaggio e i figli degli scioperanti “adottati” temporaneamente dai lavoratori di altre città; Spokane e la battaglia (durissima ma vittoriosa) per «la libertà di parola»; Lawrence; Wheatland; lo sciopero di Ludlow stroncato a colpi di mitragliatrice; Everett; il soviet di Seattle nel 1919… Quasi sempre gli attacchi armati di squadracce (e qualche volta crumiri) contro i lavoratori servivano da pretesto per fare intervenire le polizie, gli sceriffi o addirittura la Guardia nazionale. Ma allora cos’è la democrazia? «In sostanza una catena di interessi» enuncia candidamente Burns allo “scolaretto” Coates. «Al momento decisivo lo Stato è sempre dall’altra parte», con i padroni che – spiegano gli Iww – si comprano quasi tutti i giornali e i giudici.
Nel suo lungo viaggio lo spione Coates incontra Joseph Gould (celebre la sua frase: «Io posso assoldare metà della classe operaia perché faccia fuori l’altra metà»), Joseph Buchanan, Eugene Debs, Daniel De Leon, Bertha Thompson detta Boxcar, gli agenti di Pinkerton (fra i quali il giovanissimo Dashiell Hammett che diventerà un grande scrittore e un “rosso”), l’anarchica Emma Goldman, Ben Reitman, Alice Freeman Palmer («fautrice dell’accesso femminile agli studi»), John Reed ma soprattutto Mamma Jones, «Big Bill» Haywood, la nera Lucy Parsons, Charles Moyer, George Pettibone, il boscaiolo Frank Little, Vincent Saint John, Elizabeth Gurley Flynn, l’italiano Joseph Ettor, Walter Nef… insomma l’anima degli Iww. Ma incrocia anche alcuni che proletari non sono (o non più) però vogliono esser loro compagni di strada come – per citarne tre soltanto – : Jack London, Upton Sinclair e Frank Norris (di quest’ultimo io ignoravo persino l’esistenza).
Sullo sfondo i morti del 1886 a Chicago e il processo-farsa che ne seguì; la massa degli hobos (che si sposta sui treni) e gli stagionali, braccianti, ferrovieri, minatori, muratori, portuali, raccoglitori di luppolo… Risuona uno slogan «Vogliamo il pane e le rose» che è incomprensibile per Coates e altri come la canzone «Se ben che siamo donne» urlata dalle italiane.
Al centro della scena, quasi un nodo che gli Iww cercano di sciogliere, è sempre il che fare: se serva più Marx o la dinamite, il voto o lo sciopero generale, le canzoni o i libri, i militanti professionali o i semplici ribelli, mantenere l’identità nazionale o riconoscersi come senza patria, il «gallo rosso» (sabotaggi e incendi) o un programma per la società futura. E ancora: per difendersi dagli assalti armati bisogna non farsi trovare disarmati ma questo facilita e moltiplica le provocazioni?
Qui si racconta di sconfitte durissime ma anche di sogni a portata di mano con vittorie storiche (le 8 ore). A mio parere conoscere queste vicende storiche è importante – ancor oggi – quanto saper leggere, scrivere e far di conto.
Ognuna/o troverà qui i riferimenti all’oggi che ritiene più adatti al suo modo di vedere e/o alle informazioni delle quali dispone (poche e confuse nel tempo del governo internazionale banchier-petrolifero). Quando l’autore confezionava «One Big Union», il governo Monti era di là da venire ma certo il giochino dell’unità nazionale davanti alla “crisi” e il ruolo delle banche sono collaudati da oltre un secolo come certe comode scomuniche del Vaticano o le bugie della stampa, perfino la definizione di guerra «umanitaria». Comunque si giudichi l’oggi, slogan del tipo «Un torto fatto a uno è un torto fatto a tutti» o le canzoni di Joe Hill potrebbero tornarci utili se avessimo ancora voglia di capire che chi lavora ha interessi comuni opposti a quelli di chi lo sfrutta. «Il padrone peggiore è quello che si dice vostro amico. E’ chi parla di comune interesse, di crescita collettiva, di collaborazione per il bene nazionale»: questa la convinzione dei wobblies, cioè degli Iww. E’ evidente la simpatia di Evangelisti per loro, anche se non ne nasconde le divisioni e gli errori. Nel loro quartier generale c’è chi pensa che esistano limiti di fondo negli Iww: «un sindacato che faceva appello ai rivoluzionari ma era modellato sulla figura del ribelle stentava a gestire la fase dell’arretramento».  Ma evidentememte è un discorso che qui si può solo accennare.
Il romanzo «One Big Union» in pratica finisce quando inizia (con un attentato) l’ultimo film di Clint Eastwood, «J. Edgar». Le agenzie investigative private lasciano posto allo statale e “scientifico” Fbi, la privata paranoia (e ipocrisia sessuale) di Hoover si confonde con la schizofrenia pubblica e di massa degli Usa o meglio delle “vespe” («wasp» che è anche l’acronimo di White Anglo-Saxon Protestant) vere o presunte. La bellissima idea di Eastwood però non riesce a concretizzarsi in un affresco storico e le ambiguità politiche del regista gli impediscono di capire se quella crudele esplosione iniziale è in un certo senso una risposta, la disperata difesa contro l’Amerika che cerca di soffocare l’America. In una scena di «J. Edgar» si intravede Emma Goldman, buttata lì come un personaggio senza importanza: francamente non mi aspettavo tanta sciatteria da un regista come Eastwood. Chi ama il cinema avrà subito pensato a «1929, sterminateli senza pietà» di Scorsese o persino a «L’imperatore del nord» (sugli hobos) di Aldritch, capaci di stravolgere le regole di Hollywood per raccontare almeno qualche frammento della lotta di classe negli Usa. La struttura di quest’ultimo romanzo di Evangelisti è molto semplice (assai più di altri suoi libri): sarebbe la base per un ottimo film … se ci fosse un Eastwood di sinistra.

UNA BREVE NOTA
Con questo romanzo Valerio Evangelisti torna sui temi di «
Antracite» e del bellissimo «Noi saremo tutto». Ma anche i due romanzi storici messicani («Il collare di fuoco» e «Il collare spezzato») incrociano, in altro contesto, il sindacalismo rivoluzionario. Chiuso questo libro, può darsi che vi assalga la voglia di sapere qualcosa di più su quell’America che i libri di storia non raccontano: in primo luogo tenete conto della bibliografia suggerita da Evangelisti ma per colmare in fretta le lacune principali è fondamentale – quanto di facile lettura – la «Storia popolare dell’Impero americano a fumetti» (288 pagine per 10 euri) di Mike Konopacki e Paul Buhle sui testi di Howard Zinn, appena pubblicata  da Hazard Edizioni in co-edizione con il quotidiano «il manifesto».

(*) Anche quest’anno la “bottega” ha recuperato alcuni vecchi post che a rileggerli, anni dopo, sono sembrati interessanti. Il motivo? Un po’ perché quasi 16mila articoli (avete letto bene: 16 mila) sono taaaaaaaaaaanti e si rischia di perdere la memoria dei più vecchi. E un po’ perché nel pieno dell’estate qualche collaborazione si liquefà: viva&viva il diritto alle vacanze che dovrebbe essere per tutte/i. Vecchi post dunque; recuperati con l’unico criterio di partire dalla coda ma valutando quali possono essere più attuali o spiazzanti. Il “meglio” è sempre soggettivo ma l’idea è soprattutto di ritrovare semi, ponti, pensieri perduti… in qualche caso accompagnati dalla bella scrittura, dall’inchiesta ben fatta, dalla riflessione intelligente: con le firme più varie, stili assai differenti e quel misto di serietà e ironia, di rabbia e speranza che – lo speriamo – caratterizza questa blottega, cioè blog-bottega. [db]

 

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

Un commento

  • antonella Selva

    ciao DB, rileggo con piacere questa recensione a un libro che a suo tempo mi ha assolutamente rapito! tuttavia credo sia corretto puntualizzare alcune cose: è un libro prezioso e appassionante perché racconta, come sempre fa Evangelisti, una storia ben poco raccontata, se on scrupolosamente occultata, quella del sindacalismo rivoluzionario negli States, di quanto poco romantica fosse l’agenzia Pinkerton poi FBI, miticizzate dai classici hard boiled, di quanto i leggendari hobos (in pratica lavoratori clandestini stagionali) fossero simili agli attuali lavoratori stagionali stranieri – a quando un’epopea narrativa sulla vita nei ghetti dei braccianti in Italia?
    Però… mannaggia, perché Evangelisti non costruisce di più i suoi personaggi? lo fa apposta per farci concentrare sul rigore storico delle sue ricostruzioni? o l’editore gli mette fretta? eppure qui aveva un materiale ricchissimo per lavorare sulla psicologia: un rinnegato che più bastardo non si può, nella sua discesa agli inferi del tradimento (di classe, della famiglia, dell’amore…) perde la prima moglie, una figlia, la seconda moglie, qualsiasi rapporto definibile ‘umano’… e mai un dobbio, un tentennamento, un rimpianto? va bene, l’appoggiarsi sull’alcool è sintomo della crisi, ma possibile che non ne abbia mai se non proprio consapevolezza almeno un barlume di percezione? può una scelta sbagliata fatta a 14 anni condizionare un’intera vita senza mai un’incrinatura? l’impressione è che il protagonista non sia umano ma un cyborg cui è permesso agire solamente secondo il programma che gli hanno installato. Insomma, non pretendo Dostoevskij, ma i personaggi hanno le loro esigenze!
    o non ho capito niente?

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