«Orient»: le parole giuste per raccontare Imola, il lavoro e…

il mondo intorno

db consiglia il libro di Giorgio Baldisserri (*)

Una città: Imola. Un lavoro: il tipografo. Negli anni muta moltissimo l’una come l’altro con improvvise accelerazioni (dal piombo alla video scrittura e foto-composizione). Ed è bravo, a tratti bravissimo, Giorgio Baldisserri a raccontarcelo nel suo «Orient» che giustamente è stato segnalato dal comitato di lettura della XXXII edizione del Premio Calvino e ora viene pubblicato – 138 pagine per 12 euri – da Calibano editore con sottotitolo «Antropologia di una cooperativa tipografica fra anni Settanta e inizio del nuovo millennio» (www.calibanoeditore.com).

«Romanzo» sussurra la copertina. E naturalmente c’è la finzione, soprattutto nei personaggi; però non è difficile capire quanta storia di Imola vi sia.

Il libro si apre sugli anni ’70 con la città che «si allarga», le botteghe che «escono dai garage». Qui il tredicenne Franceschino – un breve ritratto, vivacissimo come tutti gli altri – fa consegne con il carretto: anche al commissariato di polizia per «consegnare le copie d’obbligo» (sia mai che la sovversione sfugga alla sonnolenta eppur viva censura delle istituzioni). «Sa valutare con precisione» Franceschino «la quantità di moto necessaria perchè la pedalata sia fruttuosa e non stancante».

Già dal primo capitolo-squarcio (3 pagine) chi legge intuisce che Giorgio Baldisserri farà lo stesso con le parole: mettendo in moto quelle giuste, facendoci pedalare senza affanno.

Ed ecco il lavoro in tipografia, ai tempi del piombo e del bicchiere di latte vicino alla linotype nell’illusione che aiuti i polmoni a non ammalarsi. «Il sapore piccante del metallo che c’è dentro e fuori dalle officine metalmeccaniche […] L’odore che dà il buon giorno agli operai del reparto composizione stringe la gola: è una miscela di piombo fuso, inchiostro misto a polvere e ascelle che non conoscono il deodorante».

Anche a Imola, nella storica tipografia – «la catena di montaggio delle parole» – Galeati (**) quella strana parola linotype vuol dire «complicati meccanismi a orologeria […] alti fino a tre metri e lunghi anche dieci».

Accanto al lavoro le persone: Lauro, balbuziente; Renato, il capo; il direttore; «il Gentile Enzo fu Franco», il “maestro” Adler Raffaelli; e Juan che solo dopo sapremo essere scappato dal Cile di Pinochet. E ancora Sante, Floriano, Carla («le piccole cose» non le bastano più) o Conti che «lanciò una bomba incendiaria contro una sede del Pci» e Giovanni che sogna l’India e andrà a Goa. Enrica, Franco, alla fine Novella… A sorpresa – per chi indossa i paraocchi – ecco anche in tipografia una “piccola” comunità gay che ovviamente fatica a svelarsi; ci sono qui pagine bellissime: asciutte quanto tragiche, senza un filo di retorica o di banalità.

Con il passare degli anni anche alla Galeati si allungano i capelli mentre qualche ragazzo del neonato movimento punk avrà in tasca «una fiala di anestosolo o di popper». Ettore vede nei coetanei «occhi sbiaditi dall’eroina».

C’è un grande convegno contro la repressione a Bologna ma l’eco è flebile a Imola almeno per quei «mocciosi» che adorano i Queen e canticchiano Celentano.

Al lavoro c’è un tempo dove «i giorni gocciolano tutti uguali» ma poi arriva la tempesta del «costante progresso delle nuove tecnologie». Che poi sia sempre progresso la parola giusta è da vedere. Pacatamente racconta Giorgio Baldisserri che «si disimpara a parlare», che si va all’estero anche per comprare mogli mentre arrivano «i procacciatori d’affari».

La piccola Galeati entra nel grande giro? Sarà un buon affare stampare «L’Avanti!» (poi anche i supplementi de «L’Unità») o ci si ritroverà nei guai? Bisognerà fidarsi di quel bell’uomo, pieno di soldi, che sostiene di parlare per il governo della nuova repubblica ucraina? O di quegli indiani, «un turbante nero al centro e altri due color senape»?

Un’assemblea dei soci – la Galeati è una cooperativa, «nè rossa né bianca» – al capitolo 12 ragiona di ordinaria amministrazione (aggiustare il tetto o scegliere il ristorante per il prossimo pranzo sociale) ma i tempi cambiano così il consiglio d’amministrazione del capitolo 28 discute invece di… come licenziare. Quel verbo infame non viene detto; si spiega invece che per far crescere bene l’albero ogni tanto bisogna tagliare i rami. Si sa: non esistono più i licenziamenti, si tratta di esuberi della ristrutturazione. Se l’italiano è poco moderno tanti fingono di parlare e scrivere un inglese che però resta modaiolo quanto vuoto. Si chiamano gli «esperti»: all’inizio fingono di ascoltare tutti ma poi ecco il «risanamento» a colpi di persone che perdono il lavoro, di stipendi ribassati, di vecchi diritti da buttare nel cesso. E la Galeati fallirà. Per troppa “modernità”.

Un romanzo che per l’autore è anche un bel pezzo di vita, il suo lavoro dal 1977 al 1998: qui ha trovato «storie, voci e caricature» che ha dato in pasto (compreso ciò che lo riguarda) a chi legge: «questa carneficina» come spiega alla fine di «Orient». E vale aggiungere che questo è il primo libro di Giorgio Baldisserri. Proprio un bell’esordio.

Non vorrei aver dato a chi sta leggendo l’impressione che sia un romanzo solo per imolesi o per amanti dell’antica e nobilissima (ora meno) arte dello stampare. Certo è perfetto per queste due “categorie” ma penso possa piacere a chiunque ami una scrittura intelligente, capace di muoversi bene dentro i nostri tempi in gran movimento – assai spesso con annessi cataclismi – evitando lo scoglio della nostalgia “standard” da una parte e del modernismo per cretini dall’altra (apocalittici e integrati, se preferite ricorrere alla formula di Umberto Eco).

Non sono tanti i romanzi che sanno raccontare questi tempi veloci eppure immobili (perchè non vogliono sapere del passato né costruire futuri) e ancor meno quelli che mettono al centro il lavoro (***). Due solide ragioni per leggere questo libro.

PS: ma perchè si chiama «Orient»? Beh, se vi racconto tutto poi magari non lo leggete… e sarebbe un peccato.

(*) in versione più breve questa recensione è uscita (il 29 dicembre) anche sull’on line imolese «Leggi la notizia» a firma Daniele Barbieri… ma io – chi passa di qui lo sa – preferisco firmarmi db

(**) Aveva le idee chiare Paolo Galeati (1830-1903) tipografo ed editore. Aumentò le paghe agli operai, ridusse la giornata da 10 a 8 ore, eliminò il lavoro a cottimo. E aderì a una nuova formula aziendale: la cooperativa. Oggi non è più così (le parole mutano e gli inganni indossano sempre i panni dell’angelo) ma per molto tempo le cooperative erano una formula per difendere i lavoratori.

(***) Mi viene in mente adesso che neanche in passato la letteratura italiana – salvo qualche eccezione – ha saputo mettere al centro il lavoro. In “bottega” varrebbe la pena di parlarne?

 

 

db
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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