Palestina-Israele: diari dalla quarantena

a cura di +972 Magazine (*)

Il coronavirus è una minaccia uguale per tutti, ma è ben lontano dall’influire in modo uguale su tutte le comunità. Questa è la prima puntata di storie personali che parlano degli effetti della pandemia sulle persone in Israele-Palestina e nella diaspora

La diffusione del nuovo coronavirus continua a mietere migliaia di vittime in tutto il mondo, sottoponendo a verifica persino i sistemi sanitari più avanzati. Ma mentre la pandemia può minacciare ugualmente tutti, è ben lontana dal colpire in pari misura tutte le comunità.

Sappiamo che sono stati colpiti molto di più i gruppi vulnerabili – tra i tanti, le famiglie che condividono alloggi ristretti senza acqua potabile o disinfezione, lavoratori licenziati che non dispongono di cibo sufficiente né di una assicurazione sanitaria, comunità che da anni sono state paralizzate dalla violenza e negligenza statali.

Avendo in mente questa realtà, abbiamo voluto ascoltare le persone in Israele-Palestina e quelle nella diaspora, come personalmente vengono colpite durante la pandemia. Questa è la prima pubblicazione di queste storie. Se volete inviare un diario contattateci qui oped@972mag.com.

Dejen Mengesha

6 Aprile 2020

TEL AVIV — Sono fuggito dall’Eritrea e arrivato in Israele nel 2012. Vivo nel sud di Tel Aviv dove la pandemia ha reso la vita ancor più difficile per i i rchiedenti asilo. Il governo di Israele non fa nulla per fornirci una vita normale con una indennità di disoccupazione, a cui i cittadini Israeliani hanno diritto. Ovviamente la pandemia è difficile per tutti nel mondo, ma adesso è particolarmente difficile per i rifugiati.

Alcuni nella nostra comunità sono madri singole che devono prendersi cura di tre o quattro bambini. È molto difficile. Le persone con malattie preesistenti non possono ottenere le loro medicine perché tutto è chiuso. Stiamo vedendo ora come va male e sicuramente andrà peggio se il governo non interviene.

Vivo da solo e ringrazio Dio di essere giovane. Ma tutt’intorno a me ci sono richiedenti asilo più vecchi, di 70 e 80 anni che stanno vivendo un momento molto duro. Non sono in grado di pagare l’affitto. Se non trovano una soluzione dopo Pasqua, vedremo persone gettate in strada dai proprietari. Faranno fatica a superare la fine di questa settimana. Dio mi aiuti, è così penoso assistere a questo.

I richiedenti asilo più giovani stanno cercando di parlare con i proprietari per convincerli a consentire alle persone di rimanere nelle loro case per un mese o due. La maggior parte dei proprietari si rifiuta di ascoltarci. Naturalmente, questa situazione è difficile anche per il proprietario – lo capisco. Ma c’è una soluzione: dovrebbero chiedere al governo di sostenerli. Non caricare questo peso su di noi.

Mi sveglio ogni mattina preoccupato. Lavoro e faccio volontariato come traduttore in una clinica nel sud di Tel Aviv, vicino alla vecchia stazione centrale degli autobus. Tutti coloro che entrano sono isterici e la nostra clinica non effettua test per COVID-19. Ogni giorno vedo persone nelle situazioni più difficili che arrivano a decine per essere controllate. Vedo solo persone sotto stress, che affrontano seri problemi economici. Ma al di là dei problemi finanziari, sono preoccupato che tutto ciò lascerà una cicatrice psicologica per molti.

La testimonianza di Dejen Mengesha’ è stata raccolta per telefono

Rifugiati africani preparano cibo in un ristorante gestito da un rifugiato sudanese a sud di Tel Aviv, 13 maggio 2013. (Oren Ziv)

Mohammed Moussa

3 Aprile 2020

GAZA — Come abitante di Gaza, la mia vita sotto la quarantena non è molto dissimile dalla mia quotidianità prima della pandemia. E’ come la vita sotto assedio. In questo modo gli abitanti di Gaza hanno trascorso gli ultimi 13 anni.

Continuo a tornare ai miei ricordi della guerra del 2014, quando passavo la maggior parte del tempo a casa, non facendo altro che ascoltare la radio per seguire ciò che stava accadendo. Le strade erano vuote e Gaza sembrava una città fantasma.
Durante quella guerra, ho trascorso 52 giorni a casa in auto-isolamento – non da coronavirus, ma dalla guerra. Come abitante di Gaza, la sensazione non è nuova per me. Ma questa è una pandemia globale, qualcosa di completamente diverso. Qualcosa che non ho mai sperimentato e che ha preso la vita di decine di migliaia di persone in tutto il mondo.

Attualmente ci sono 12 casi di COVID-19 a Gaza. Come tutti nella striscia, temevo che il coronavirus sarebbe entrato attraverso i nostri valichi di frontiera con l’Egitto o Israele. L’Egitto ha attualmente 1.170 casi dichiarati e 78 morti, mentre Israele ha più di 8.600 casi e 51 morti.
Mentre scrivo, sento bambini che giocano a calcio scalzi nei vicoli, i rumori delle biciclette e delle macchine per strada. Un gruppo di uomini cammina senza maschere o guanti. Un uomo è su un cavallo.

A volte sento come se le persone a Gaza stessero sottovalutando il coronavirus. O forse no. Forse non sono sicuri se possono fare qualcosa in questo momento o se possono persino sopravvivere. Continuano a dire: “Se gli Stati Uniti o il Regno Unito non sono sopravvissuti a questo, Gaza non ci riuscirà”.
Le opinioni su COVID-19 a Gaza differiscono. Ma il panico sta crescendo e ciò che potrebbe arrivare presto fa paura a tutti. Questo brutto virus può diffondersi qui così rapidamente, che anche una sola infezione in un luogo sovraffollato come il campo profughi di Jabaliya potrebbe portare a una catastrofe analoga a ciò a cui stiamo assistendo in Italia, Spagna e Stati Uniti. Ecco perché le autorità hanno chiuso i passaggi e le moschee e sospeso scuole e università.

Non ho indossato guanti o mascherina quando sono andato al supermercato stamani presto. Avevo solo un disinfettante per le mani in tasca, che usavo costantemente.
Sono stato sollevato quando ho visto che la cassiera indossava guanti neri. Ma per strada, le persone ancora si abbracciano, camminano l’una vicino all’altra e condividono cibo. Non c’è distanziamento sociale qui; forse le persone non sanno cosa significhi.
Il caffè sta bollendo, la televisione parla in sottofondo. La notizia dice di un’ondata di morti in America, il nuovo epicentro del virus. Finirà quest’estate? Durerà? Il mondo sarà lo stesso?

Cerco di disconnettermi dai social media e dalle notizie, invece mi ritrovo a guardare film online, anche quelli che non mi piacevano. Questi sono tempi strani.
Oggi dopo pranzo, ho parlato con una amica, una poeta che vive nel Regno Unito “Sono piuttosto isolata qui”, ha detto, “ma faccio parte di una comunità premurosa che sta trovando il modo di tenersi in contatto e sostenersi a vicenda. È bizzarro essere sotto coprifuoco e anche il processo per procurarsi il cibo è molto strano. “

Ho condiviso con lei una poesia che ho scritto ieri. È da un po ‘che non scrivevo qualcosa per aiutarla a sentirsi meglio:

Uccello senza piume”
Un muro alto e vuoto
Dietro di me
Una tazza da tè vuota
Vicino a me
Un uccello senza piume
Dentro di me
E una foto del suo viso
Davanti a me
Non mi lascia
Mi riempie
Mi fa rivivere

Adesso sono le 7 di sera Vado a fare una passeggiata dopo aver bevuto la mia terza tazza di caffè.

Mohammed Moussa è un giornalista freelance che vive a Gaza e il fondatore della Gaza Poets Society, una piattaforma per giovani aspiranti poeti a Gaza.

Lavoratore palestinese con mascherina per paura del corona virus a un negozio in Gaza City, 9 marzo 2020, (Ali Ahmed/Flash 90)

Saleh Diab (Abu Anas)

1 Aprile 2020 

SHEIKH JARRAH, GERUSALEMME — Non c’è niente di più duro dell’occupazione. Il coronavirus passerà, ma l’occupazione è qui da più di 100 anni. Ho protestato contro l’occupazione israeliana ogni venerdì negli ultimi 10 anni. Credo nella mia causa.
Molti palestinesi a Gerusalemme sono esclusi dai servizi essenziali, compresa l’assistenza medica. Nessuno si cura di noi. Sai quante famiglie hanno bisogno? Sai quanti lavoratori vanno a lavorare in Israele? Se perdono lavoro per un solo giorno, non avranno nulla per sfamare le loro famiglie.
Ho vissuto in quarantena in una casa separata, lontano da mia moglie e dai miei figli, per proteggere la mia famiglia. Lavoro in un supermercato e non so con chi ho a che fare, chi sono i clienti. Compro generi alimentari per i miei genitori anziani e lascio le borse fuori dalla loro porta. Sono preoccupato per loro, non per me stesso.

La separazione mi ricorda gli anni trascorsi come prigioniero politico. Sono stato imprigionato 13 volte. Oggi parlo con la mia famiglia solo al telefono e mi fa sentire di nuovo in prigione. Sto pensando ai prigionieri e prego che Dio sia al loro fianco. Parlo con la mia famiglia ogni giorno, ogni ora. Cosa dire dei prigionieri che sono stati rinchiusi per più di 25 anni?
Ma sono fiducioso. Niente è impossibile. Ho fiducia che persevereremo.

Saleh Diab è stato ascoltato al telefono

Un manifestante indossa la mascherina alla protesta settimanale in Sheikh Jarrah, Gerusalemme. (Courtesy of Saleh Diab)

Mary Hazboun

30 marzo 2020

CHICAGO, ILLINOIS — Questa quarantena non è un ritiro yoga.
Vedi, vorrei avere la capacità di stare seduta tranquilla. Ma è un privilegio che non possiedo. Consentire a me stessa di sentire tutto il mio corpo e sentirmi a casa con esso.
Vedi, il mio corpo ha attraversato l’occupazione militare, lo sfollamento e la violenza sessuale. Queste esperienze sono accatastate l’una sull’altra e represse in questo corpo. Anche le emozioni di queste esperienze sono sepolte in profondità, insieme agli eventi reali che le hanno provocate.
Alle persone come me non è mai stato insegnato come elaborare queste esperienze, né abbiamo imparato come assorbire in modo sano i sentimenti che hanno creato. Abbiamo modellato le nostre risposte secondo le persone intorno a noi, che hanno respinto queste esperienze o ci hanno detto di andare avanti. Di conseguenza, abbiamo attraversato la vita come se questi eventi non si fossero mai verificati. Non è colpa nostra.

Questa quarantena non è un ritiro yoga. Non per persone come me.

Il mio corpo è una casa che ha subito molti danni. Ma le sue fondamenta sono resistenti perché sono radicate in Palestina. E’ così che continuo ad andare avanti.
In questa era di COVID-19, non riesco ancora a decidere quale sia la cosa peggiore: il virus stesso o essere costretta a rimanere ferma. Per tutta la vita fino a due settimane fa, il mio meccanismo per far fronte alla vita, come molti palestinesi in diaspora, era quello di rimanere in una “risposta di volo” senza fine. Ero sempre in viaggio. Sono ossessionata dal rimanere in movimento per non stare ferma con il corpo, perché non ho la capacità psicologica di restare seduta con il peso che il corpo porta per lunghi periodi di tempo.
Sto facendo un lavoro per guarire, ma al mio ritmo. Lavoravo il 90 percento del mio tempo, e stavo ferma il 10%. Lavoravo e mi allenavo cinque giorni alla settimana e pulivo a fondo la casa tre giorni alla settimana. Le serate erano gli unici momenti in cui mi permettevo di rilassarmi disegnando i miei desideri, la mia diaspora e le mie paure in un taccuino, mentre sorseggiavo tè nero, fumavo il narghilè al gusto di mela e ascoltavo Um Kulthoum.
Creare arte è stato il mio modo di far fronte alla vita, perché spesso non riesco a usare il linguaggio per raccontare storie. Quando ho iniziato a disegnare, era il modo in cui il mio corpo creava uno spazio per il dolore, ed è per questo che ho chiamato la mia collezione “L’arte di piangere”.
Da quando sono stata costretta a lasciare la mia terra nel 2004, mi è sembrato di morire improvvisamente. Tutto ciò che conoscevo di essa finì: la mia casa, i miei amici, i miei cugini, i miei nonni, le strade di Betlemme, la Chiesa della Natività, la mia scuola, il negozio di alimentari di mio padre e il caffè pomeridiano di mia nonna … Come artista palestinese in diaspora, continuo a coltivare una speranza radicale attraverso i ricordi che porto con me.

Mary Hazboun disegna in un caffè a Chicago, Illinois, Febbraio 16, 2020. (Photo: Tamara Hijazi)

Mary Hazboun è un’artista palestinese, tiene conferenze su Palestina, femminismo anticoloniale, trauma, giustizia di genere e attivismo. Seguila su Instagram: @ maryhazboun48.

traduzione Alessandra Mecozzi da https://www.972mag.com/coronavirus-quarantine-diary-one/

 

La Bottega del Barbieri

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