Paolo Volponi, romanziere nel capitalismo

Lella Di Marco lo ricorda così

SCRITTORE-INTELLETTUALE E ROMANZIERE DEL CAPITALISMO COME SFRUTTAMENTO E ALIENAZIONE . IL SUO FARE POLITICA E LETTERATURA (UMANISTA INDUSTRIALE) DIVERSO PER SCELTA. UNA VITA COMPLESSA E COMPLICATA. UNA GRANDE EREDITA’ DA SAPER COGLIERE

PAOLO VOLPONI: Urbino 06 febbraio 1924 / 23 agosto 1994

Difficile da definire come scrittore. Non è inquadrabile in correnti o in un pensiero letterario-filosofico. E’ unico nel panorama letterario del ‘900. Senza dubbio è figlio del secolo scorso, generoso di grandi artisti e letterati; come la sua formazione umanista è frutto del suo essere nato e cresciuto a Urbino. Volponi però ha una storia personale che lo determina in modo particolare ed esclusivo. Appena laureato in legge, come procuratore legale comincia a lavorare nella grande industria, gomito a gomito con Adriano Olivetti, industriale illuminato sul quale spera per un nuovo e umano capitalismo. Conosce la catena di montaggio, i tempi e le condizioni della fabbrica, le leggi del capitale che inesorabilmente determinano la vita del Paese e le storie degli uomini e delle donne. Vive dentro e fuori la fabbrica che assieme alla scrittura costituirà la gabbia entro cui si colloca per tutta la sua vita. Come fosse, per lui, una espiazione.

Non è irriducibilmente contro il Capitalismo: ha sempre pensato che tale realtà economica, diversamente dalla finanza, potesse essere modificata e diventare dal “volto umano”. Molti ci hanno creduto come lui …

Di se stesso dirà

“Mi piace chiamarmi Volponi e penso all’eroismo della volpe che, presa in trappola, si morde la zampa pur di scappare. Io sono così, non riesco a rimanere chiuso in trappola e mi strappo la gamba pur di scappare.”

Forse si sentiva e viveva un po’ da volpe. Ttimido e impacciato come era cresciuto a Urbino, in famiglia con forti contrasti con il padre e a scuola fra molte incomprensioni con gli insegnanti. Lui che amava vagabondare – e attratto fortemente dalla cultura reale – “vive l’industria”: ne parla e ne scrive, impegnato a farla conoscere, ne riempie i suoi romanzi. Senza mistificazioni, finzioni, più chiaramente di un saggio di sociologia ed è convinto che sull’industria tutti gli scrittori si fossero arenati: a cominciare da Elio Vittorini fermo a vecchi schemi, o a Pasolini che erano suoi amici/maestri, fra i pochi con i quali ha avuto rapporti intensi anche se in perenne conflitto di visioni.

Lui liberal progressista non vede male il compromesso storico tanto che, come indipendente, arriva in parlamento nelle fila del PCI. Nel ’68 guarda a distanza le lotte operaie e studentesche, ne giudica gli esiti negativi e forse rimane l’unico intellettuale a non schierarsi con gli studenti. Ha una sorta di perbenismo politico, come a non voler confondere il suo ruolo di dirigente d’azienda con i giovani ribelli del movimento studentesco di allora . Ma gli imprenditori non apprezzano le sue posizioni e i progetti relativi al cambiamento dell’industria, così viene allontanato sia dall’Olivetti che dalla Fiat dove era stato chiamato a dirigere il centro studi

La sua posizione apparentemente ambigua non era opportunista. Lui pensava fosse giusta. E la più utile. Non ricordo sia stato particolarmente contestato né dal movimento studentesco né dagli intellettuali d’avanguardia (critici anche del modo di fare letteratura di quegli anni). Tutti gli riconoscevano il valore umano e letterario pur se magari non lo consideravano adeguato ai tempi o quasi un “provocatore reazionario” come Pasolini.

Volponi era di certo un uomo contraddittorio, abitato da tensioni psichiche fortissime e da scissioni acute. Non a caso disse una volta che la radice prima del suo diventare – fin da giovanissimo – un poeta fu “la paura”, il bisogno di dare una forma al proprio terrore “liquido e animale”. La sua grandezza non è in discussione come l’essere un intellettuale pressoché unico nel panorama del secondo Novecento.

Il suo valore -in vita – è stato riconosciuto anche a livello istituzionale, con premi e onorificenze. E anche oggi non credo sia del tutto dimenticato, dati i premi letterari ancora presenti in suo onore. Certo i suoi romanzi non sono letti dai giovani e a scuola non se ne parlerà molto. Mi chiedo come oggi si possa avvicinare i giovani ed entrare nelle loro grazie con scritti che richiedono studio, impegno sociale e politico, responsabilità , rigore etico ed intellettuale. Ma questo è un altro discorso.

L’eredità culturale che Volponi ci lascia è notevole. Non si tratta soltanto di non dimenticarlo ma di leggerlo, e rileggerlo. Di studiare il suo “non arrendersi e trovare sempre delle scappatoie nella vita , fare testimonianza, riflettere sulle derive culturali presenti nella società, alimentare le passioni e non considerare la letteratura ancilla delle ideologie ma capirne anche il senso che può avere oggi tenendola libera”.

AGGIUNGO UNA BREVE RIFLESSIONE PERSONALE ma con grande umiltà e stima che nulla vuole togliere alla sua grandezza intellettuale e politica.

Ho conosciuto Paolo Volponi negli anni 80 a Bologna perché il figlio Roberto, allora ventenne, frequentava casa mia. Appariva subito come un aristocratico signore d’altri tempi. Gentile, dalle parole misurate, pronto all’ascolto ma io – nonostante il suo volto “rubicondo” capelli dal taglio corto e ben curati, abiti eleganti – lo vedevo diverso. Triste. Come stretto da un dolore profondo. Preso da una sofferenza che lo tormentava e non gli lasciava vivere la sua vita pienamente: gli amori, le emozioni, i sentimenti più elementari. Gli mancava quella punta di leggerezza che – a tratti – può aiutare a sentire meno, la pesantezza della vita, un passo per entrare “in contatto” con le persone e soprattutto quelle più vicine, verso le quali magari si hanno forti responsabilità.

Vuoi per temperamento, vuoi per scelte o circostanze di vita, non riusciva a esternare nelle relazioni importanti i suoi sentimenti, per esempio con il figlio Roberto. E di questo soffriva moltissimo anche perché lo amava infinitamente. Era riconoscente alla mia famiglia che aveva accolto il giovane figliolo e si era presa “cura” di lui. Difficile da spiegare il livello di relazione e di sofferenza patiti da entrambi senza ombra di soluzione, pur nella consapevolezza e nel bisogno di riconoscimento reciproco. Dolore acuto sino alla fine quando il giovane Roberto al ritorno da Cuba in quell’agosto del 1989 si è schiantato nell’incidente aereo (171 vittime di cui 113 italiani). Credo che Paolo Volponi, da allora sia andato morendo a poco a poco...

Per onorare la memoria del figlio e perché nella sua Urbino rimanesse un ricordo tangibile donò alla pinacoteca del Palazzo Ducale la sua collezione di quadri raccolti con passione fra antiquari e collezionisti, costituendo un ricco e prezioso «Fondo Roberto Volponi».

La sua scrittura è viva , la sua prosa poetica. Neppure l’ombra di malinconico romanticismo. Sembra così neutralizzare il “male di vivere” come quando scrive all’amico Pasolini.

Caro Pier Paolo,

come invidio la tua spavalderia di uomo felice in amore. Io continuo a trascinare il mio cuore su e giù per lungotevere degli Anguillara, davanti a un portone regale, sotto le grandi finestre e l’albagia della casa palazzotta. (…) Intanto lavoro dentro un ufficio di vetro, tra piante insipide che sembrano vivere di corrente elettrica; tutta la stanza vibra tesa, percorsa da sottili e insistenti messaggi, da colori e nichel come un’anticamera della sedia elettrica. Ogni tanto contrabbando un foglio di poesia o un libro.. In «Scrivo a te come guardandomi allo specchio. Lettere a Pasolini (1954-1975)» a cura di D. Fioretti, Polistampa, 2009.

O come quando ci regala versi come fosse il poeta degli oggetti, della materia naturale, della campagna.

Nelle vastissime notti
io sento
il rumore dell’ossatura delle cose,
gli alberi che battono sulle strade.
La terra tesa con spasimo
che potrebbe schiantarsi
come il ghiaccio di un lago.
Io debbo reagire
per non farmi sovrastare
dal rumore del mio corpo,
per non farmi tendere come la pelle della terra.
Cerco di spezzare quelle corde
che stirano ogni cosa.

Alcune opere in prosa

  • Memoriale, Milano, Garzanti, 1962.
  • La macchina mondiale, Milano, Garzanti, 1965.
  • Corporale, Torino, Einaudi, 1974.
  • Il sipario ducale, Milano, Garzanti, 1975.
  • Il pianeta irritabile, Torino, Einaudi, 1978.
  • Il lanciatore di giavellotto, Torino, Einaudi, 1981.
  • Le mosche del capitale, Torino, Einaudi, 1989. ISBN 88-06-11524-3.
  • La strada per Roma, Torino, Einaudi, 1991. ISBN 88-06-12279-7

MA COSA SONO LE «SCOR-DATE»? NOTA PER CHI CAPITASSE QUI SOLTANTO ADESSO.

Per «scor-data» qui in “bottega” si intende il rimando a una persona o a un evento che il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna deformano, rammentano “a rovescio” o cancellano; a volte i temi possono essere più leggeri ché ogni tanto sorridere non fa male, anzi. Ovviamente assai diversi gli stili e le scelte per raccontare; a volte post brevi e magari solo un titolo, una citazione, una foto, un disegno. Comunque un gran lavoro. E si può fare meglio, specie se il nostro “collettivo di lavoro” si allargherà. Vi sentite chiamate/i “in causa”? Proprio così, questo è un bando di arruolamento nel nostro disarmato esercituccio. Grazie in anticipo a chi collaborerà, commenterà, linkerà, correggerà i nostri errori sempre possibili, segnalerà qualcun/qualcosa … o anche solo ci leggerà.

La redazione – abbastanza ballerina – della bottega

Redazione
La redazione della bottega è composta da Daniele Barbieri e da chi in via del tutto libera, gratuita e volontaria contribuisce con contenuti, informazioni e opinioni.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *