Patrice Lumumba e l’Occidente/Uccidente

di d. b.

Il meglio del blog-bottega /97…. andando a ritroso nel tempo (*)

PatriceLumumba

Ci sono voluti 42 anni perchè il Belgio riconoscesse che dietro l’assassinio di Patrice Lumumba c’erano «alcuni membri del governo di allora».

Il 17 gennaio 2011 sono 50 anni esatti dalla morte di Lumumba. Sarà ricordato in molte città (una porta oggi il suo nome: Lumumbashi) del Congo come in altre parti dell’Africa. La sua storia ha molto da dirci anche oggi perchè il colonialismo e il saccheggio del Terzo Mondo non sono mai cessati, hanno solo mutato volto e metodi.

Non è un Paese povero il Congo come si è sentito dire anche di recente da un giornalista italiano che chissà se lo confondeva con il piccolo Togo o con il Gabon. Anzi, è uno dei Paesi più ricchi al mondo per risorse naturali. «Uno scandalo geologico» fu definito: diamanti, foreste, oro, uranio (proprio quello usato per le prime atomiche), rame, cobalto, radium, zinco fino al coltan che, pur se i profani non lo hanno mai sentito nominare, muove oggi settori importanti dell’economia globale e causa guerre con milioni di morti.

Un grosso affare per re Leopoldo del Belgio avere il Congo come «possedimento personale». Nel passaggio fra ‘800 e ‘900 sono 10 milioni – quasi metà popolazione – i congolesi morti come schiavi nella raccolta del caucciù o nella repressione delle rivolte. Uno dei più famosi scrittori del mondo, Mark Twain, fatica a trovare editori quando scrive «Soliloquio di re Leopoldo», un durissimo atto d’accusa. E’ il 1905.

Tre anni prima esce «Cuore di tenebra» di Joseph Conrad che si chiude con la famosa frase di Kurz «sterminate quelle bestie» a ben sintetizzare la missione civilizzatrice della “razza” bianca. Il termine genocidio allora non esiste ma è al sistematico massacro di quei “non-umani” che Kurz si riferisce.

Le accuse internazionali contro Leopoldo costringono il re a una retromarcia, meglio a un gioco di bussolotti: rinuncia al “suo” possedimento per cederlo al Belgio. I genocidi continuano.

Quando nasce (il 2 luglio 1925) Patrice Lumumba le “bestie” congolesi non hanno alcun diritto. Nel 1950 su 14 milioni di persone solo 1500 vengono considerate «evolute» cioè hanno un libretto che riconosce loro una sorta di (pur dimezzati) diritti. Il giovane Lumumba si forma su Rousseau ma anche su Jacques Maritain e sulle voci dell’orgoglio africano come Senghor. Inizia a guardare verso un «Congo unito in un’Africa unita» e questo sarà poi uno dei suoi slogan.

Inizia il suo impegno politico, subisce un primo arresto e nei primi mesi del 1958 si trasferisce nella capitale Leopoldville, oggi Kinshasa. Dà vita al Mnc (Movimento nazionale congolese) che esige l’indipendenza subito attraverso negoziati pacifici e il rispetto dei diritti dell’uomo. Lumumba è quasi uno sconosciuto quando va alla Conferenza panafricana di Accra ma ne esce da leader.

Dato che il Belgio fa orecchie da mercante, in Congo iniziano manifestazioni e rivolte. Si chiede l’indipendenza entro il 1961 e si annuncia la «non collaborazione» a oltranza. Le truppe belghe sparano: centinaia i morti. Lumumba viene arrestato e condannato a 6 mesi di carcere.

Finalmente il 22 maggio 1960 si vota: Lumumba è eletto, il suo movimento conquista quasi un terzo dei voti. Così il 30 giugno re Baldovino dichiara l’indipendenza del Congo e Lumumba diventa capo del governo. Ha già detto in più occasioni che non si riconosce in nessuno dei due blocchi ma nel movimento dei “non allineati”.

Ma le compagnie minerarie belghe d’intesa con la Cia (lo si legge oggi nei documenti statunitensi non più segreti) hanno già preparato la secessione del Katanga, una delle regioni più ricche. La indipendenza congolese diventa un elemento centrale nel nuovo scacchiere internazionale. Il 14 luglio 1960 l’Onu chiede l’allontanamento delle truppe belghe e affida al suo segretario, Dag Hammarskjold, il compito di collaborare con il governo congolese. Mentre il kaos cresce e la Cia vuole “sbrigare” la faccenda prima che entri in carica il nuovo presidente (John Kennedy del quale i “servizi” non si fidano) Hammarskjold – dopo qualche incertezza – si schiera con decisione per una vera indipendenza del Congo. Pagherà con la vita, come Lumumba, la sua onestà.

Dell’assassinio di Lumumba si saprà con un mese di ritardo: le immagini di quell’uomo legato fanno il giro del mondo. Solo dopo molti anni si saprà che sono i ribelli, con la complicità di militari belgi, a bastonare Lumumba, finirlo a colpi di baionetta e poi sciogliere il suo cadavere nell’acido.

Qualche mese dopo tocca ad Hammarskjold: il 18 settembre l’aereo che lo porta in Congo, a una nuova conferenza di pace, cade; solo nel 1992 una inchiesta dirà che fu sabotato, probabilmente da agenti statunitensi per conto dell’Union Miniere belga.

Non ci resta molto degli scritti di Lumumba: qualche poesia e un paio di discorsi. Probabilmente a costargli la vita fu quello del 30 giugno, giorno dell’indipendenza, pronunciato davanti al re belga: Baldovino si aspettava ringraziamenti e umiltà non certo che gli venissero ricordati 80 anni di «lavoro spossante in cambio di salari che non ci permettevano di sfamarci», 80 anni di «ironie, insulti, colpi perchè eravamo negri», 80 anni di sparatorie, ingiustizie, oppressioni, sfruttamento.

Dopo la morte di Lulumba – e l’ammonimento all’Onu – il Congo precipita nel kaos, poi dal 1965 in una lunga dittatura, la «cleptocrazia» di Mobutu che in 32 anni renderà grandi servigi (cioè soldi) a Belgio, Francia e Usa mentre impoverisce sempre più i congolesi.

Solo alla fine degli anni ’80 i riflettori dell’informazione mondiale tornano ad accendersi, per qualche attimo, sul Congo accennando a due guerre che squassano il Paese finendo per coinvolgere mezzo continente con 4 milioni di morti (le cifre sono di Amnesty International) mentre altri 16 milioni sono vittime di violazioni, privi di alimenti sufficienti o di farmaci, costretti alla fuga. Nel «cuore di tenebra» ancora una volta a tirare i fili sono i nuovi Kurz. I rapporti delle Nazioni Unite (resi pubblici solo in parte) indicano nella guerra per il coltan, finanziata dalle compagnie occidentali, le vere ragioni di questa tragedia che i media scelgono di non raccontare.

Nel 2006 torna un po’ di pace nel Congo e finalmente si tengono elezioni libere ma sembra solo una tregua: nelle zone minerarie continuano gli scontri e soprattutto lo sfruttamento. Il Congo è sempre più povero perchè le sue ricchezze vengono saccheggiate senza tregua.

A proposito del “mea culpaprima citato del governo belga è interessante notare che è avvenuto solo su pressione dell’opinione pubblica choccata prima per il film «Lumumba» (in Italia non ha quasi circolato) del regista haitiano Raoul Peck, poi per un libro di Ludo De Witte che, partendo da documenti segreti de-classificati, ha inchiodato compagnie minerarie e potere politico dell’epoca alle loro responsabilità.

Frantz Fanon, un grande intellettuale caraibico di nascita e algerino di elezione, aveva scritto: «se l’Africa fosse raffigurata come una pistola, il grilletto si troverebbe in Congo». Una profezia che si è avverata per Lumumba e continua a pesare anche dopo 50 anni.

 

UNA BREVE NOTA DEL 2011

Questo mio articolo è uscito oggi sul quotidiano «Liberazione» (con un titolo «Lumumba, l’africano che guardava a Rousseau» che non mi è piaciuto). Ho parlato del Congo in altre occasioni e qualcosa trovate anche su codesto blog. Se desiderate approfondire la figura di Lumumba vi consiglio di leggere «Una stagione nel Congo» di Aimè Cesaire, grandissimo intellettuale martinicano che fu centrale nella formazione di molti africani militanti contro il colonialismo (ma che è attualissimo anche oggi): è un drammatico, bellissimo testo teatrale proprio su Lumumba; in italiano fu edito da Argo nel 2003.

NOTA 2016

Ovviamente dal 2011 di Lumumba e di Hammarskjold in “bottega” si è parlato ancora. E spesso si è scritto delle infinite guerre del coltan – gestite dall’Occidente anzi dall’Uccidente come io credo giusto chiamarlo – che continuano a insanguinare il Congo. (db)

(*) Come l’anno scorso, ad agosto la “bottega” – che prima dell’11 gennaio 2015 fu blog – recupera alcuni vecchi post che a rileggerli, anni dopo, sono sembrati interessanti. Il motivo? Un po’ perché 10mila articoli (avete letto bene: 10 mila) sono taaaaaaaaaaanti e si rischia di perdere la memoria dei più vecchi. E un po’ perché nel pieno dell’estate qualche collaborazione si liquefà: viva&viva il diritto alle vacanze che dovrebbe essere per tutte/i. Vecchi post dunque… all’incirca di 5 anni fa: recuperati con l’unico criterio di partire dalla coda ma valutando quali possono essere più attuali o spiazzanti. Il “meglio” è sempre soggettivo ma l’idea è soprattutto di ritrovare semi, ponti, pensieri perduti… in qualche caso accompagnati dalla bella scrittura, dall’inchiesta ben fatta, dalla riflessione intelligente: con le firme più varie, stili assai differenti e quel misto di serietà e ironia, di rabbia e speranza che – speriamo – caratterizza questa blottega, cioè blog-bottega. (db)

 

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

Un commento

  • Dottore Barbieri,

    Mi permetto un erratum per il GABON che è così ricco del Congo in proporzione più piccola. Condividiamo la stessa nappa freatica, quindi prima di pubblicare senza fonti averate, grazie di fare le dovute Ricerche. È una vergogna pensare di essere una referenza geopolitica e giornalistica poi mancare al dovuto rigore scientifico sulle fonti di valuta ( indice di povertà o PIL) dei paesi citati.

    Il Gabon non fa parti dei paesi considerati poveri in Africa.

    Cordiali saluti.

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