Patrimoniale o «Paperoni-ale»?

«Chiediamo di introdurre un’imposta sulla ricchezza finanziaria»

Patrimoniale fa venire la pelle d’oca a tutti. In Italia, la politica a favore della casa è stata efficace per dare un’abitazione di proprietà a tutti, a qualcuno anche la seconda casa, magari in comune con fratelli e parenti… forse alcuni si sono riusciti anche a mettere qualcosa da parte per la vecchiaia. E tutti si sentono colpiti da questa parola. Ma se anziché PATRIMONIALE la chiamassimo

PAPERONIALE?

La patrimoniale sui Paperoni d’Italia e sulle aziende che fanno il falso in bilancio pur di arrivare a zero? Sicuramente molti sosterrebbero l’approvazione di una legge che distribuisca la ricchezza, così come recita la nostra Costituzione.

Serena Pellegrino

Ai presidenti delle Camera dei deputati e del Senato delle Repubblica e per conoscenza al presidente del Consiglio dei Ministri e al ministro dell’Economia e delle Finanze

Chiediamo che vengano adottate politiche di redistribuzione

PREMESSA.  Come ammesso ormai anche da ambienti  economici liberisti (come il Financial Times), non si può uscire dalla stagnazione di lungo periodo in cui ci troviamo senza affrontare uno scoglio che è diventato troppo spesso un tabù, e cioè la necessità di una politica di redistribuzione dai più ricchi ai più poveri (o meglio al sistema di welfare). E questo può essere ottenuto solo con nuove tasse. La più opportuna è un’imposta di solidarietà sulla ricchezza finanziaria. In questa breve premessa vedremo dapprima perché questa imposta è giusta in linea di principio e di diritto; e poi perché queste considerazioni sono in realtà superflue. Per capire perché l’imposta qui suggerita è eticamente giusta basta leggere qualsiasi manuale di politica economica scritto prima dello tsunami neoliberista degli ultimi decenni: in esso si vedrà che fra i compiti fondamentali della politica economica c’era (e dovrebbe ancora esserci) la riduzione delle diseguaglianze. Rinviamo a tali manuali per le motivazioni teoriche relative. E siccome  nel nostro paese le diseguaglianze sono molto aumentate durante la crisi, ne risulta che è opportuno trovare il modo di togliere qualcosa ai ricchi per darlo ai poveri. Ma c’è anche un motivo giuridico: negli anni della crisi molti ricchi sono diventati più ricchi (e molti poveri sempre più poveri). La ricchezza che si è creata è l’accumulo di redditi, e per i ricchi si tratta perlopiù di redditi da capitale. Questi non sono tassati in misura progressiva, in contrasto con la Costituzione (art.53: “il sistema tributario è informato a criteri di progressività”); quindi una loro tassazione una volta che si siano trasformati in ricchezza è giuridicamente fondata, purché le aliquote non siano troppo alte.

Questo ci porta all’ultimo punto di questa premessa. Le considerazioni precedenti perdono qualsiasi rilevanza a fronte di un dato fondamentale, e cioè che basterebbe un’imposta estremamente esigua per operare una redistribuzione significativa. La ricchezza finanziaria (finanziaria: quindi escludendo le abitazioni) ufficialmente censita dei cittadini italiani era alla fine del 2019 di circa 4400 miliardi. Oggi questo valore si è un po’ ridotto, ma molto difficilmente è sceso sotto i 4000. Un’imposta del 5 per mille (metà dell’1%) renderebbe circa 20 miliardi. Sarebbe opportuno che le aliquote fossero progressive e con una quota esente, ma se anche l’imposta fosse proporzionale ben difficilmente creerebbero ondate di protesta: chi avesse “solo” 20.000€ in banca dovrebbe pagare 100€ all’anno.

 

Per questi motivi noi cittadini italiani chiediamo, in ottemperanza all’art. 50 della Costituzione che sancisce il diritto dei cittadini di rivolgersi direttamente al Parlamento, che:

  1. Il Parlamento impegni il governo a introdurre un contributo di solidarietà sulla ricchezza finanziaria (quindi con esclusione delle case e degli altri beni immobili), con aliquote progressive (comunque non superiori all’1%) e una quota esente;
  2. Nella norma in materia venga espressamente stabilito che i proventi di questo contributo devono essere interamente investiti nel miglioramento dei servizi per i cittadini, in particolare a vantaggio delle persone maggiormente in difficoltà, e per creare lavoro per i giovani disoccupati. Entro questo ambito la ripartizione dei fondi dovrà essere oggetto di una rigorosa valutazione tecnica.

Riteniamo che decidere quali aliquote applicare, e quindi quali somme ottenere, debba essere valutato del Parlamento.  Quanto segue quindi è solo un suggerimento. Proponiamo la totale esenzione per la metà più povera delle famiglie, un’aliquota media intorno allo 0.8% per il decimo più ricco, e un’aliquota media intorno allo 0.15% per le altre. Dato che in Italia la ricchezza finanziaria è molto concentrata, il gettito  dovrebbe essere superiore ai 20 miliardi.

PRIMI FIRMATARI:

Filippo Barbera, Università di Torino
Maria Luisa Bianco, Università del Piemonte Orientale
Giancarlo Cerruti, Università di Torino
Bruno Contini, Università di Torino
Federico Dolce, Centro Studi Argo
Ugo Mattei, Università di Torino
Guido Ortona, Università del Piemonte Orientale
Serena Pellegrino, già vicepresidente della Commissione Ambiente e Lavori Pubblici della Camera dei Deputati
Francesco Scacciati, Università di Torino
Andrea Surbone, scrittore
Pietro Terna
, Università di Torino
Teodoro Togati, Università di Torino
Willem Tousijn, Università di Torino

Questa è un’iniziativa politica non legata ad alcun partito; tutti sono invitati ad aderire.

PER SAPERNE DI PIU’ (O PER ADESIONI): www.paperoniale.it

 

questo testo è stato scritto nel settembre 2020
per contatti:
paperoniale@centrostudiargo.it

 

Le immagini sono scelte dalla “bottega”: tre (più il logo) le abbiamo riprese dal sito del Centro Studi Argo

PRIMI COMMENTI IN REDAZIONE

Qui in “bottega” affiorano due linee: «meglio che niente» da una parte e dall’altra «anche stavolta i ricchi (che quasi sempre vuol dire super-ladroni) se la cavano con un’elemosina?».

 

La Bottega del Barbieri

2 commenti

  • Dopo le “inchieste” della Gabanelli, ora arriva il filosofo. Mentre crescono i profitti padronali e il soccorso statale alle imprese, si chiedono altri sacrifici ai lavoratori dipendenti.

    Quando una situazione è grave, bisogna vedere come aggravarla. Questa regola aurea sembra aver ispirato le dichiarazioni del filosofo Massimo Cacciari, secondo il quale non è giusto che a pagare per l’emergenza Covid sia solo una metà della popolazione, perciò a contribuire ai costi dovrebbero essere chiamati anche i lavoratori statali.

    Queste dichiarazioni implicano una certa disinformazione, poiché i lavoratori statali in Italia non sono la metà della popolazione lavorativa, bensì soltanto il 14%, molto al di sotto della media europea. Non si comprende poi per quale motivo sottrarre risorse a quei pochi che sono ancora in grado di spendere e di sostenere la domanda di beni. Ma c’è anche di più: lavoratori statali e lavoratori autonomi non sono caste separate, poiché le due condizioni si intrecciano nelle stesse famiglie. Molti lavoratori autonomi, oggi in drammatica difficoltà a causa dei lockdown, trovano sollievo nel fatto che il loro coniuge è un dipendente statale che può continuare a contribuire al bilancio familiare. Diffondere odio di categoria, oppure odio generazionale, in un momento del genere significa quindi diffondere odio anche all’interno delle famiglie, che rappresentano ancora in Italia il maggiore ammortizzatore sociale.

    Di fronte alla tragedia in corso, il filosofo non riesce ad opporre altro che un moralismo punitivo che prende a bersaglio i deboli, in base alla dolorosa considerazione che dovremo pagare per i prossimi decenni l’emergenza di questi mesi. Sarebbe stato magari interessante cogliere il nonsenso di questa situazione: ti salvo dal Covid ma ti condanno a morire di fame e di stenti, oppure per i proiettili della polizia allorché sarai costretto alla rivolta.

    Perchè ben altra “redistribuzione” sarebbe e sarà necessaria (non certo tramite patetiche raccolte di firme).

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