Palestina: fra annessione, Covid e resistenza

appelli e articoli di BDS Italia, Majed Abusalama, Awad Abdelfattah, Ramzy Baroud, Rete ISM Italia e due corrispondenze di Michele Giorgio

Alcune vignette sono state riprese dal sito ababil.org; le altre sono firmate da Vincenzo Apicella (quanto ci manca)

 

LETTERA APERTA AL MONDO POLITICO E A QUELLO DELL’INFORMAZIONE

NO ALL’ANNESSIONE DEI TERRITORI PALESTINESI OCCUPATI!

L’amministrazione USA guidata dal presidente  Donald Trump,  su consiglio del genero-consigliere, il sionista Jared Kushner, contravvenendo alla Legge e il Diritto internazionale, interviene con il “Piano del secolo” un piano per accelerare  l’annessione da parte di Israele di territori palestinesi occupati, quelli dove sorgono gli insediamenti israeliani (illegali per il diritto internazionale) e quelli della Valle del Giordano, territori agricoli vitali per la sussistenza dei palestinesi.          Il 5 marzo l’ambasciatore USA in Israele, il falco David Friedman, dichiarava: “Le colonie e la Valle del Giordano sono importanti per Israele, come è importante la statua della libertà per gli Stati Uniti d’America”, sottolineando una volta ancora, se mai ce ne fosse bisogno, la parzialità di questa Amministrazione nei confronti della questione israelo-palestinese.
Di fronte alla politica aggressiva, oppressiva e colonizzatrice  del governo israeliano, incoraggiata e sostenuta dall’amministrazione americana, noi, forze della società civile e politica, difensori dei diritti umani e firmatari di questa lettera, esprimiamo la nostra denuncia, la nostra condanna e il nostro rifiuto.     Chiediamo all’Italia, ai paesi europei che hanno espresso la loro contrarietà a questo piano e all’Unione Europea di non limitarsi alle parole, ma di adottare azioni concrete e coraggiose nel rispetto del Diritto internazionale, sospendendo rapporti economici, militari di collaborazione scientifica e tecnologica con lo Stato di Israele, e di applicare sanzioni nei suoi confronti, come fu fatto verso il Sudafrica dell’apartheid.       Non si può continuare ad emettere vane condanne con vane parole di fronte alla tragedia del popolo palestinese, all’esproprio continuo della sua terra, alla violazione e alla negazione dei suoi diritti. Occorrono parole e fatti che portino a soluzione di pace.
Chiediamo agli operatori dell’informazione di trattare questa ennesima  situazione che svuota di contenuti il processo di pace, non con una ingiusta e falsa “equidistanza”, ma con la dovuta attenzione verso chi subisce e vede lesi i suoi diritti. Le atrocità e i crimini che da molti decenni colpiscono il popolo palestinese sono una violazione continua del Diritto internazionale e una ferita per l’intera società umana che crede nella legalità e in una pace giusta.

Roma, 12/5/2020        Comunità Palestinese in Italia

Giovani Palestinesi d’ Italia

 

Lettera di Societa’ Civile per la Palestina al Ministro degli Esteri di Maio.

Ministro Luigi di Maio
Vice Ministra Emanuela Claudia Del Re
Vice Ministra Marina Sereni
Sottosegretario Manlio Di Stefano

Con la presente intendiamo esprimere la nostra preoccupazione per le difficoltà che le azioni di prevenzione e assistenza necessarie a contenere l’epidemia di COVID-19 stanno incontrando nei Territori Palestinesi Occupati (TPO).

Lo scorso 14 aprile la polizia israeliana è intervenuta nel sobborgo palestinese di Silwan, Gerusalemme Est occupata, chiudendo una clinica recentemente attivata in uno spazio della locale moschea, arrestando quattro operatori sanitari. A Silwan si sono registrati 40 casi COVID-19 conclamati, ma si sospetta che il contagio sia molto più ampio. L’intervento della polizia israeliana è stato motivato dal fatto che alla gestione della clinica partecipava l’Autorità Nazionale Palestinese (limitatamente alla raccolta e all’analisi dei tamponi), a cui Israele impedisce di operare a Gerusalemme Est occupata, come in altre aree dei TPO, in particolare in Area C.

L’episodio di Silwan getta luce su una realtà molto problematica per quanto riguarda la prevenzione e la assistenza dei Palestinesi rispetto alla pandemia da Covid-19. All’inizio di aprile la polizia israeliana ha arrestato Fadi al-Hadami – ministro ANP per Gerusalemme – e Adnan Ghaith (Governatore di Gerusalemme) che sostenevano attività di prevenzione tra la popolazione palestinese, con l’accusa di avere svolto attività illegali. Sia i palestinesi con cittadinanza israeliana che quelli residenti di Gerusalemme Est occupata denunciano una discriminazione sanitaria nei loro confronti: le unità di prevenzione delle aree a maggioranza araba sono insufficienti e il materiale informativo, inizialmente solo in ebraico, è stato tradotto approssimativamente in arabo. A Gerusalemme Est occupata i due ospedali esistenti sono sovraffollati, privi di aiuti e dotati di attrezzature insufficienti. Significativo che il Campo profughi di Shufat – 25 mila abitanti stimati-, che sorge all’interno dell’area metropolita di Gerusalemme Est occupata, per ottenere l’installazione di un centro di prevenzione al suo interno, si sia dovuto rivolgere alla Corte suprema israeliana.

Nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania, il sistema sanitario palestinese, devastato da decenni di occupazione militare e distruzione delle infrastrutture da parte di Israele, affronta enormi difficoltà nel contenere la pandemia. Gaza, in particolare, sottoposta a un assedio da 13 anni appare significativamente impreparata.

In Palestina sono entrate in vigore le misure di lockdown il 5 marzo, parzialmente allentate lo scorso 20 aprile. Dato che la maggior parte dei palestinesi che hanno inizialmente contratto il COVID-19 lavorava in Israele, il Ministero della Salute ha disposto la sospensione degli spostamenti verso Israele. In realtà molti lavoratori palestinesi spinti dalla necessità economica, continuano a oltrepassare la “Barriera di separazione” (illegale per il diritto internazionale) in modo clandestino.

Al 5 di maggio si segnalavano nei TPO 532 casi ufficiali di COVID-19 e due decessi. La situazione appare particolarmente preoccupante in Area C, ove vivono oltre 200 mila palestinesi. L’area C permane sotto totale controllo di Israele che impedisce alle strutture sanitarie della ANP di operare. Date le restrizioni alla mobilità, la copertura sanitaria non risulta garantita e le iniziative di prevenzione sono sostanzialmente assenti. Una situazione particolarmente critica si registra tra le comunità beduine, molte delle quali colpite da ordini di demolizione emanati negli scorsi anni. In particolare si segnala il caso della comunità di Khan al-Ahmar, che ospita la Scuola di gomme realizzata dalla ONG italiana Vento di Terra.

I rischi di diffusione del COVID-19 sono particolarmente gravi tra i circa 5.000 prigionieri palestinesi, rinchiusi in carceri sovraffollate, e dove le capacità ospedaliere e mediche sono insufficienti nel caso in cui la malattia inizi a diffondersi. Attualmente 194 minorenni palestinesi si trovano nelle carceri e nei centri di detenzione israeliani. Secondo il Servizio Penitenziario Israeliano (IPS), si rileva che al 31 marzo il 28% era stato giudicato, e il 60%, permaneva in detenzione amministrativa. Inoltre più del 70% dei minori palestinesi è detenuto in Israele, in violazione della Convenzione di Ginevra che stabilisce il diritto dei reclusi di rimanere nella zona occupata. Per quanto sopra, considerato che l’attuale pandemia non rispetta i confini, la tutela della salute della popolazione palestinese è anche tutela della salute di quella israeliana.

La potenza occupante ha l’obbligo ai sensi della IV convenzione di Ginevra, in particolare all’art.56, di tutelare la salute ed i servizi sanitari della popolazione occupata, anche al fine di evitare la propagazione delle epidemie.

Sollecitiamo il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Luigi Di Maio ad intervenire nei confronti delle Autorità israeliane, affinché rispondano ai propri obblighi per la salvaguardia della salute di tutta la popolazione palestinese, residente all’interno dei confini israeliani e residente nei territori occupati, compresa Gaza e Gerusalemme Est, chiedendo di:

– garantire alle strutture sanitarie palestinesi la fornitura di idonei dispositivi per la protezione e la sicurezza individuale dei cittadini e del personale sanitario;

– terminare il blocco a cui la Striscia di Gaza è sottoposta da 13 anni garantendo l’ingresso di personale e mezzi necessari ad affrontare la pandemia in atto compresi prodotti igienici, farmaci e presidi medicochirurgici e di quant’altro necessario;

– autorizzare una visita immediata della Croce Rossa Internazionale nelle carceri ove sono detenuti i prigionieri palestinesi, per verificarne le condizioni in particolare al fine del contenimento dell’epidemia da Covid-19;

– rilanciare l’attività della Cooperazione Italiana a favore dei Palestinesi, in particolare nel settore medico-sanitario, in cui l’Italia ha avuto per anni ruolo di primo piano, d’intesa con gli organismi internazionali.

Certi di essere ascoltati, saremmo grati di una risposta e siamo anche disponibili ad un incontro con i responsabili dell’area, sapendo quanto voi siate impegnati.

Con i più sentiti saluti,

per Società Civile Palestina
Luisa Morgantini, Norberto Julini, Massimo Annibale Rossi
Email : societàcivilepalestina@gmail.com
Tel. +393483921465

Roma, 8 Maggio 2020

Sono parte della rete di SOCIETA’ CIVILE PER LA PALESTINA

Pax Christi, Saalam Ragazzi dell’Ulivo Milano, La tenda di Amal, Assopace Palestina, COSPE Cooperazione per lo Sviluppo dei Paesi Emergenti, Vento di Terra Ong, Associazione amicizia Italo palestinese, BDS Italia, Rete Ebrei Contro l’Occupazione, Comunità Le Piagge, L’Ulivo e il Libro, Associazione Oltre il mare, Istituto di Ricerca per la Pace (Italy) – Rete Corpi Civili di Pace – IPRI rete CCP, Donne in Nero di Torino, Salaam Ragazzi dell’Ulivo Padova, Invicta Palestina, Comunità Palestinese Toscana, Comunità Palestinese di Lombardia, VIS – Volontariato Internazionale per lo Sviluppo, Centro Sereno Regis, ARCI Associazione ricreativa e culturale italiana, Rete Radie Resh.

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Chi approfitta del coronavirus? – BDS Italia

In un articolo pubblicato dal giornale israeliano Israel Hayom si legge che la pandemia da coronavirus, pur comportando nel futuro maggiori rischi, più instabilità nella regione e difficoltà nel commercio mondiale, offrirà nuove opportunità a Israele. Infatti il Ministero per gli Affari Esteri israeliano “prevede un aumento della domanda mondiale di prodotti di alta tecnologia, soprattutto nell’ambito della gestione e della sorveglianza a distanza. Questo potrebbe essere un affare per Israele, che dispone di un settore di alta tecnologia molto sviluppato.”

Israele è, infatti, tra i primi al mondo nella produzione e fornitura di prodotti per l’intelligenza artificiale applicata a sorveglianza e controllo, di videocamere smart e macchine biometriche da usare nei checkpoint, di termoscan da installare in aeroporti e stazioni, di applicazioni robotiche da usare in ogni tipo di emergenza e di droni progettati ad hoc per i cordoni sanitari.

La robotica e altri sistemi di controllo a distanza sono sviluppati in Cina e paesi limitrofi, ma non altrettanto in occidente, salvo che negli Stati Uniti, e in altre parti del mondo, dove quindi Israele prevede di poter fare lauti affari in futuro.

Questo tipo di tecnologia è realizzata da varie aziende israeliane ed usata da anni dai suoi apparati militari e di intelligence per tracciare e seguire ogni movimento della popolazione palestinese sia nei territori occupati della Cisgiordania che dentro Gaza e nel mondo. È anche attraverso l’uso delle applicazioni più raffinate che Israele riesce a programmare assassini mirati in Palestina e altrove.

Una delle compagnie più note è il Gruppo NSO, che produce un malware denominato Pegasus che, inserito nel telefono cellulare dei soggetti target, ne estrae qualsiasi informazione privata, immagini, registrazioni, password, mail etc. Questo sistema viene venduto solo ai governi ed è stato usato, secondo diverse denunce anche di Amnesty International, contro giornalisti e attivisti, e, secondo il dissidente saudita Omar Abdulaziz, rifugiato in Canada,  per tracciare Jamal Khashoggi, il giornalista dissidente che sarebbe stato ucciso su ordine del principe dell’Arabia Saudita Ibn Bin Salman.

L’uso di una versione adattata del malware della NSO è stato proposto dal Ministro della Difesa Naftali Bennett per tracciare la popolazione in seguito alla pandemia da Covid-17. Il sistema assegna ad ogni individuo un grado infettivo che va da 1 a 10, lo localizza in tempo reale e lo può seguire nei suoi spostamenti e nei suoi contatti. La proposta ha destato preoccupazioni perfino in Israele, con il Procuratore generale che si era opposto. Tuttavia, N.Bennett insiste perché la NSO sia coinvolta nel tracciamento e l’impresa sta presentando i suoi prodotti ai governi di molti paesi nel mondo come soluzione al contenimento del virus.

Degno di nota è che sia lo Shin Bet, l’agenzia di sicurezza israeliana per gli affari interni, non il Ministero della sanità, a gestire il controllo e il tracciamento di tutta la popolazione, iniziato senza che, peraltro, vi sia stato alcun passaggio parlamentare. La Corte Suprema israeliana ha posto il blocco sul controverso programma fino a quando non ci sarà una legge che lo autorizzi, anche se permette al programma di continuare mentre si discute in parlamento. In una intervista al sito israeliano YNetNews, Edward Snowden si è detto sorpreso che nessuno in Israele sollevi la questione.

Queste tecnologie sono state sviluppate e migliorate attraverso l’uso e la sperimentazione sui palestinesi, sui quali sono applicate in modo ancora più invasivo e permettono ai militari israeliani di controllare completamente la loro vita, estrapolando dati ben oltre quello che è necessario per il controllo dell’infezione. Per affermazione degli stessi militari israeliani le informazioni estratte sono usate negli interrogatori dei prigionieri politici palestinesi, per operare ricatti, per creare divisioni nella società palestinese e per reclutare spie.

Vendere una applicazione testata sui palestinesi costituisce un importante “marchio di qualità” come per tutte le armi e le tecnologie militari che Israele vende in tutto il mondo, invariabilmente col marchio di qualità loro conferito dall’essere state sperimentate con successo sulle cavie palestinesi.

L’Unione Europea e i suoi governi, con cui ci sono stati incontri sul tema, sono consapevoli di tutto ciò, ma potrebbero adottarla, col pretesto dell’epidemia, dando così ad Israele la possibilità di controllare chiunque e ovunque. Non solo, l’eccellenza israeliana nella produzione di sistemi di controllo per attività di tracciamento e sicurezza, molto apprezzate dai governi di tutto il mondo, contribuisce a normalizzare i crimini commessi sistematicamente da Israele e a conferirgli l’impunità di cui gode.

L’occasione per mostrare alla comunità internazionale i risultati raggiunti nella robotica, nel controllo a distanza, nell’intelligenza artificiale, nelle nanotecnologie, nella biometrica, nei riconoscimenti facciali, nelle tecniche cibernetiche e nell’uso duale, civile e militare, di tali applicazioni, sarà la iHLS Inno Tech Expo, a Tel Aviv, il 18-19 novembre 2020, virus permettendo.

Nel frattempo, mentre l’epidemia si espande, i Palestinesi sono tracciati, abbandonati a sé stessi e soggetti a continue vessazioni da parte dei coloni nei Territori Occupati. Qui, militari e coloni sfruttano la situazione di emergenza ed isolamento per aumentare le loro violenze contro i palestinesi, imprigionando perfino i bambini, che, rinchiusi in celle affollate ed in pessime condizioni igieniche, sono esposti al contagio.

Ora il Muro dell’Apartheid e i reticolati sono diventati porosi al passaggio dei palestinesi, giacché per sostituire i lavoratori israeliani in quarantena servono i palestinesi dei Territori Occupati che vengono messi al lavoro senza alcuna protezione. Se ne libera tuttavia Israele, ai primi potenziali sintomi di infezione, senza peraltro fare alcuna verifica sanitaria, scaricandoli come sacchi di patate vicino al confine.

Per non parlare di Gaza, dove i servizi sanitari non sono mai stati ricostituiti davvero dopo i ripetuti bombardamenti israeliani, dove non esiste possibilità di distanziamento a causa della densità della popolazione, dove in breve tempo si sono esaurite le scorte di tamponi e reagenti per verificare i contagi nell’unico vecchio laboratorio adatto a questo scopo, visto l’assedio che dura da oltre 12 anni.

Anziché togliere il blocco e permettere il normale transito di beni e merci, comprese medicinali e attrezzature ospedaliere, Israele approfitta della situazione per aumentare il controllo sugli abitanti di Gaza. È di pochi giorni fa l’annuncio che a Gaza dovrebbe essere installato un laboratorio per testare Covid-19 in situazioni di emergenza grazie alla partnership tra la compagnia cinese BGI specializzata nel sequenziare genomi e la compagnia israeliana AID Genomics che produce tecnologie ad uso sanitario. Entrambe avrebbero ottenuto il beneplacito sia delle autorità israeliane che di quelle palestinesi. Il laboratorio, se installato, sarebbe in grado di processare fino a 3.000 test al giorno. Da Gaza non sono pervenute conferme.

Di certo molti stanno lucrando su questa tragedia, mentre diverse presunte eccellenze si stanno rivelando mediocri improvvisazioni. Forse anche questo caso è da riferire alla solita propaganda di Israele per rinforzare la sua immagine nel mondo.

Gruppo di lavoro Embargo Militare BDS Italia

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Il mio primo lockdown durante la Prima Intifada Palestinese – Majed Abusalama

Il 23 marzo, la Germania ha annunciato misure a livello nazionale per prevenire l’ulteriore diffusione del coronavirus. Alle persone è stato consigliato di rimanere a casa e le riunioni pubbliche sono state sospese; ristoranti e pub chiusi. Giorni prima, le scuole erano state chiuse, seguite da palestre, cinema, musei e altri luoghi pubblici. E così è iniziata la vita sotto il lockdown.

Per molti dei miei amici tedeschi, questa era la prima volta nella loro vita che vivevano tali restrizioni imposte dal governo. Personalmente il blocco a Berlino, dove vivo ora, mi ha riportato alla memoria i ricordi della Prima Intifada.

Ero solo un bambino quando la rivolta è iniziata nel dicembre 1987 nel campo profughi di Jabalia a Gaza, la mia città natale. Quando finì, ero un ragazzo in età scolare. Blocchi, coprifuoco e una varietà di restrizioni erano tutto ciò che conoscevo per i primi sei anni della mia vita.

L’Intifada scoppiò dopo che i soldati israeliani avevano ucciso quattro palestinesi ad un posto di blocco nel nostro campo. Quando folle di palestinesi uscirono per protestare contro le uccisioni, i soldati israeliani aprirono il fuoco, uccidendo un altro palestinese.

Gli omicidi erano solo la scintilla; la vera ragione erano i decenni di brutale occupazione militare e l’apartheid che la mia gente aveva sopportato mentre vedeva la nostra terra rubata da coloni ebrei europei e americani che arrivavano dall’estero.

Tutta la Palestina storica è insorta in segno di protesta. Ai gas lacrimogeni e ai proiettili israeliani, i palestinesi rispondevano con fionde e pietre. L’esercito di occupazione e i “civili” israeliani uccisero quasi 1.500 palestinesi, di cui oltre 300 erano bambini.

Di fronte a una rivolta popolare che la repressione violenta non riuscì a fermare, il governo israeliano iniziò a imporre varie forme di blocco per cercare di controllare la popolazione palestinese, che aveva lanciato una estesa campagna di resistenza popolare.

I coprifuoco andavano e venivano. Gli israeliani li imponevano per giorni, settimane, persino mesi alla volta. Secondo lo studioso americano Wendy Pearlman, nel primo anno dell’Intifada, l’esercito di occupazione israeliano ha imposto il coprifuoco permanente a molte comunità palestinesi più di 1.600 volte

Durante il coprifuoco, non ci era permesso uscire. A volte finivamo il cibo, e mia nonna e le zie rischiavano la vita per andare fuori a cercare provviste da comprare.

Il cibo era scarso, poiché ai contadini non era permesso di andare nei campi. Molti raccolti marcivano perché nessuno li raccoglieva.

Le università e le scuole furono chiuse, lasciando un’intera generazione di bambini e giovani palestinesi con un ritardo sulla loro istruzione. Non avevamo parchi, giardini pubblici dove andare e giocare. Anche la spiaggia era stata “chiusa” dagli israeliani.

Ma le molte restrizioni, le continue molestie e le persistenti uccisioni non hanno disarmato lo spirito palestinese. In tutta la Palestina storica sono stati istituiti comitati di resistenza popolari che coordinavano varie attività per provvedere al popolo. Mio padre, Ismael, era coinvolto nell’organizzazione del comitato nel nostro campo.

Le donne coltivavano cibo nelle case e sui tetti e fondavano cooperative agricole che chiamavano orti della vittoria, per creare un’economia palestinese autonoma e consentire il boicottaggio dei prodotti israeliani con scioperi organizzati da comitati commerciali. I comitati sanitari istituirono cliniche improvvisate, i comitati educativi istituirono scuole clandestine. Ognuno di loro ha fatto tutto il possibile per aiutare la propria comunità e nessuno è rimasto senza il sostegno collettivo.

Ciò, ovviamente, fece arrabbiare gli israeliani. Ricordo chiaramente, quando avevo quattro anni, i soldati israeliani entrarono in casa nostra e iniziarono a distruggere i nostri effetti personali. Era una punizione per le attività politiche di mio padre, una punizione che tante famiglie subirono ripetutamente.

Mio padre fu spesso interrogato e detenuto per settimane, a volte anche molti mesi. Durante uno di questi episodi, dopo un interrogatorio durato ore, un comandante israeliano gli chiese se avesse qualcosa da dire. Mio padre rispose che voleva ottenere un permesso per andare alle sue arnie. Il comandante sorrise, dicendo: “Rischi di andare in prigione e stai pensando alle tue api?” Mio padre rispose che doveva prendersi cura di loro o sarebbero morte, e quelle api nutrivano la sua famiglia. Mio padre fu trattenuto una settimana quella volta. Le api non sopravvissero.

Ci affidammo allo stipendio di mia madre. Lavorava come infermiera in una clinica dell’UNRWA. Doveva andare al lavoro ogni giorno anche durante il coprifuoco, quindi aveva il permesso di attraversare i checkpoint israeliani. Avrebbe curato molti dei bambini  picchiati o feriti dai soldati israeliani nel nostro campo. Secondo l’ONG Save the Children, nei primi due anni della rivolta, tra 23.600 e 29.900 hanno cercato assistenza medica per lesioni.

Nell’estate del 1991, mia madre andò in travaglio. Poiché c’erano pochissimi telefoni nel campo profughi all’epoca, non potevamo chiamare un’ambulanza; inoltre, nessuna ambulanza era autorizzata a entrare nel campo durante il coprifuoco. Come risultato, mia madre fu costretta a camminare fino alla clinica dell’UNRWA, a un chilometro di distanza. Si fece strada appoggiandosi a mia nonna, che sventolava una sciarpa bianca, sperando che i soldati israeliani non gli sparassero.

Non lontano da casa nostra, i soldati israeliani gli puntarono le armi contro e le fecero fermare. Hanno iniziato a interrogare mia madre sul perché stavano rompendo il coprifuoco, anche se era ovvio che stava per partorire; Non riusciva a stare in piedi. “E ‘stato un momento spaventoso,” avrebbe ricordato più tardi mia madre. “Stavo cercando di proteggere il mio ventre tenendomi lontano dalle loro armi mentre le dolorose contrazioni arrivavano una dopo l’altra”.

Alla fine i soldati le lasciarono andare e quella sera mia madre diede alla luce mia sorella Shahd. Al mattino sfidando nuovamente il coprifuoco sono tornate a casa. Eravamo tutti felici di vedere loro e la mia sorellina.

La vita era estremamente difficile per noi, ma i miei genitori ricordano sempre l’Intifada come un momento di liberazione, spesso dicono: “Non abbiamo rinunciato alla nostra resistenza. Non siamo diventati vittime sottomesse”. In effetti, i palestinesi in quel frangente hanno dato un raro esempio di resistenza.

Ed eccomi qui oggi, tre decenni dopo, di nuovo sotto un blocco, ma molto diverso. Non ci sono proiettili di gomma, munizioni vere o bombe gas lacrimogeni sparati contro le persone che camminano per le strade; non ci sono checkpoint; né repressione violenta, come ho vissuto in Palestina.

Come i miei amici tedeschi, anch’io sono preoccupato per la situazione in Germania, ma la maggior parte del tempo la mia mente vaga verso Gaza.

La mia famiglia vive ancora nel campo profughi densamente popolato di Jabalia, dove l’allontanamento sociale è impossibile. Il nostro campo ospita più di 113.000 persone che vivono in un’area che copre poco più di mezzo chilometro quadrato.

Già 17 persone sono risultate positive a Gaza. Le autorità locali e le organizzazioni internazionali hanno avvertito di una catastrofe imminente.

Posso sentire le preoccupazioni dei miei genitori, specialmente mia madre, che lavora ancora nella clinica dell’UNRWA. Corre un grosso rischio ogni volta che va al lavoro, dove assiste decine di persone ogni giorno. Il sistema sanitario di Gaza è stato devastato da anni di opprimente assedio imposto da Israele e dall’Egitto sulla striscia e da molteplici guerre distruttive intraprese dall’esercito israeliano contro il mio popolo. È estremamente vulnerabile e una grave epidemia di coronavirus sarebbe un disastro.

A differenza della Germania, dove il governo sta già allentando le misure di blocco e parlando di un ritorno alla “normalità” per il prossimo futuro, a Gaza, la mia gente si sta preparando al peggio. La morte e la sofferenza che questa epidemia potrebbe infliggere ai palestinesi saranno un’altra voce nella lunga lista di crimini di guerra che gli israeliani hanno commesso contro di noi e peserà enormemente sulla coscienza della comunità internazionale che ci ha abbandonato.

In questi giorni continuo a chiedermi: il mondo ci ha dimenticato, accettando le nostre condizioni di esistenza disumane? O farà qualcosa questa volta per ritenere Israele responsabile?

Majed Abusalama è un premiato giornalista, studioso, attivista e difensore dei diritti umani dalla Palestina.

traduzione di Beniamino Rocchetto – Invictapalestina.org

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IL GIORNO IN CUI I MIEI INQUISITORI ISRAELIANI SONO RIMASTI SENZA PAROLE – Awad Abdelfattah

Nel settembre 2016, in un raid partito dopo mezzanotte mentre dormivamo, la polizia israeliana arrestò decine di attivisti palestinesi. All’epoca, come capo del partito Balad [partito politico arabo-israeliano per uno Stato democratico dei cittadini indipendentemente dall’identità etnica, ndtr.], ero il primo della lista.

Il regime dell’apartheid sionista aveva regolarmente perseguitato e maltrattato attivisti e leader di partito, dato che eravamo considerati una sfida inaudita al razzismo e al colonialismo israeliani, ma una campagna repressiva di quella portata aveva scioccato persino noi.

Era chiaro che l’obiettivo di Israele era quello di distruggere il nostro partito attraverso pretesti inventati ad arte, come acccuse di presunti finanziamenti illegali. L’establishment israeliano non era riuscito a trovare una giustificazione ragionevole per incriminare un partito legale rappresentato nella Knesset [il parlamento israeliano, ndtr.] e per liquidare la sfida che esso costituiva per lo Stato razzista.

Una storia simbolica

Dopo 10 giorni di detenzione, mi trovavo ammanettato nel furgone di polizia in viaggio verso il tribunale quando i tre poliziotti che mi avevano interrogato e che mi accompagnavano si lanciarono in una discussione politica con me sul conflitto israelo-palestinese. Presto il clima si riscaldò; le voci si alzarono mentre ci scambiavamo opinioni e convinzioni diverse. Poi per un minuto ci fu silenzio – ed è stato allora che mi sono ricordato di uno degli eventi più traumatici nel corso del mio attivismo politico.

Trentacinque anni prima, da giovane, ero stato preso dalla mia sedia nella redazione di un giornale palestinese con sede a Gerusalemme da quattro ufficiali dell’intelligence israeliana. Mi misero in macchina e mi picchiarono brutalmente finché cominciai a sanguinare. L’aggressione durò 15 minuti, il tempo necessario a raggiungere il centro di detenzione. Quello che mi successe dopo è una storia lunga e persino più cupa.

Dopo il momentaneo silenzio nel furgone di polizia, uno dei poliziotti mi stupì chiedendomi: “Awad, perché sei entrato in politica e come sei diventato segretario generale del tuo partito?” Ho aspettato qualche secondo, cercando di accettare quella che sembrava una domanda mossa più dalla curiosità che da interessi di sicurezza.

Ciò che mi sorprese ulteriormente è che mi lasciarono raccontare la storia di mio padre e la mia, ascoltando attentamente e rimanendo in silenzio quando ebbi finito. Mi sembrò che fosse probabilmente la prima volta che incontravano il lato umano della tragedia palestinese direttamente attraverso un’esperienza personale, in quanto membri di una società di colonialismo di insediamento fortemente indottrinata.

La mia risposta costituiva un atto d’accusa contro il loro Stato. La storia della mia famiglia è rappresentativa dell’intera tragedia palestinese.

Perché mi sono politicizzato     

Come dissi loro, per me fare politica non è stata una scelta. Non ho studiato politica all’università. Sono nato nella dura realtà che lo Stato israeliano ha creato, e che influenza il corso delle nostre vite.

Quando ero bambino, mi piaceva giocare. Da giovane amavo la musica, il calcio e il karate. Ma all’età di 14 anni sono stato convocato per un interrogatorio in una stazione di polizia – un’esperienza terrificante. È successo perché ero in lutto per la morte improvvisa e scioccante del presidente egiziano Gamal Abdel Nasser.

Tutti intorno a me – mio padre, mia madre, mio nonno, i miei vicini – piansero amaramente la sua morte. Per i palestinesi, Nasser era un leader rivoluzionario che sarebbe venuto in loro soccorso e avrebbe fatto tornare i loro parenti, i rifugiati espulsi dallo Stato israeliano.

Nel corso degli anni ho appreso la storia della mia famiglia e l’intera narrativa palestinese, totalmente ignorata nei programmi di studio imposti dallo Stato. Le lezioni di storia si concentrano sulla storia degli ebrei e sulla narrativa sionista. Pochissimi insegnanti sono disposti a resistere a questa norma, perché sono soggetti a intimidazioni e rischierebbero di essere licenziati.

Nel 1980, subito dopo essermi laureato in lingua e letteratura inglese all’età di 23 anni, sono stato assunto come insegnante di scuola superiore. Le scuole arabe avevano un disperato bisogno di insegnanti di inglese. Solo poche settimane dopo, tuttavia, il “Dipartimento arabo” del Ministero della Pubblica Istruzione israeliano ha ordinato al preside della scuola di licenziarmi, presumibilmente per aver istigato gli studenti [a ribellarsi] contro lo Stato.

Dire la verità

Il preside disse che li aveva supplicati di cambiare idea, dato che non era possibile trovare un altro insegnante di inglese. Ma petizioni, scioperi degli studenti e manifestazioni ritardarono il licenziamento di alcuni mesi.

Era accaduto perché avevo deciso di dire la verità ai miei studenti. Non ero disposto a mentire con loro. Il Ministero della Pubblica Istruzione israeliano obbliga gli insegnanti arabi a mentire, a essere complici della nostra denazionalizzazione, ad affossare la nostra identità e a nascondere agli studenti la nostra difficile situazione.

Il testo “My Dungeon Shook” [La mia cella tremò, parte del saggio La prossima volta il fuoco, Fandango, 2020, ndtr.] dello scrittore afroamericano James Baldwin faceva parte del programma di studi. È una lettera impressionante e di grande impatto indirizzata a suo nipote sulla discriminazione e l’umiliazione praticate contro i neri americani, in un Paese con una terribile storia di razzismo, sfruttamento e schiavitù. Ho trovato naturale coinvolgere i miei studenti in una discussione confrontando le nostre vite come palestinesi con quelle degli afroamericani, nonostante le enormi differenze tra i due casi. Questo è stato uno dei motivi del mio licenziamento.

“È giusto questo?” Ho chiesto nel furgone della prigione a quelli che mi avevano interrogato. “Pensate ancora che il vostro Stato sia democratico?” Ma non ho avuto risposta – solo un pesante silenzio, ed evidenti espressioni di sorpresa sui loro volti.

Una tetra storia di famiglia

Sono nato da una famiglia di agricoltori che lavoravano duro a Kawkab, un villaggio nel nord della Palestina, oggi Israele. Sin dall’infanzia mio padre mi raccontava episodi della sua storia. I miei familiari erano tra coloro che sopravvissero all’espulsione e alla pulizia etnica operata dalle bande sioniste durante e dopo la Nakba [lett. catastrofe, cioè la pulizia etnica, ndtr.] del 1948.

All’epoca, la popolazione del villaggio era di circa 400 persone e la maggior parte era rimasta, grazie a una figura carismatica e influente che aveva condotto con successo negoziati con le bande che occuparono il villaggio. Tuttavia circa il 20 % dei residenti di Kawkab – molti dei quali miei parenti – fuggirono non appena seppero che le bande avevano radunato gli uomini del villaggio fuori dalla casa di mio nonno.

Quegli uomini furono sottoposti a tortura e tutti si aspettavano che fossero massacrati, come era accaduto in molti altri luoghi. Le donne urlavano e piangevano; fu spaventoso.

All’epoca, mia nonna aveva appena perso uno dei suoi figli, coinvolto nella difesa del villaggio, e si aspettava che anche gli altri tre figli e il marito sarebbero stati massacrati dai sionisti; per fortuna furono risparmiati.

Mio padre ricorda come suo fratello avesse sanguinato per ore prima di morire, e ha convissuto con il trauma per molti anni. Prima di morire, mio padre e mia madre sperarono per decenni di rivedere i parenti più stretti che erano stati costretti a fuggire dal villaggio nel 1948.

Durante l’invasione israeliana del Libano nel 1982, due cugini di mia madre furono uccisi mentre difendevano i campi profughi, aumentando il numero di traumi vissuti dai miei genitori.

“Indipendenza” e catastrofe   

Il 29 aprile, lo Stato israeliano di apartheid commemora la sua cosiddetta indipendenza. Le scuole elementari arabe sono costrette a celebrare il “Giorno dell’Indipendenza” di Israele – la nostra Nakba. Il piano sionista è di riprogettare, denazionalizzare e far crescere una generazione palestinese docile.

Ai cittadini palestinesi di Israele è stato proibito commemorare la loro catastrofe. Tuttavia, ogni anno si organizzano marce a livello nazionale nei villaggi che sono stati distrutti durante la Nakba. Gli studiosi politici hanno chiamato questo cambiamento, avvenuto a causa di una crescente coscienza politica, il ritorno dei palestinesi alla storia – una rivendicazione della loro narrativa. La loro storia, la catastrofe, iniziò nel 1948 e anche molto prima – non nel 1967.

Rimuovere gli eventi del 1948 e le sue conseguenze dal curriculum [scolastico] israeliano è un tentativo di negare ai cittadini palestinesi di Israele l’accesso alla propria storia e, soprattutto, di impedirci di vedere la Nakba in corso, in tutti i suoi preoccupanti aspetti.

La colonizzazione della nostra terra sta procedendo a un ritmo sempre più rapido, aumentando la nostra sofferenza e angoscia. La minaccia globale della pandemia da coronavirus, che sta motivando molti a ritrovare valori e costumi, non ha interrotto la brutalità di questo regime anacronistico.

Ironia della sorte, con questo comportamento Israele ha volontariamente rimosso la maschera dal proprio volto: è un regime coloniale di apartheid. Questa realtà dovrebbe unire i palestinesi di ogni dove, fornendo l’opportunità di condurre una lotta unitaria per decolonizzare il nostro Paese e instaurare una politica democratica ed egualitaria sulle rovine dell’attuale regime brutale e spietato.

 

Awad Abdelfattah è un commentatore politico ed ex segretario generale del partito Balad. È coordinatore della One Democratic State Campaign (Campagna per un Unico Stato Democratico) di Haifa, costituita alla fine del 2017.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)

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Paesi Arabi, l’ONU deve agire prontamente per tutelare le condizioni di vita dei rifugiati palestinesi – Ramzy Baroud

Le restrizioni imposte dal Libano alla sua popolazione di rifugiati palestinesi in continua diminuzione non sono una novità. Tuttavia, questo evento è particolarmente allarmante in quanto può essere collegato a una politica ufficiale a lungo termine per quanto riguarda lo status di residenza dei rifugiati palestinesi in questo paese arabo.

Molti sono stati presi alla sprovvista da un recente ordine del governo libanese alla sua ambasciata negli Emirati Arabi Uniti, incaricandola di impedire ai profughi palestinesi di tornare alle loro case in Libano.

Tariq Hajjar, consulente legale dell’Osservatorio Euro-Mediterraneo, ha comunicato in una dichiarazione che la circolare include una odiosa discriminazione razziale contro i profughi palestinesi in possesso di documenti di viaggio libanesi”.

Hajjar ha giustamente insistito sul fatto che “i possessori di questi documenti dovrebbero ricevere un trattamento al pari dei cittadini libanesi”.

In effetti dovrebbero, come è prassi da molti anni. Altrimenti, non c’è altro posto dove questi rifugiati possano andare, considerando che il Libano è stata la loro casa per decenni, a partire dal 1948, quando Israele espulse con la forza quasi un milione di palestinesi dalla loro patria storica.

I rifugiati, indipendentemente dalla loro razza, etnia o religione, dovrebbero essere trattati con rispetto e dignità, indipendentemente dalla complessità politica dei paesi che li ospitano. I profughi palestinesi in Libano non possono essere un’eccezione.

Lo scorso aprile, l’Associazione palestinese per i diritti umani ha invitato le Nazioni Unite a fornire assistenza finanziaria ai rifugiati palestinesi del Libano, indicando che a causa della pandemia di coronavirus, il 90% dei rifugiati palestinesi in Libano ha perso il lavoro.

In base a leggi libanesi discriminatorie, i rifugiati palestinesi non sono autorizzati a esercitare 72 tipi di professioni accessibili per i libanesi. Questa è solo una tra le tante altre restrizioni. Così, i rifugiati palestinesi occupati in Libano, la stragrande maggioranza dei quali sono ora disoccupati, sono in continua competizione all’interno di un mercato del lavoro molto limitato.

Numerosi rifugiati sono stati impiegati in vari progetti gestiti dall’Agenzia delle Nazioni Unite UNRWA.

Molti di coloro che hanno avuto la fortuna di conseguire diplomi universitari hanno optato per lasciare del tutto il paese, lavorando principalmente nei settori dell’insegnamento, dell’ingegneria, bancario e della medicina nei paesi Arabi del Golfo.

Tuttavia, a causa della pandemia, delle gravi difficoltà finanziarie patite dall’UNRWA e dei nuovi regolamenti del governo libanese, tutte le opzioni vengono precluse ai rifugiati palestinesi.

Per migliaia di profughi, l’unica opzione rimasta è attraversare il Mediterraneo alla ricerca di un migliore status di rifugiati in Europa. Eppure, purtroppo, decine di migliaia di questi profughi stanno vivendo una vita miserabile nei campi europei o bloccati in Turchia. Centinaia sono annegati mentre tentavano questi pericolosi viaggi.

Secondo una recente indagine dell’Amministrazione centrale di statistica libanese, condotta congiuntamente con l’Ufficio centrale di statistica palestinese, solo 175.000 rifugiati Palestinesi, dei 500.000 in passato, risiedono ancora in Libano.

Detto questo, la tragedia dei rifugiati palestinesi in Libano è solo un aspetto di un malessere molto più grande, unico per l’esperienza dei rifugiati palestinesi.

I rifugiati palestinesi siriani sono arrivati ​​nel paese a ondate, iniziando con la pulizia etnica sionista della Palestina durante la “Nakba”, o catastrofe. Altri sono fuggiti dalle alture del Golan dopo l’invasione israeliana nel 1967. Molti altri fuggirono dal Libano durante l’invasione israeliana del 1982.

Il relativamente sicuro rifugio siriano è stato distrutto durante la guerra in corso in Siria, iniziata nel 2011. La missione dell’UNRWA, che ha permesso di fornire supporto diretto a quasi mezzo milione di rifugiati palestinesi in Siria, è stata resa quasi impossibile a causa della guerra distruttiva, e dal fatto che  centinaia di migliaia di palestinesi sono fuggiti dal paese o sono diventati sfollati interni.

L’impatto devastante della guerra siriana sui rifugiati palestinesi è stata quasi una copia esatta di ciò che era accaduto in precedenza durante l’invasione israeliana del Libano nel 1982 e l’invasione americana dell’Iraq nel 2003.

Nel caso dell’Iraq, dove è fuggita la maggior parte dei 35.000 profughi del paese, la crisi dei rifugiati palestinesi è stata particolarmente aggravata. Mentre i palestinesi godevano di uno status di residenza permanente, anche se con nessun diritto di proprietà, in Iraq, prima della guerra, non sono ancora stati riconosciuti come rifugiati secondo gli standard internazionali, dal momento che l’UNRWA non opera in Iraq. Dopo il 2003 i governi iracheni hanno sfruttato al massimo questo cavillo, spingendo allo sfollamento la popolazione palestinese del paese.

Dal suo avvento, l’amministrazione statunitense del presidente Donald Trump ha intrapreso una guerra finanziaria contro i palestinesi, compresa la riduzione di tutti gli aiuti all’UNRWA. Questo atto ignobile ha aggiunto ulteriore sofferenza alle difficoltà già esistenti dei rifugiati.

Il 5 maggio 2020, l’UNRWA, ha dichiarato di avere risorse sufficienti per sostenere le sue operazioni solo fino alla fine del mese.

La verità è che, molto prima che Trump prendesse di mira l’agenzia delle Nazioni Unite, l’UNRWA ha funzionato per oltre 70 anni con una vulnerabilità intrinseca.

L’UNRWA è stata istituita esclusivamente con un mandato dell’ONU che ha fornito all’organizzazione uno “status speciale separato” per assistere i rifugiati palestinesi.

I governi Arabi, all’epoca, erano ansiosi che l’UNRWA mantenesse questo “status speciale” basato sulla loro convinzione che con la nascente crisi mondiale dei rifugiati, derivante principalmente dalla Seconda Guerra Mondiale, avrebbe declassato l’urgenza della situazione palestinese.

Tuttavia, sebbene questa logica possa essere stata applicata con successo negli anni immediatamente successivi alla “Nakba”, si è rivelata costosa negli anni successivi, poiché lo status e la definizione di ciò che costituisce un rifugiato palestinese sono rimasti storicamente legati alla portata delle operazioni dell’UNRWA.

Ciò è diventato chiaro durante l’invasione americana dell’Iraq nel 2003, ma soprattutto, dall’inizio degli sconvolgimenti politici e delle successive guerre in Medio Oriente nell’ultimo decennio.

Ed è precisamente il motivo per cui gli Stati Uniti e Israele sono desiderosi di smantellare l’UNRWA, perché, secondo la loro logica, se l’UNRWA cessa di operare, il rifugiato palestinese cessa di esistere con uno status che lo renda unico.

Questa realtà precaria richiede una soluzione urgente e creativa che dovrebbe essere guidata da Paesi Arabi, ONG iscritte all’ONU e dai sostenitori della Palestina, ovunque.

Quello che è necessario oggi è l’adozione da parte dell’ONU di una formula che consenta allo status giuridico dei rifugiati palestinesi ai sensi del diritto internazionale di rimanere attivo indipendentemente dalla portata dell’operatività dell’UNRWA, fornendo al contempo ai rifugiati palestinesi il sostegno materiale e finanziario necessario per vivere con dignità fino al diritto al ritorno, conformemente alla risoluzione 194 delle Nazioni Unite del 1948, infine fatta rispettare.

Affinché i diritti dei rifugiati palestinesi vengano mantenuti e gli scenari del Libano, dell’Iraq e della Siria non si ripetano, la Lega Araba deve operare nel quadro del diritto internazionale, come stabilito dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, per salvaguardare lo status giuridico dei profughi palestinesi, attualmente sotto un attacco senza precedenti.

I rifugiati palestinesi non devono dover scegliere tra la perdita del loro diritto legale e inalienabile nella propria patria e l’accettazione di una vita di perpetuo degrado e incertezza.

Trad: Beniamino Rocchetto – Invictapalestina.org

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In Israele, le città palestinesi vengono schiacciate mentre le città ebraiche crescono: Human Rights Watch – rete Italiana ISM

La politica del governo israeliano di schiacciare le comunità palestinesi si estende oltre la Cisgiordania e Gaza fino alle città e ai villaggi palestinesi all’interno di Israele, ha affermato oggi Human Rights Watch (HRW). La politica discrimina i cittadini palestinesi di Israele e a favore dei cittadini ebrei, limitando drasticamente l’accesso dei palestinesi alla terra per l’edilizia abitativa per favorire la crescita naturale della popolazione.

Decenni di confisca delle terre e politiche di pianificazione discriminatoria hanno limitato molti cittadini palestinesi a città e villaggi densamente popolati che hanno poco spazio per espandersi. Nel frattempo, il governo israeliano alimenta la crescita e l’espansione delle vicine comunità prevalentemente ebraiche, molte costruite sulle rovine dei villaggi palestinesi distrutti nel 1948. Molte piccole città ebraiche hanno anche comitati di ammissione che impediscono efficacemente ai palestinesi di vivere lì, ha detto HRW in un nuovo rapporto sulla situazione dei palestinesi in Israele.

“La politica israeliana su entrambi i lati della Linea Verde limita i palestinesi a densi centri abitati massimizzando al contempo la terra disponibile per le comunità ebraiche”, ha affermato Eric Goldstein, direttore esecutivo in Medio Oriente di Human Rights Watch. “Queste pratiche sono ben note quando si tratta della Cisgiordania occupata, ma le autorità israeliane stanno applicando queste pratiche discriminatorie anche in Israele”.

Lo stato israeliano controlla direttamente il 93 percento della terra nel Paese, compresa Gerusalemme est occupata. Un’agenzia governativa, la Israel Land Authority (ILA), gestisce e alloca queste terre statali. Quasi la metà dei membri del suo organo di governo appartiene al Jewish National Fund (JNF), il cui mandato esplicito è quello di sviluppare e affittare terreni.

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Unrwa senza fondi, rischiano milioni di profughi palestinesi – Michele Giorgio

«Con il blocco di finanziamenti essenziali all’Oms e il mancato coordinamento con i nostri più stretti alleati, Trump ha perseguito politiche controproducenti che rendono il mondo meno sicuro. Anche per questo chiediamo di liberare tutti i fondi stanziati dal Congresso a sostegno del popolo palestinese e di ripristinare le relazioni degli Stati Uniti con l’Unrwa».

Questo appello firmato da due deputati democratici, Rashida Tlaib e Alan Lowenthal, la prima di origine palestinese, il secondo un ebreo, è stato pubblicato il 2 maggio dal Washington Post. Con l’intento di persuadere la Casa Bianca, di fronte all’emergenza coronavirus nel mondo, a revocare il taglio deciso nel 2018 delle donazioni americane ai palestinesi che ha colpito l’Unrwa, l’agenzia dell’Onu che assiste i profughi palestinesi (oltre cinque milioni), e i progetti di sviluppo nei Territori occupati affidati ad ong locali e alla statunitense Usaid.

Quell’appello non ha avuto effetti sulle scelte di Trump. Così come non ne ha avuti la lettera che 59 membri del Congresso hanno indirizzato all’Amministrazione chiedendo che siano ripresi gli aiuti ai civili palestinesi. Trump finanzia solo le forze di sicurezza dell’Autorità Nazionale che cooperano in Cisgiordania con i servizi segreti israeliani.

I 360 milioni di dollari negati dagli Usa all’Unrwa rappresentano il buco più vistoso nel bilancio dell’agenzia che ha ottenuto quest’anno donazioni per appena un terzo del suo budget di 1,2 miliardi di dollari per il 2020 e che ha fondi sufficienti solo fino al 31 maggio. «Ormai lavoriamo su base mensile. In questo momento abbiamo finanziamenti per pagare i nostri 30.000 operatori sanitari fino alla fine di questo mese», ha avvertito Elizabeth Campbell, direttrice dell’Unrwa a Washington, sottolineando l’«impatto corrosivo» che i tagli Usa hanno avuto sull’istruzione e l’assistenza sanitaria ai rifugiati palestinesi.

Anche altri donatori hanno ridotto o sospeso gli aiuti all’agenzia. Alcuni di questi hanno dirottato i loro fondi verso l’Unhcr che per le Nazioni Unite assiste tutti i rifugiati. Altri, inclusi quelli arabi, sono sempre più disattenti verso la condizione dei palestinesi.

Senza dimenticare le pressioni di Israele e Usa per chiudere l’Unrwa e costringere Libano, Siria e Giordania ad assorbire in via definitiva i profughi palestinesi che ospitano dal 1948. Il fine è quello di proclamare decaduto il diritto al ritorno nella loro terra d’origine assicurato ai rifugiati dalla risoluzione 194 dell’Onu.

A gennaio il capo ad interim dell’Unrwa, Christian Saunders – subentrato a Pierre Krahenbuhl costretto alle dimissioni dopo la diffusione di rapporto interno su casi di nepotismo e di abuso di autorità – aveva accusato non meglio precisate organizzazioni filo-israeliane di fare pressioni su parlamenti stranieri per fermare i finanziamenti all’agenzia. Nonostante ciò l’Assemblea Generale dell’Onu ha rinnovato fino al 30 giugno 2023 il mandato dell’Unrwa e nominato suo nuovo commissario generale lo svizzero Philippe Lazzarini.

http://nena-news.it/unrwa-senza-fondi-rischiano-milioni-di-profughi-palestinesi/

Israele alle banche palestinesi: stop ai fondi per i prigionieri – Michele Giorgio

Due filiali della Cairo Amman Bank sono state prese a fucilate, altre banche hanno subito attacchi con molotov e sassate.

Rischia di innescare una sollevazione la decisione degli istituti di credito nei Territori palestinesi occupati di piegarsi al nuovo ordine militare israeliano che prevede la confisca dei sussidi destinati a 12mila prigionieri politici palestinesi (anche gli ex) e alle loro famiglie e a quelle degli uccisi in scontri con l’esercito israeliano, oltre a multe e carcere per chiunque faciliti l’erogazione dei fondi.

Poi a calmare le acque è giunto l’intervento del premier palestinese, Mohammed Shtayyeh, che ha assicurato la netta opposizione dell’Autorità Nazionale (Anp) al provvedimento israeliano. Shtayyeh ha garantito che le banche continueranno, per ora, ad erogare i sussidi. «Le famiglie di prigionieri potranno ritirare (il sussidio) dai loro conti bancari a partire da domenica 10 maggio…Rifiutiamo le minacce israeliane per i fondi assegnati ai prigionieri e alle famiglie dei martiri», ha comunicato il primo ministro.

Israele considera quei pagamenti come una sorta di «ricompensa ai terroristi» e da tempo punta a fermarli. E lo scorso anno ha detratto la quota destinata ai sussidi dai fondi che raccoglie mensilmente per conto dell’Anp, derivanti da dazi e tasse sulle merci che entrano o escono dai Territori occupati.

La scorsa settimana le banche palestinesi – sotto il pieno controllo di Israele per qualsiasi movimento e transazione – hanno iniziato a chiudere i conti dei detenuti politici dopo aver ricevuto un avvertimento dall’istituto di ricerca israeliano Palestinian Media Watch (Pmw): la mancata chiusura dei conti comporterà pesanti sanzioni da parte di Israele poiché il versamento dei sussidi rappresenta una forma di favoreggiamento del terrorismo punibile con una multa e una condanna fino a 10 anni di carcere.

L’Associazione delle banche in Palestina difende le chiusure dei conti motivandole con la necessità di proteggere dal sequestro i fondi destinati ai prigionieri e di tutelare i loro dipendenti dal provvedimento israeliano. Allo stesso tempo invita l’Anp a trovare un altro metodo per effettuare i pagamenti lasciando intendere che le banche non si opporranno l’intimazione di Israele.

Una posizione contestata da tutte le forze politiche palestinesi. Qadri Abu Baker, capo della Commissione per i prigionieri palestinesi, ha denunciato che almeno cinque banche hanno subito chiuso i conti dei prigionieri e che decine di famiglie sono già state informate telefonicamente che non potranno più riscuotere i sussidi presso le loro filiali.

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La Bottega del Barbieri

Un commento

  • Bellissimo lavoro,caro bd . Penso che sia importantissimo continuare a sforzarci per riportare in prima pagina il problema anzi il delitto continuamente perpretato contro i Palestibnesi. Majed è un ottimo giornalista ed ha molti amici a varese. grazie per questo contributo. Gisa

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