Per le compagne e i compagni uccisi in Turchia

di Francesco Giordano.  A seguire due aggiornamenti sulle nuove aggressioni di Erdogan e sulla solidarietà con chi resiste.

Onore agli abitanti nelle “Case della Resistenza”

La vita non è uno scherzo. / Prendila sul serio / come fa lo scoiattolo, ad esempio, / senza aspettarti nulla dal di fuori o nell’al di là. / Non avrai altro da fare che vivere. /

La vita non è uno scherzo. / Prendila sul serio/ ma sul serio a tal punto / che messo contro un muro, ad esempio, le mani legate, / o dentro un laboratorio / col camice bianco e grandi occhiali, / tu muoia affinché vivano gli uomini / gli uomini di cui non conoscerai la faccia, / e morrai sapendo/ che nulla è più bello, più vero della vita. /

Prendila sul serio / ma sul serio a tal punto / che a settant’anni, ad esempio, pianterai degli ulivi / non perché restino ai tuoi figli / ma perché non crederai alla morte / pur temendola, / e la vita peserà di più sulla bilancia. /

Nazim Hikmet


La Turchia ha un suono che a me spaventa, dietro ogni lettera paion esserci sicari del boia Erdogan. E nessuno può dire non sia così.

Lo abbiamo visto quando andava in giro per il Paese e per la regione spavaldo per fare uccidere oppositori di ogni ceto, simulando cumuli di “colpi di stato” dentro cui nascondere i propri meditati e progettati crimini.

Lo abbiamo visto arrogante in posa coi peggiori politici europei e non solo.

Lo abbiamo visto vilmente aggirarsi sul territorio siriano con le spalle coperte dai dittatori americani, sionisti e non solo.

Lo abbiamo visto spadroneggiare impunito sulla martoriata Libia.

Dopo il tentato golpe del 2016 sono stati licenziati, tra i tanti, anche 4.279 magistrati, 3.000 di loro arrestati. È così che, come riferisce nell’ultimo numero il magazine internazionale Global Right, che da anni denuncia e informa sui diritti umani anche nel regno di Erdogan, secondo i dati dello stesso governo, a gennaio vi erano ben 298.000 persone nelle 355 prigioni del Paese, che però dispongono di soli 218.000 posti. Vi sono almeno 1.334 prigionieri malati di cui 457 in gravi condizioni. Vi si trovano persino 780 bambini, in prigione con le loro madri.

Ma i terroristi governativi in Turchia non sono alle prime armi: ad esempio, nel 2001 hanno provocato decine di reclusi morti a seguito di un lungo digiuno più altre decine uccisi dall’assalto dei militari contro le prigioni in lotta.

In Italia ne scrisse il compianto magistrato Sandro Margara, per un troppo breve periodo a capo delle nostre carceri dopo essersi recato in Turchia con una delegazione di osservatori internazionali.

Ora dunque sappiamo. Si può morire anche di indifferenza.

L’indifferenza anche da parte del governo Conte, sostenuto anche dalla “sinistra”, che non smette di fare affari con questi terroristi. Anzi, cresce la loro collaborazione anche nella martoriata Libia, stuprata da una coalizione internazionale capeggiata dalla Francia, Inghilterra, Israele e USA.Anche in quella occasione l’Italia scelse di servire gli interessi dei terroristi occidentali. Anche in quella occasione molti esponenti della “sinistra” appoggiarono e sostennero lo stupro.

Il desiderio in un futuro migliore ci arriva dal fatto che certamente la Turchia è altro, anche queste poetiche parole: “Sei la mia schiavitù e la mia libertà/ Sei la mia carne che brucia/ Come le carni nude delle notti d’estate/ TU sei la mia Patria. TU, coi riflessi verdi nei tuoi occhi/ TU, alta, bella e vittoriosa/ Sei il mio sacro ricordo/ Che diventa più inaccessibile/ Con ogni momento che passa”.

E questi versi inevitabilmente ci portano a rievocare, ricordare, far conoscere che la Turchia è anche rappresentata dagli abitanti nelle “Case della Resistenza”, in particolare i componenti del gruppo musicale Grup Yorum.

Poche parole per dire cosa è stato, cosa è il Grup Yorum.

La rivista Rolling Stones scrive: “Yorum” in turco significa “commento” e sono infatti le opinioni, espresse in forma poetica ma taglienti e corrosive, ad aver scolpito la storia ultratrentennale di questo gruppo. È una critica sociale molto forte quella del Grup Yorum, pervasa dagli ideali della sinistra comunista ed espressa attraverso una musica popolare ispirata, anche idealmente, alla nueva canción chilena di Víctor Jara e degli Inti-Illimani.

Dunque parliamo di quel gruppo musicale socialista che si è formato nel 1985 a seguito del colpo di stato militare del 1980 in Turchia. È sempre stato dalla parte degli oppressi e della resistenza. Ha sollecitato i poveri a organizzarsi contro il capitalismo e il fascismo.

Fin dai primi anni della sua costituzione questo gruppo ha sostenuto scioperi, manifestazioni, occupazioni delle fabbriche e delle scuole, ed è sempre stato al fianco degli operai, dei funzionari pubblici, degli studenti, degli sfruttati.

Questo gruppo ha pubblicato il suo primo album nel 1987. Da allora ne sono usciti 23, due DVD di concerti, un film e molti libri. Dei loro album sono state vendute milioni di copie. Dalla loro fondazione, sono diventati il bersaglio di tutti coloro che sono stati al potere.

Sono stati oggetto di divieti dei concerti, di censura, di detenzione e di arresti.

Il gruppo ha dovuto lottare contro queste pressioni e allo stesso tempo comporre musica. I media turchi hanno cominciato a riferirsi al gruppo identificandoli come “cantanti prigionieri”, nonostante tutti gli ostacoli, le loro canzoni sono riuscite a raggiungere milioni di persone.

E’ stato anche il primo gruppo in Turchia a registrare una canzone in curdo.

Nel 1993, un camion contenente il loro album “Cesaret” era in viaggio verso Diyarbakir quando è stato fermato dalla gendarmeria turca che ha crivellato di proiettili e le scatole contenenti le audio cassette.

In 35 anni di storia sono stati banditi 170 concerti, i componenti sono stati arrestati centinaia di volte, hanno alle spalle oltre 500 udienze in tribunale, e sono stati definiti dal Regno Unito “minaccia alla sicurezza nazionale”.

Il Grup Yorum ha battuto il record del concerto più venduto in tutta la storia della Turchia, in quello del 2010, che si è tenuto Inonu Stadyumu, c’erano 55.000 persone.

Tuttavia, dal 2015, il governo ha voluto distruggere questo gruppo con una politica repressiva straordinaria: tutti i concerti venivano proibiti, il Centro Culturale İdil, dove il gruppo svolge il suo lavoro, è stato perquisito undici volte in 2 anni e mezzo.

E in questi raid, tutti gli strumenti e tutto quel che si trovava nel centro culturale è stato distrutto, i libri sono stati schiacciati sotto i piedi della polizia. Yorum ha risposto utilizzando gli strumenti rotti in una canzone che diceva “Abbiamo ragione, vinceremo!”.

İlle Kavga – “lotta ad ogni costo”

Una delle chitarre distrutte dalla polizia in questi raid è stata simbolicamente regalata a Joan Baez. La stella del folk di protesta americano ha infatti partecipato nel 2015 a un concerto del Grup Yorum davanti al tribunale di Istanbul che aveva messo sotto accusa i musicisti turchi.

https://www.youtube.com/watch?v=jdrcQjFeXso

https://youtu.be/3v88IyUA9m0, https://youtu.be/87KTZ5TPqpM


Nel 2017 ben dodici membri del gruppo erano in carcere e alcuni di loro sono ancora in prigione.

Contro tutti questi attacchi hanno iniziato uno sciopero della fame a partire dai primi mesi del 2019, attuato sia da membri in prigione che da quelli in libertà che hanno continuato la loro attività nel Centro Culturale.

Le richieste dello sciopero della fame sono le seguenti:

– Rimuovere i divieti di concerti

– Rilasciare i membri in carcere

– Rimuovere i mandati d’arresto

– Lasciare cadere le cause intentate contro i membri del gruppo

– Smettere di fare irruzione nel Centro Culturale Idil

Come già detto e nonostante tutto questo, ancora oggi il governo italiano ha rapporti economici e militari col governo turco: diciamogli di smettere.

Abbiamo visto la Turchia sono tante anime diverse, alcune luciferine, altre gloriose.

Un po’ come il suo territorio: aspro, duro e minaccioso (come Erdogan) ma dolce, coraggioso carico di dignità come la Resistenza.

Ora – senza alcuna pretesa di essere esaustivo rispetto alla vita, all’eroico esempio del Grup Yorum, in particolare di alcuni ed alcune –  riporto una breve sintesi della loro lotta iniziata nei primi mesi del 2019.

Helin Bolek

28 anni, morta il 3 aprile 2020.

Helin diceva: “Il governo Erdogan deve liberare i detenuti politici arrestati dopo il golpe del 2016, fermare i raid nei centri culturali, e permettere al nostro gruppo di tornare a suonare”.

A maggio 2019 Helin, Ibrahim e il compagno Mustafa Kocak, anch’egli 28enne, cominciavano uno sciopero della fame per denunciare la loro vicenda e chiedere la fine del divieto di esibirsi dal vivo, oltre che lo stop ai blitz della polizia nei centri sociali di Okmeydani e Gazi, le due aree di Istanbul dove sono cresciuti.

Tutti quanti si erano trasferiti a Kucuk Armutlu, altra zona popolare dove tradizionalmente i dissidenti portano avanti lo sciopero della fame fino all’estremo, nelle “Case della Resistenza”.

Luoghi dove il confronto sociale raggiunge livelli di conflittualità altissima, fin dall’inizio del 1980, data del terzo golpe in Turchia. Quartieri diventati rifugio di attivisti di sinistra e indipendentisti curdi.

Helin Bolek è morta dopo 288 giorni di sciopero della fame nella sua abitazione nel quartiere Sariyer. Era stata arrestata l’anno prima insieme a Ibrahim Gokcek durante una perquisizione domiciliare nel Centro culturale Idil a Istanbul.

Entrambi venivano accusati di far parte del Fronte Rivoluzionario di Liberazione del Popolo (DHKP-C), organizzazione di sinistra illegale.

Rilasciata nel novembre 2019 aveva proseguito la sua azione di protesta contro la repressione nella “Casa della Resistenza” dove l’11 marzo sia Helin che Ibrahim erano stati prelevati con la forza dalla polizia e condotti all’Ospedale di Umraniye per essere sottoposti ad alimentazione forzata, ma riuscendo ad impedirlo rifiutando l’intervento medico e proseguendo nello sciopero fino al tragico epilogo per la giovane musicista.

La cerimonia di commemorazione per Helin Bolek si è svolta il 3 aprile nella casa del quartiere di sinistra Küçük Armutlu. Nonostante l’epidemia in corso, molte persone hanno voluto esprimere la loro vicinanza e solidarietà alla famiglia della militante deceduta: durante la commemorazione, dopo un minuto di silenzio, si è levato il grido di “Grup Yorum è il popolo, voi non potete farlo tacere”.

Anche se costretto in una carrozzella, era presente Ibrahim Gokçek. Rivolgendosi al governo ha detto: “Non importa cosa altro ci aspetta, vinceremo noi”. E aveva continuato: “Voi libererete Mustafa Kocak (altro membro della band condannato all’ergastolo, deceduto qualche giorno dopo) e gli altri componenti di Yorum.

Senza alcun motivo ci avete messi nelle liste dei ricercati. Voi lo revocherete. Come potrete rendere conto di quanto è accaduto? Non sarete in grado di farlo”.

Si era poi rivolto alla folla invitando tutti a “opporre insieme resistenza”.

https://twitter.com/i/status/1246391238938505217

Mustafa Kocak

Il 23 aprile 2020, nel carcere di T2 a Şakran presso Izmir, perdeva la vita anche Mustafa Koçak, un prigioniero politico processato e condannato all’ergastolo aggravato senza prove.

Mustafa rifiutava di assumere cibo dal 3 luglio 2019 perché come gli altri chiedeva un giusto processo.

«Il mio nome è Mustafa Koçak, ho 28 anni. Ho vissuto con la mia famiglia a Istanbul fino all’arresto. Sono uno dei quattro figli di una famiglia povera, ho passato la mia infanzia e la mia giovinezza lavorando qua e là. La mia vita è cambiata quando sono stato arrestato, il 23 settembre 2017».

Inizia così la lettera che Mustafa ha lasciato ai suoi avvocati e pubblicata dall’agenzia Bianet.

La cantante del collettivo musicale Grup Yorum, in sciopero della fame da mesi contro la durissima repressione scagliata contro il loro progetto artistico e politico dal governo, e il prigioniero politico se ne sono andati uno dopo l’altro, ridotti pelle e ossa da una protesta estrema.

Mustafa Koçak si è spento dopo quasi 300 giorni di cibo rifiutato: chiedeva un processo equo, denunciava le torture subite.

«Tutto quello che chiedeva era un processo giusto, non gliene hanno dato la possibilità – ha commentato Omer Faruk Gergerlioglu, parlamentare del partito di sinistra pro-curdo Hdp – È diventato l’ultima vittima di un sistema ingiusto».

Ripetiamo: il Grup Yorum nato nel 1985 è da anni sottoposto al divieto di esibirsi in pubblico, mentre il loro centro culturale a Istanbul è stato perquisito e chiuso dieci volte negli ultimi due anni. Sei dei suoi membri sono tuttora in prigione.

Per l’accusa di aver passato armi a un’organizzazione terroristica (Dhkp-C) in violazione della Costituzione, Mustafa è stato condannato all’ergastolo aggravato sulla base delle testimonianze di persone soggette a tortura, senza ulteriori prove, video, foto, impronte digitali.

«Il risultato di un processo pieno di illegalità, ha trasformato il suo resistente sciopero della fame in un digiuno fino alla morte – ha detto ieri uno dei suoi legali, Aysul Catagay – Lo hanno guardato morire giorno dopo giorno. Abbiamo perso Mustafa ma i digiuni fino alla morte continuano: gli avvocati Ebru Timtik e Aytac Unsal non mangiano da 113 e 82 giorni, un altro membro del Grup Yorum, Ibrahim Gokçek, da 312».

È l’ultima ed estrema forma di protesta scelta da alcuni prigionieri politici nelle carceri turche, inascoltati da procure e tribunali prima, dalle autorità carcerarie poi.

Chiedono processi giusti, un’utopia nella Turchia del presidente Erdogan, soprattutto dopo il tentato golpe del 2016 che ha avviato una stagione di epurazioni, repressione e battaglia al dissenso che si è tradotta in un numero spropositato di detenzioni. Trentamila stimati su 300mila detenuti totali.

Mustafa Koçak diciamo che non faceva parte di Grup Yorum, ma lui ha iniziato lo sciopero perché schiacciato dalla feroce repressione del terrorista turco, come avviene per migliaia di altre ed altri oppositori politici prigionieri liberi.

Lui non volle starci e si inserì in quel movimento di lotta iniziato dai compagni.

https://www.marx21.it/index.php/internazionale/medio-oriente-e-nord-africa/30465-2020-04-29-05-50-29

Ibrahim Gokcek

Ibrahim Gokcek è diventato martire dopo 323 giorni di sciopero della fame fino alla morte. Era il bassista di Grup Yurum e ha lottato fino alla morte per gli ideali che uniscono i suoi compagni di lotta e per i quali prima di lui Helin Bolek, cantante solista di Grup Yurum e Mustafa Kocak, prigioniero politico, avevano già perso la vita.

In un messaggio di martedì 28 aprile scriveva: “Le nostre richieste sono legittime, perché non vengono esaudite? Abbiamo dato i concerti più grandi e più frequentati. Abbiamo fatto le canzoni del popolo e siamo diventati tutt’uno con il popolo”.

Il bassista del Grup Yorum che lottava per la musica ha interrotto lo sciopero della fame dopo 323 giorni ma non ce l’ha fatta. È il secondo componente della band a morire, il terzo martire in sciopero della fame in Turchia quest’anno.

La moglie Sultan è ancora rinchiusa nell’ormai famigerato carcere di Silivri.

Che cos’altro restava a Ibrahim Gokcek, in sciopero della fame da 323 giorni, se non la morte?

Le sue richieste – tornare a suonare in pubblico, dopo le accuse di sostenere il terrorismo – erano state infine accolte dalla magistratura, e lui aveva interrotto il digiuno. Ma pesava meno di 40 chili. E il suo fisico non ha retto. Così anche il bassista del Grup Yorum se n’è andato.

È il terzo a morire, nel giro di poco più di un mese. Che cosa stia diventando la Turchia di oggi ce lo raccontano le ultime parole di quest’uomo di nemmeno quarant’anni che le fotografie impietose sul letto di morte (lui con le dita a V) mostrano come se ne avesse il doppio.

“Sono sempre stato un musicista e ora mi ritrovo a essere un terrorista”, scriveva. “Mi hanno preso che ero un chitarrista, hanno usato le mie dichiarazioni facendo di me uno strumento. Eravamo un gruppo che si esibiva davanti a un milione di persone, siamo diventati dei terroristi ricercati”.

È una lettera mandata idealmente alla sua cantante, Helin Bolek, 28 anni, morta dopo 288 giorni senza mangiare. A lei, che aveva promesso di tornare a esibirsi, Gokçek si rivolge ricordando la promessa di suonare anche lui se Helin avesse interrotto la protesta.

“Purtroppo questo non è successo – si legge nel foglio vergato da Ibrahim per Helin – e ora la mia testa gira a vuoto. Da parte mia, con tutto quello che ho vissuto e che continuo a vivere non so dove continuerà il mio viaggio dopo questo letto di ospedale. Non so se spingerò il mio corpo fino alla morte o se vincerò la mia battaglia”.

Il padre aveva detto: “Non sono ragazzi che meritano di morire così, abbiamo perso Helin, non lasciamo che anche Ibrahim muoia. Qualcuno ascolti i loro appelli”.

Dopo che, passato quasi un anno, le autorità turche avevano infine dichiarato di accogliere le loro istanze, più per paura di uno scandalo internazionale (vista l’eco che la protesta del Grup Yorum aveva nel mondo) che per effettiva convinzione, Gokçek era stato portato per le cure in ospedale. Troppo tardi. Troppo tardi per tutto. Mentre Ibrahim sembrava spegnersi, i tanti appelli lanciati affinché le autorità accettassero le richieste del complesso erano cresciuti. Uno, in particolare era rivolto al governo turco e al ministro della Giustizia, Abdulhamit Gul. Era stato diffuso online il 4 maggio con queste parole: “La situazione di Ibrahim Gokçek è ormai più che critica. Ha il battito molto basso. Se il governo non reagisce ora potrebbe morire oggi. Chiediamo e invitiamo tutti a reagire per salvargli la vita, in qualità di cittadini attivi della società. Questo non può essere scritto nella storia. Il governo turco, con i suoi legami stretti con l’economia e i politici europei, uccide un oppositore dopo l’altro a causa della protesta pacifica per i diritti fondamentali di espressione e per la giustizia. Il dovere di reagire è di tutti noi, non solo degli attivisti dei diritti umani. Vi preghiamo di non permettere questa tragedia umana. Grup Yorum chiede solo l’autorizzazione per un concerto. Come può diventare una questione di vita o di morte? Signor Abdulhamit Gül, accettate le richieste del membro del Grup Yorum!”.

Ankara sembrava avere ceduto. Troppo tardi, però. Il gruppo si era accordato per un grande concerto da fare a Istanbul, alla fine dell’epidemia di coronavirus che anche in Turchia sta colpendo duramente. Saranno ora altri membri, a rotazione, a sostituire Helin, Mustafa e Ibrahim. Un concerto che – se davvero si terrà – diventerà un momento cruciale per misurare la democrazia turca, martoriata da anni. Si festeggia, nella “Casa della Resistenza”, in cima al quartiere popolare di Kucuk Armutlu che dall’alto guarda il Bosforo. Gli amici attorno al letto di Ibrahim, con il suo strumento vicino nella stanza, si dicono soddisfatti e pronunciano la parola “vittoria”. Gli hanno tolto dal capo la fascia rossa che indossa chi è in sciopero della fame.

E fanno il segno con le dita a V.

https://www.youtube.com/watch?v=NFtvrq6eXVA&list=RDNFtvrq6eXVA&start_radio=1

Ebru Timtik

Era un’avvocata, aveva 42 anni e voleva processi equi, questa la sua colpa.

All’inizio 2020 ha iniziato uno sciopero della fame ed è morta il 27 agosto 2020, dopo 238 giorni, in un carcere di Istanbul.

La morte di Timtik è arrivata mesi dopo che due membri del gruppo musicale Grup Yorum, Helin Bolek e Ibrahim Gokçek, e il prigioniero politico Mustafa Koçak, erano morti per lo sciopero della fame. Anche loro erano accusati di legami con l’organizzazione marxista-leninista radicale Dhkp.

Il consiglio dell’Ordine degli avvocati di Roma, ha voluto ricordare Timtik con un comunicato su cui c’era scritto: “Quando muore un avvocato, muoiono i diritti dei cittadini. Gli avvocati romani piangono la collega turca Ebru Timtik, martire dei diritti umani e dell’avvocatura, che quei diritti ha difeso con la vita”.

“Ebru Timtik, membro del nostro studio, è caduta martire” ha scritto su Twitter, Halkin Hukuk Burosu.

Condannata lo scorso anno a più di 13 anni di carcere per “appartenenza a un’organizzazione terroristica”, Timtik era membro dell’Associazione degli avvocati progressisti, specializzata nella difesa di casi politicamente sensibili.

L’avvocata aveva difeso in particolare la famiglia di Berkin Elvan, un adolescente morto nel 2014 per le ferite riportate durante le proteste antigovernative a Gezi nel 2013. Un tribunale di Istanbul aveva rifiutato di rilasciare Ebru Timtik, nonostante un referto medico indicasse che il suo stato di salute non le permetteva più di restare in carcere. Analoga richiesta era stata presentata in agosto alla Corte costituzionale, senza successo. Anzi, invece di essere rilasciata, Timtik era stata trasferita in un ospedale.

Aytac Unsal

L’avvocato Aytac Unsal ottiene la scarcerazione “immediata” per motivi di salute dopo 213 giorni di sciopero della fame. La decisione della Corte di Cassazione turca giunge provvidenziale peral gi un uomo che solo poche ore prima sembrava destinato ad arrivare alle estreme conseguenze.La collega Ebruk Timtik, che portava avanti la stessa protesta, era morta la settimana precedente.

Aytaç Unsal, trentadue anni e una condanna a dieci di reclusione solo per aver portato avanti la sua professione come un avvocato del popolo.

Gli stessi medici dell’ospedale dove Unsal era stato condotto in detenzione avevano lanciato l’allarme sul suo progressivo deperimento, purtroppo in Europa ben pochi si son mostrati interessati alla sua condizioni mentre son proseguite le relazioni diplomatiche, economiche, militari con il feroce regime di Erdogan.

Persino la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo due giorni prima della morte aveva respinto il ricorso alla precedente sentenza che stabiliva come l’avvocato dovesse rimanere in carcere. Fu vile e vergognoso la condotta del Presidente di quella Commissione che nello stesso tempo raggiungeva Istanbul per parlare di giustizia con il presidente Erdoğan come se niente fosse ricevendo un dottorato honoris causa.

Pensiamo invece che sia servito a qualcosa l’indignazione cresciuta nel Paese e all’estero. E infatti i social turchi e internazionali sono stati inondati delle prime fotografie del giovane avvocato finalmente liberato. Le sue prime parole: “E’ stato fatto da tutti voi, con il vostro amore e la vostra forza. Vi amo tutti. Vinceremo”.

Aytaç Ünsal era collega e amico di Ebru Timtik, l’avvocata morta dopo 238 giorni di sciopero della fame. Dopo la morte del Timtik si sono intensificate le proteste con petizioni e campagne internazionali per chiedere il rilascio di Unsal. Entrambi erano accusati di appartenere all’organizzazione Dhkp-c, che Ankara l’Europa e gli Stati Uniti considerano  terrorista.

Buona parte dell’opinione pubblica si concentra sulle sorti di questi avvocati perché è evidente l’intento politico in atto (clamorosamente in Turchisa ma anche in altri Paesi) di limitare le libertà ed i fondamentali diritti civili riconosciuti a livello internazionale. Le categorie maggiormente attaccate sono infatti quelle degli avvocati e dei giornalisti. I primi, nel tentativo di intimidirli dall’assumere la difesa di oppositori di un regime autoritario che non lascia spazio alla libera espressione di pensiero, specie se contrario al potere. I secondi proprio in quanto depositari del libero pensiero democratico, che diffondono attraverso quello che scrivono e pubblicano.

Gli avvocati in particolare hanno protestato in tutta la Turchia contro il progetto di legge che promuove l’istituzione di un ordine professionale alternativo a quello esistente, che verrebbe eliminato perché rappresentativo in gran parte di categoria fortemente critica nei confronti della politica governativa.

La società civile turca invece è fra le più impegnate d’Europa, e pur essendo attiva dalla fine degli anni Ottanta in favore dell’ingresso in Europa del Paese, oggi viene fortemente osteggiata perché costituisce un ostacolo akke pratiche autoritaria di Erdoğan.

Il 30 giugno scorso, davanti al Tribunale di Çalayan, gli avvocati hanno protestato ufficialmente e Mehmet Durakoğlu, presidente dell’Ordine forense di Istanbul è lapidariamente intervenuto: Non riuscirete a dividerci – ha detto, rivolto al governo – Noi rappresentiamo i valori laici della democrazia. Siamo avvocati della rivoluzione illuminista. Siamo avvocati laici e democratici. Siamo avvocati di Atatürk e dello stato di diritto. Se ci dividete, dividerete il popolo. Non avrete più nessuno che vi difenderà. Chi difenderà i bambini che subiscono abusi? Non troverete nessuno a difendere le donne che subiscono violenza, nessuno che reagirà contro lo scempio dei diritti e delle libertà. Ma noi ci saremo! Ci saremo perché noi siamo avvocati!”.

La Convenzione Europea garantisce, all’articolo 6, il diritto all’equo processo, per ottenere il quale – nel la turchia del 2020 – si può arrivare a morire di fame in carcere.

Il testo di una lettera di Aytac Unsal. Volevo parlarvi di me perché penso che vi interessi il motivo che porta un avvocato a fare lo sciopero della fame. Nella mia storia personale sono racchiuse le ragioni per cui un legale sceglie di incamminarsi verso la morte. Purtroppo è una storia che riguarda in realtà tutti noi. […] Ho avuto la fortuna di avere come madre una magistrata. Essere consapevoli del meccanismo giudiziario sin dall’infanzia è un buon modo per imparare l’importanza dei diritti e della giustizia. Ma ho conosciuto anche l’ingiustizia da bambino: c’erano differenze in classe, c’erano differenze con le persone più povere delle città in cui ho vissuto. […] Quando mi sono trasferito ad Ankara per studiare all’università, la maggior parte degli studenti della facoltà di giurisprudenza erano figli di famiglie benestanti. Erano lontanissimi dalla realtà dei milioni di poveri che avevo conosciuto trasferendomi in molte città della Turchia per motivi di lavoro dei miei. Sapete quando nei film turchi si usa l’espressione “persone di un altro mondo?” Erano proprio quelle lì. Le loro giornate e i loro problemi erano troppo diversi da ciò che avevo visto. Non mi sentivo a mio agio e non ero felice. Ero abituato al rapporto con la gente umile: aperto, sincero, caloroso. Da bambino ho imparato a considerare solo ciò che fosse giusto, senza pregiudizi, sapendo ridere e soffrendo con chiunque. All’università cercavo nelle persone i valori dei miei amici di infanzia, ma mi sentivo come se fossero improvvisamente scomparsi. Poi sono entrato in contatto con l’Ufficio legale popolare, e lì ho realizzato che quelle persone oneste in realtà erano ovunque. Milioni e milioni: li ho trovati di nuovo, li ho trovati nella resistenza di Cansel Malatyalı a cui ho partecipato. Li ho conosciuti con i lavoratori di Kazova. Li ho visti nella miniera di Kınıklı. Li ho trovati in Didem, mia cara moglie, anche lei avvocata dell’Ufficio legale popolare. Dopo averli trovati di nuovo, non li ho mai lasciati soli. Non ho mai lasciato indietro le persone più vulnerabili. Ho vissuto i momenti più felici della vita mentre difendevo i più deboli nei tribunali. Grazie al mio lavoro di avvocato ho conosciuto il valore della vita e delle singole persone. L’ufficio legale popolare mi ha insegnato la vita in termini reali. […] Ora mi stanno costringendo a rinunciare a tutto questo. Dicono che non puoi difendere gli operai, gli abitanti del villaggio, la gente dell’Anatolia. Dicono che non puoi essere un avvocato presso l’Ufficio legale popolare. Dicono che non puoi vedere Didem per i prossimi dieci anni e mezzo. Stanno cercando di mettere al bando le persone, il paese, il mio amore, la mia professione. Ma queste non sono cose senza valore a cui puoi semplicemente rinunciare. Non è abbastanza semplice dire “Beh, non c’è niente da fare.” Io non rinuncerò mai alla mia gente, all’Anatolia, che mi ha insegnato la vita, che mi ha reso umano con il suo sforzo. Morirò ma non mi arrenderò. Questa è la storia del mio viaggio. Resisterò alla morte come Mustafa Koçak e come İbrahim Gökçek che è morto pesando 30 chili. Fanno parte della mia famiglia già da quando eravamo bambini. Io sono stato loro avvocato fin dall’infanzia. Morirò, ma non smetterò mai di difenderli”

E queste sono le sue parole all’uscita dall’ospedale in sedia a rotelle: La mia liberazione è il frutto delle vostre pressioni. Ciò che mi sta succedendo lo devo al vostro amore. Vi amo tutti, insieme vinceremo!”

“La vita ha vinto” dice il presidente della Fondazione per i diritti umani della Turchia, Sebnem Korur Fincanci: “avevamo detto che le loro richieste erano le nostre richieste. Abbiamo lottato per creare un mondo in cui possano cantare liberamente le loro canzoni popolari e non intendiamo porre fine a questa battaglia”.

Nel comunicato di HBDH si afferma: “Contro i membri di Grup Yorum che con la loro arte rivoluzionaria difendono la dignità umana e che con uno sciopero della fame chiedono un processo equo, lo Stato procede con estrema brutalità. Solo di recente Helin Bölek e Mustafa Koçak si sono uniti alla carovana degli immortali. Anche Ibrahim Gökçek, che per il 316° giorni rifiuta di assumere alimenti può andarsene in qualsiasi momento. Dobbiamo agire con urgenza – per Ibrahim e per i prigionieri politici. Prendiamo in mano i nostri diritti democratici e portiamo la resistenza alla vittoria“.

Sei la mia schiavitù sei la mia libertà / la mia carne che brucia / come la nuda carne delle notti d’estate / sei la mia patria / tu, coi riflessi verdi dei tuoi occhi / tu, alta e vittoriosa / sei la mia nostalgia / di saperti inaccessibile / nel momento stesso / in cui ti afferro. /

Nazim Hikmet

A Helin, Mustafa, Ebru, Ayrtac, Ibrahim dedichiamo la poesia del poeta turco Nazim Hikmet tra i massimi poeti del 20° secolo.

PERCHÈ SONO COMUNISTA

Io sono comunista

Perché non vedo una economia migliore nel mondo che il comunismo.

Io sono comunista

Perché soffro nel vedere le persone soffrire.

Io sono comunista

Perché credo fermamente nell’utopia d’una società giusta.

Io sono comunista

Perché ognuno deve avere ciò di cui ha bisogno e dare ciò che può.

Io sono comunista

Perché credo fermamente che la felicità dell’uomo sia nella solidarietà.

Io sono comunista

Perché credo che tutte le persone abbiano diritto a una casa, alla salute, all’istruzione, ad un lavoro dignitoso, alla pensione.

Io sono comunista

Perché non credo in nessun dio.

Io sono comunista

Perché nessuno ha ancora trovato un’idea migliore.

Io sono comunista

Perché credo negli esseri umani.

Io sono comunista

Perché spero che un giorno tutta l’umanità sia comunista.

Io sono comunista

Perché molte delle persone migliori del mondo erano e sono comuniste.

Io sono comunista

Perché detesto l’ipocrisia e amo la verità.

Io sono comunista

Perché non c’è nessuna distinzione tra me e gli altri.

Io sono comunista

Perché sono contro il libero mercato.

Io sono comunista

Perché desidero lottare tutta la vita per il bene dell’umanità.

Io sono comunista

Perché il popolo unito non sarà mai vinto.

Io sono comunista

Perché si può sbagliare, ma non fino al punto di essere capitalista.

Io sono comunista

Perché amo la vita e lotto al suo fianco.

Io sono comunista

Perché troppe poche persone sono comuniste.

Io sono comunista

Perché c’è chi dice di essere comunista e non lo è.

Io sono comunista

Perché lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo esiste perché non c’è il comunismo.

Io sono comunista

Perché la mia mente e il mio cuore sono comunisti.

Io sono comunista

Perché mi critico tutti i giorni.

Io sono comunista

Perché la cooperazione tra i popoli è l’unica via di pace tra gli uomini.

Io sono comunista

Perché la responsabilità di tanta miseria nell’umanità è di tutti coloro che non sono comunisti.

Io sono comunista

Perché non voglio potere personale, voglio il potere del popolo.

Io sono comunista

Perché nessuno è mai riuscito a convincermi di non esserlo.

 

Di seguito alcuni link (*)  a testimoniare le storie trattate:

https://www.youtube.com/watch?v=Eqp83binpT8

https://www.youtube.com/watch?v=yrNihe4dkfQ&list=RDyrNihe4dkfQ&start_radio=1

Francesco Giordano–  Milano, Dicembre 2020

(*) altri materiali trovate in “bottega” digitando Grup Yorum

 

DUE AGGIORNAMENTI

Si prepara un nuovo attacco turco in Siria

Oggi l’agenzia Anbamed – notizie dal Sud Est del Mediterraneo – riferisce che «la Turchia sta pianificando un nuovo attacco su larga scala contro la zona dell’autonomia curda nel nord della Siria. I comandanti militari turchi in Siria hanno convocato, ad Azaz a nord di Aleppo, una riunione con i capi delle milizie siriane affiliate ad Ankara. Al centro dell’incontro la preparazione di una nuova offensiva contro le zone sotto il controllo delle Forze democratiche siriane a guida curda. Ankara continua a far affluire nella zona diversi convogli di militari e armamenti. Il punto debole del piano di Ankara è la continua rivalità tra le diverse milizie jihadiste siriane e straniere».

Sui silenzi e i finti sdegni dell’Europa e sulle complicità della NATO in “bottega” abbiamo più volte scritto. Invitando anche ad azioni solidali con chi si oppone al fascismo di Erdogan.

La solidarietà è sempre possibile

comune-info.net › un-faro-nel-cuore-della-rojava

L’immagine qui sopra è di Gianluca Costantini.

danieleB
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

3 commenti

  • RICEVO E SEGNALO
    Ebru Günay accusa l’Europa di ipocrisia sulle sanzioni alla Turchia
    La portavoce di HDP Ebru Günay ha accusato i capi di Stato e di governo dell’UE di ipocrisia nei rapporti con la Turchia. Invece di sanzioni l’Europa si limita a guardare «con preoccupazione» come i diritti umani vengono calpestati.
    Nonostante le politiche persistentemente conflittuali del governo di Ankara, la Turchia è stata risparmiata dalle sanzioni dell’UE. Invece di un embargo sulle armi dell’UE o di sanzioni dirette, i capi di Stato e di governo europei hanno raggiunto un compromesso al vertice dell’UE a Bruxelles.
    Saranno sanzionate solo poche società e individui coinvolti nelle attività illegali di perforazione per l’esplorazione di gas naturale nel Mediterraneo. Ulteriori richieste avanzate da molti Stati dell’UE non hanno trovato il necessario sostegno unanime. Al contrario, è stata concordata una nuova offerta di dialogo al governo di Ankara. L’offerta di «un’agenda positiva UE-Turchia» resta quindi sul tavolo.
    Il presupposto è che la Turchia si dichiari pronta a «risolvere le divergenze attraverso il dialogo e nel rispetto del diritto internazionale». La portavoce dell’HDP Ebru Günay ha reagito con indignazione al risultato dell’incontro e ha accusato i capi di Stato e di governo dell’Ue di «politica ipocrita». Ha invitato l’Europa a rinunciare alla posizione di fare dei diritti umani e della democrazia una merce di scambio. «Fino a ieri, l’AKP faceva affidamento su forze esterne per mantenere il suo governo repressivo. Senza cambiare il suo corso politico, si affida ad altri per prolungare la sua esistenza». Ebru Günay ha sottolineato la complicità dell’UE in relazione alla creazione di un regime autoritario in Turchia: «Ignorando queste strutture antidemocratiche, che il governo dell’AKP ha consolidato negli anni per utilizzarle nella persecuzione e nella repressione del proprio popolo, significa che nulla è cambiato. Per anni l’Europa ha assistito “con preoccupazione” al calpestio dei diritti umani. Questa situazione non è limitata alla Turchia, ma ora interessa anche Siria, Libia, Grecia e Armenia».
    Secondo la deputata di HDP, i diritti umani e la democrazia sono parametri fondamentali della politica europea. Ma sono evidentemente in tensione con altri obiettivi politici, come le relazioni commerciali estere. «L’UE dovrebbe difendere le libertà. Invece tollera la detenzione illegale di politici, attivisti per i diritti umani e giornalisti, aiutando così l’AKP a mantenere in vita il suo regime. Chiediamo un approccio nei confronti di Ankara basato sui valori dei diritti umani e della democrazia».

  • da agenzia «Anbamed, notizie dal Sud Est del Mediterraneo» (14 dicembre)
    Siria: Le truppe turche hanno bombardato con l’artiglieria la città di Ain Issa, a nord di Raqqa, nel tentativo di aprire la strada alle milizie siriane e mercenarie affiliate e avanzare per occupare le posizioni controllate dalle forze democratiche siriane a guida curda. Sono tre giorni che le milizie filo turche tentano di dare l’assalto a Ain Issa, ma finora sono state respinte. Ain Issa è sull’autostrada M4 ed è strategica per i piani di Ankara di impedire la nascita di un’autonomia curda nel nord est della Siria.

  • Turchia: Arrestato e picchiato l’avvocato Aytaç Ünsal
    Il ministero: «Tentava la fuga».La smentita del People’s Law Office: «Cercava un posto in cui curarsi, la polizia aveva saccheggiato la sua casa. Vogliono ucciderlo»
    articolo di Simona Musco
    Arrestato, picchiato, torturato. Aytaç Ünsal, l’avvocato turco scarcerato temporaneamente dopo un digiuno lungo 217 giorni di sciopero della fame, lo stesso che ha portato alla morte la collega Ebru Timtik, è stato nuovamente arrestato. L’accusa lanciata dal ministro dell’Interno Suleyman Solyu, che aveva minacciato di far arrestare chiunque esponesse la foto di Ebru dopo la sua morte, è quella di aver tentato la fuga, per sottrarsi alla giustizia turca. Un’accusa respinta con fermezza dal People’s Law Office – di cui Ünsal fa parte – che ha denunciato, invece, la violenza subita dal collega, rendendo pubblica una sua foto dove sono visibili i segni delle percosse sul volto.
    Un’accusa insostenibile, quella lanciata dal braccio destro del presidente Recep Tayyip Erdoğan: Ünsal porta infatti sul corpo i segni del lungo digiuno, accusando grosse difficoltà motorie. Stando al comunicato del ministero, l’avvocato – la cui protesta per un giusto processo ha scatenato la violenta repressione del governo – sarebbe stato catturato con tre trafficanti di migranti, uno dei quali del Pkk, mentre cercava di fuggire all’estero da Edirne. La polizia avrebbe sequestrato anche una barca durante la perquisizione del veicolo su cui si trovava Ünsal. L’avvocato dovrà dunque passare 48 ore in custodia presso la sede della polizia di Edirne, nella sezione antiterrorismo.
    L’avvocato dissidente, condannato a 10 anni e sei mesi di carcere in appello con l’accusa di terrorismo, era tornato in libertà lo scorso 3 settembre a causa delle gravi condizioni di salute. A stabilire la sua scarcerazione temporanea è stata la Corte di Cassazione, che ha però posticipato di tre giorni l’effettiva esecuzione della decisione, presa, in realtà, il primo settembre. Ünsal protesta da quasi un anno per ottenere un processo equo, insieme alla collega Ebru Timtik, morta il 27 agosto dopo 238 giorni di digiuno.
    «Dopo essere uscito dall’ospedale, Aytaç Ünsal si era sistemato in una baracca nel quartiere Küçükarmutlu di Istanbul – si legge in una nota del People’s Law Office -, dove due settimane fa, il 23 novembre, la polizia politica ha fatto irruzione. Aytaç corre un alto rischio di infezione a causa della pandemia di Covid-19 e del collasso del sistema immunitario a causa dello sciopero della fame. Nonostante ciò, i compagni che si trovavano con Aytaç Ünsal sono stati arrestati, la casa è stata perquisita da decine di poliziotti, che hanno saccheggiato i suoi averi. Questo raid è stato un attacco volto a ostacolare le cure di Aytaç Ünsal e un tentativo persino di ucciderlo». Per gli avvocati turchi si tratta dell’ennesima cospirazione ai suoi danni: Ünsal, affermano, stava infatti cercando soltanto un luogo adatto per continuare le sue cure in condizioni più sane. Una volta arrestato, affermano ancora i suoi colleghi, «è stato torturato dalla polizia politica, gettato a terra e calpestato, sbattendo la sua testa contro l’asfalto. Il ministero dell’Interno ha continuato a mentire e manipolare. Non vi è alcun motivo legale per essere detenuti per 48 ore. Per questo motivo è l’ennesima azione arbitraria e illegale».
    Le bugie contenute nel comunicato del ministero, secondo gli avvocati turchi, non si limitano alla sola accusa di aver tentato la fuga: nella sua dichiarazione, Solyu avrebbe falsamente indicato come motivo del precedente arresto di Ünsal l’omicidio del procuratore Mehmet Selim Kiraz. « Tuttavia, il nostro collega è stato arrestato due anni e mezzo dopo l’incidente che ha provocato la morte del procuratore Mehmet Selim Kiraz – sottolinea il People’s Law Office – e questo incidente non è stato nemmeno oggetto di processo a suo carico».
    Simona Musco – da “il dubbio”

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