Per una geografia non neutrale e finalmente femminista

Nemmeno la geografia è neutrale. Ed è  machista.

di Maria Teresa Messidoro (*)

 

“La geografia deve svolgere un servizio molto importante.

Deve insegnarci, fin dalla nostra tenera infanzia,

che siamo tutti fratelli,

              qualunque sia la nostra nazionalità”

Piotr Kropotkin

 

 

PROVIAMO A RADDRIZZARE PER BENE IL MONDO

Nel 1973 il cartografo fiammingo Arno Peters pubblica una nuova carta geografica mondiale, in contrapposizione a quella cosiddetta di Mercatore, accettata dalla comunità scientifica da almeno cinquecento anni.

 Cartina di Peters

 

Peters dimostra che qualunque carta geografica sacrifica un pezzo della realtà privilegiandone altri: così, mentre Mercatone privilegia le distanze per agevolare il tracciamento delle rotte sulle superfici terrestri, distorcendo le effettive proporzioni tra le superfici dei diversi continenti, la nuova mappa di Peters si propone di rispettare proprio questi rapporti, scomponendo il mondo il 100 parti orizzontali ed altrettanti verticali, mantenendo necessariamente meridiani e paralleli perpendicolari tra loro. In questo caso, l’elemento distorto è la distanza verticale.

La carta di Peters, diffusa a partire dagli anni 70 in tutti gli ambiti in cui cresceva una nuova attenzione ai paesi del Sud del mondo, attraverso anche un internazionalismo più politico, dimostra come debba essere definitivamente abbandonato un punto di vista eurocentrico e ridata contemporaneamente dignità proprio ai paesi fino ad allora considerati soltanto il cortile di casa o luoghi da sfruttare senza limiti, senza nessun rispetto delle rispettive popolazioni.

Per chi l’ha dimenticato, o chi non l’ha mai visto, consiglio il “vecchio” ma ancora attuale video che introduce e commenta la Carta di Peters, https://asalong.wordpress.com/la-carta-di-peters/tutti-uguali-sulla-carta/

Andando indietro nel tempo, scopriamo che Joaquín Torres García, pittore modernista uruguaiano, pubblica nel 1941, in quello che sarà il suo testamento politico, Universalismo Constructivo, una delle prime mappe che politicamente mettono in crisi il tradizione rapporto nord-sud.

E’ la famosa America invertida, che il suo autore commenta così: “… Il nostro nord è il sud. Non deve esistere il nord per noi… Per questo, ora, capovolgiamo la cartina, per poter ottenere un’idea più corretta della nostra posizione, e non quella che vuole il resto del mondo. La punta dell’America, da adesso, prolungandosi, segnalerà insistentemente il Sud, il nostro nord”.

 

America Invertida

Successivamente, in alcune mostre pittoriche, i concetti di Torres Garcia saranno ripresi e rivistati, come si può capire da questo quadro:

  Europa capovolta

Scartabellando un po’, da profana che sono nel campo della geografia, anche se mi ha sempre affascinato, ho scovato la Proiezione di Fuller, nota anche come Planisferio Dymaxion, in cui l’architetto statunitense, nel 1954, utilizza un icosaedro per proiettare su una superficie bidimensionale la rappresentazione sferica della Terra. L’elemento interessante di questa invenzione è che la mappa di Fuller non ha un senso corretto “in alto”: per lui non esiste nell’universo nessun “sotto” o “sopra”, né tantomeno “nord e sud”, ma soltanto “dentro e fuori”. Dove dentro è verso il centro gravitazionale e fuori significa lontano dal centro di gravità. Cosa privilegiare in una cartina geografica è dunque un fatto culturale, non una verità scientifica neutrale.

 Planisfero Dymaxion

 

Ma non è finita qui: nel 1979, l’australiano Stuart McArthur prova a rovesciare il mondo come un calzino, disegnando una mappa in cui il suo paese, l’ultimo a comparire nelle cartine occidentali, occupa il centro, relegando la nobile Europa in un minuscolo spazio, tra l’Africa e le Americhe.

 Mappa Mc Arthur

 

Queste cartine non avranno molta fortuna, ma restano come testimonianza di una nuova ottica con cui si vuole vedere, studiare e comprendere il mondo. Modificando anche il concetto tradizionale di geografia.

LE NUOVE GEOGRAFIE.

Grazie a Aldo Zanchetta e al suo prezioso lavoro di rielaborazione e diffusione di testi di analisi della realtà latinoamericana (1), mi sono imbattuta nella relazione introduttiva di Alberto Acosta in una conferenza di geograf@ in Ecuador, nello scorso inverno. (2) Un testo lungo ma molto interessante, che si ricollega alla visione alternativa del mondo e della sua rappresentazione, anche geografica, a cui ho accennato nel paragrafo precedente.

Alberto Acosta è geografo, ex ministro dell’Energia e delle Miniere dell’Ecuador durante il primo governo di Correa, presidente dell’Assemblea Costituente di Montecristi, in cui è stata promulgata la nuova Constitución Ecuatoriana, la prima al mondo a riconoscere la natura come un diritto; attualmente è membro del Tribunale Internazionale per i Diritti della Natura, intesa finalmente come soggetto di diritto e non soltanto più come oggetto nelle mani dell’uomo.

( vedere in bottega http://www.labottegadelbarbieri.org/la-maledizione-dellabbondanza-conversazioni-con-alberto-acosta/ con link di articoli precedenti)

Innanzitutto, Acosta ridefinisce il concetto stesso di geografia, inteso come verbo “geo -grafiare”.

Occorre dunque iniziare a geo-grafiare a partire dalle resistenze, che sono gli spazi in cui nascono alternative e proposte. A partire da los de abajos (quelli di sotto, secondo la terminologia zapatista), nel senso più ampio del termine: indigeni e contadini, i molteplici femminismi, soggetti sociali esistenti in luoghi differenti del pianeta, impegnati nella costruzione di un nuovo pluriverso, dove possano esistere molti mondi, in un  orizzonte finalmente post capitalistico, senza patriarcato, razzismo, distruzione, concentrazione, autoritarismo e impoverimento della maggioranza della popolazione a favore di una esigua minoranza. Queste geografie non possono dunque realizzare cartine geografiche né per i sovrani di turno, né per gli stati, né per le industrie estrattive, cioè tutto ciò che rappresenta il potere. Sono delle geografie sintonizzate con quelle visioni che si propongono di superare l’antropocentrismo e gli utilitarismi, recuperando le diverse e distinte valorizzazioni delle comunità e del loro intorno; sono, dice Acosta, delle geografie strettamente vincolate con i diritti umani ed i diritti della natura.

Un discorso, questo, solo apparentemente astratto: basti pensare all’utilizzazione della geografia nella storia dell’America Latina, fin dalla sua cosiddetta conquista (quando ad esempio con la mediazione di Papa Alessandro VI, grazie al Trattato di Tordesillas, nel 1494, si divise il continente Abya Ayala tra Spagna e Portogallo), a quanti conflitti e dispute territoriali sono sorte a partire dall’elaborazione e interpretazione di una mappa.

E’ fin troppo chiaro che il potere controlla, o cerca di controllare, le cartine geografiche, che la geografia troppe volte si trasforma in uno strumento di dominazione, che dietro le mappe c’è sempre una ideologia ben precisa. La domanda fondamentale non è cosa insegnano o vorrebbero insegnare le carte, ma ciò che cercano di nascondere.

Acosta, che da anni ha maturato la distanza dai governi ecuadoregni di Correa e poi di Moreno, considerati troppo autoritari e filo estrattivisti, cita come caso recente nella storia dell’Ecuador quello dell’iniziativa Yasuni-ITT, con cui, nel 2007, si stabiliva che nel Parque Nacional Yasuní, in piena Amazzonia, un significativo volume di petrolio veniva lasciato intatto, senza poter essere sfruttato; contemporaneamente, si richiedeva alla comunità internazionale una consistente somma di denaro, a compensazione di questo atteggiamento di salvaguardia della natura; nel 2013, l’allora presidente Correa dichiarò ufficialmente chiusa questa iniziativa, sostenendo che la comunità internazionale non era pronta a comprendere questa scelta, né a condividerla; numerosi esponenti della società ecuatoriana, compreso Acosta, sostennero invece che proprio Correa aveva tradito le sue scelte precedenti e la stessa nuova costituzione, iniziando a svendere il proprio paese, aprendo le porte alle multinazionali soprattutto estrattiviste. Di fatto, ed è ciò che importa in questo discorso sul significato politico della geografia, dall’agosto del 2013, i Waorani (o Huaorani), abitanti da sempre del Parque Yasuní, scompaiono definitivamente dalle mappe.

Un particolare tristemente ironico: nella loro lingua il loro nome significa “siamo persone”.

Pensando all’uso politico delle cartine geografiche, mi è tornato in mente un particolare del mio primo viaggio in El Salvador, nel 1986, in piena guerra civile: in un paese militarizzato, in cui nessuno, nemmeno l’occidentale come me, poteva sentirsi al sicuro, acquistare una mappa del paese ero un gesto molto rischioso, perché agli occhi delle forze di polizia, in un’eventuale controllo, poteva apparire come un gesto solidale con i guerriglieri, a cui si potevano trasmettere informazioni preziose su località e strutture esistenti, proprio attraverso quelle cartine; conservo ancora, gelosamente, quella mappa stropicciata, consegnatami furtivamente da un membro di ANDES 21 de Junio (il sindacato degli insegnanti che cercava proprio in quel periodo di uscire dalla clandestinità), un giovane insegnante che si era affidato a persone di fiducia della capitale per recuperarmela.

Acosta, nella sua introduzione fa infine riferimento a ciò che lui chiama los mapas de resistencia; un esempio è stato il progetto sviluppato dallo stesso Acosta, con Carlos Córdoba Martínez e Mauricio Betancourt, nel 2004, per la costruzione di geografie e cartine partecipative. Il titolo era Tachiwa, Saperi e Pratiche di orientamento Territoriale in Amazzonia, su cui è stato scritto successivamente un libro.

Perché, sempre secondo Acosta, senza essere dei geografi professionali, senza possedere il linguaggio tecnologico da esperto, le comunità indigene, con le proprie conoscenze ancestrali, sono in realtà dei veri geografi, in quanto perfettamente in grado di identificare e ordinare i propri territori, individuando le pozze di acqua, ad esempio, i sentieri, le spianate, i luoghi sacri, elementi fondamentali per la difesa del proprio territorio. Una società che conosce e trasforma il proprio territorio sa cos’è la geografia, è composta necessariamente da geograf@ che contribuiscono individualmente e collettivamente alla costruzione di un futuro nuovo.

Questa visione della geografia si scontra sicuramente con la visione tradizionale, che sostiene la presunta neutralità anche di una scienza come la geografia, visione sostenuta dal potere.

UNA GEOGRAFIA DI GENERE.

Ma il discorso non finisce qui, perché, ancora una volta sono le donne a sorprenderci: ed ecco apparire le cartografie femministe, con una interazione tra tecnologia e territori, per cercare di capire  e costruire un’alternativa partendo dalla marginalità della società.

Cartografia femminista

 

La geologa Céline Jacquin, messicana, sostiene che le cartine geografiche possono essere lette con un senso profondo, quasi intimo; lei afferma che “qualsiasi mappa mi fa sentire in una maniera totalmente sensuale. Il mio primo riflesso mentale è immaginarmi questo spazio. Quindi cerco di plasmare su di esso una realtà immaginaria. Quanto più conosco questo spazio, tanto più è reale e quindi meno immaginario”. La mappatura delle rappresentazioni della canzone “Un violador en tu camino” (composta e cantata per la prima volta dal gruppo Lastesis in Cile durante le manifestazioni di protesta dello scorso novembre e poi riproposta in tutto il mondo), così come, ad esempio, le indicazioni delle marcie attivate nei differenti paesi l’8 marzo nel giorno di lotta delle donne, mettono in evidenza l’importanza del fare cartografia alternative, dando maggiore rappresentatività a soggetti radicati nei differenti territori, come lo è la galassia femminile e femminista oggi. “Se sei migrante e desideri sapere quali iniziative sono state organizzate per l’8 marzo nella città in cui ti trovi e non conosci nessuno, attraverso questa cartina puoi contattare le organizzatrici o semplicemente parteciparvi. Questa mappa globale della giornata di lotta ne diventa un elemento moltiplicatore”, spiega Isaura Fabra, una delle cartografe che era stata incaricata di organizzare i dati attinenti all’8 marzo e al relativo sciopero globale.

Jacquin, insieme a Selene Yang (3) , è una delle integranti del collettivo GEoChicas OSM.

Partiamo dalla creazione della piattaforma Open Street Maps (OSM), una specie di Wikipedia delle mappe, alternativa a Google Maps, perché a contenuto libero, avvenuta nel  2004, per opera di Steve Coast, un ingegnere britannico.  Dice Selene Yang, nicaraguense, che ha iniziato a collaborare con l’OSM dal 2016: “Open Street Map è una iniziativa dal basso per rendere disponibili dati geografici aperti e di libero uso, una iniziativa che ormai ha raggiunto una certa popolarità in tutto il mondo”.

Ma, sempre secondo Selene, nonostante questo, “si stava cercando di creare la mappa più completa del mondo ancora una volta partendo da una visione mascolinizzata dello spazio”.

Per questo, Selene, vedendo che soltanto il 3% dei più di 4 milioni di collaboratori di OSM erano donne, ha deciso di creare insieme ad altre geografe volontarie della rete OSM un piccolo gruppo di lavoro, per evidenziare la breccia di genere ed evidentemente combatterla. E così, con altre tre ragazze, ha organizzato un evento regionale della componente femminista della comunità di OSM, per iniziare a riflettere proprio su questa presenza minoritaria femminile; da quell’incontro nacque quindi il progetto di Chicas OSM, oggi un gruppo con più di trecento aderenti, rappresentative di circa ventidue paesi, in maggioranza latinoamericani, per le quali la geografia femminista è un vero e proprio impegno politico ed accademico.

Le donne coinvolte nel progetto condividono il concetto che le disuguaglianze sostengono e riproducono  le relazioni di genere anche in aspetti socio spaziali.

Sempre secondo Selena “Una cartina geografica è un riflesso di chi l’ha costruita, non è un prodotto neutro, ha una carica politica e soggettiva molto forte”.

Da una mappatura tradizionale, dunque, nascono piani di ristrutturazione urbana che non tengono conto delle necessità delle donne, come ad esempio la sicurezza o la possibilità di muoversi in tranquillità nel contesto urbano.

Per questo, Geochicas, riappropriandosi della mappatura, ha constatato che una prospettiva di genere tende a dare maggiore risalto nell’architettura urbana a servizi che gli uomini ignorerebbero, come ospedali, asili nido, rifugi contro la violenza domestica e cliniche specializzate per la salute delle donne. Plasmando il territorio, ci si collega alle tematiche centrali oggi dei movimenti femministi,  immaginando più cliniche per un aborto sicuro e gratuito, o semplicemente luoghi adeguati a cambiare il pannolino ai bebè, illuminazione pubblica più estesa, fino a progettare macchine automatiche per l’acquisto di prodotti sanitari di facile accesso a tutt@ nelle città.

Solo in questo modo è possibile dare un senso più equo e dignitoso al mondo in cui viviamo.

Uno dei progetti portati avanti da Geo Chicas è stata “Las calles de las mujeres” (le strade delle donne), cercando di monitorare quante strade delle più grandi città latinoamericane hanno nomi di donne. Da questa indagine è emerso che, ad esempio, in Buenos Aires solamente il 6% delle strade sono al femminile, in Città del Messico si arriva al 12%, mentre la città più attenta all’altra metà del cielo è l’Havana, con il 40% delle strade dedicate alle donne.

E ancora, è stato sviluppato in Messico, da Maria Salguero, un progetto che prevede una mappatura dei femminicidi, tenendo presente che l’America Latina, ed in particolare proprio il Messico, è la regione più insicura per le donne dal punta di vista della violenza di genere, in qualunque aspetto si manifesti.

Collegato a questo, è stato creato e portato avanti anche il progetto “Calles violetas, un mapeo participativo del espacio hostil para las mujeres” (Le strade viola, una mappatura partecipativa dello spazio ostile alle donne); iniziato nel 2017, si è sviluppato a Città del Messico, Puebla, Monterrey e Mérida, coinvolgendo, oltre ad attiviste di Geochicas, studentesse, attiviste, appartenenti ad altre organizzazioni sociali, funzionarie regionali e statali. In un articolo, https://ciudatamx.wordpress.com/2017/07/14/callesvioletas/ viene descritta la metodologia usata nello svolgimento dell’iniziativa, dall’identificazione di una rappresentante della comunità presente nella zona interessata dalla mappatura, alla convocazione delle donne coinvolte, dalla definizione del percorso alle istruzioni condivise, dall’assegnazione dei differenti ruoli (la facilitatrice, le narratrici e le testimoni, coloro che mappano il territorio, chi svolgerà il lavoro come documentarista e chi caricherà manualmente i dati raccolti nelle cartine così costruite); non mancano nemmeno i suggerimenti su come coinvolgere, se necessario, gruppi di uomini, mantenendo il ruolo centrale delle donne.

Le mappe che registrano le violenze contro le donne, così come quelle costruite da chi difende il proprio territorio, hanno la caratteristica inedita ed originale di disporre ed offrire dati raccolti dalle stesse collettività coinvolte, per una maggiore visibilità delle proprie esigenze rivendicazioni politiche e sociali.

I progetti svolti da Geochicas nel corso degli anni si possono trovare qui https://wiki.openstreetmap.org/wiki/ES:GeoChicas

In questo modo, ci si ricollega ad un tema evidenziato dalle femministe comunitarie negli ultimi anni, il concetto di corpo-territorio.

Mayeli Sánchez Martinez, geografa e hacker femminista, crede che oggi ci siano molti motivi che danno impulso alle donne geografe, dall’intendere e combattere la violenza, pensare al legame tra il proprio corpo e la terra in cui si vive, al riflettere come siamo stat@ rappresentat@ nel mondo in cui viviamo. Gli studi di una geografia alternativa raccolgono informazioni delle organizzazioni sociali presenti in un determinato contesto, notizie di giornali e “mappe parlanti” (4), come dimostra quello effettuato con le donne di etnia shuar delle comunità Nankintz y Tsumtsuim, in Ecuador, dove mentre lo stato cerca di controllare lo spazio fisico e i corpi di chi vi abita, le comunità locali dimostrano innanzitutto un forte legame con il fiume, elemento indispensabile nelle loro vite, un legame acqua-territorio, che da una prospettiva della geografia femminista significa una relazione di inseparabilità quotidiana costante, ricca di affetti profondi, tra lo spazio fluviale (il fiume) e lo spazio terra (il luogo in cui si vive)

Le informazioni contenute nelle cartine geografiche elaborate collettivamente appartengono alle comunità che le hanno pensate e tradotte sulla carta. In questo senso, sono loro che decidono se le mappe debbono rimanere all’interno delle stesse comunità o se si vuole diffonderle all’esterno, trasformandosi anche in mappe digitali moderne, per contrastare le narrative ufficiali di stati ed imprese.

Afferma ancora Selene “Il mappare è un processo che crea uno spazio di protagonismo e ridisegnando il mondo possiamo contribuire a ricostruire altre nuove relazioni di genere”.

Non possiamo che essere d’accordo.

 

(1) A cura di Zanchetta Aldo, MININOTIZIARIO AMERICA LATINA DAL BASSO, n. 3 del 18 febbraio 2020

(2) Acosta Alberto, La geografía como verbo, no como sostantivo, https://www.rebelion.org › noticia › titular=la-geogra…

(3) Selene Yang così si descrive: “Sono femminista, amante delle mappe geografiche e investigatrice in comunicazione sociale. Sono nata in Costa Rica, però la mia famiglia è di origine nicaraguense e sono per metà taiwanese. Oggigiorno vivo in Paraguay, e ho realizzato il mio dottorato in Comunicazione in Argentina. Un po’ confuso no? Sono anche una defensora dei diritti umani e lavoro in TEDIC, una organizzazione impegnata nel difendere i diritti digitali. Sono anche membro Centro de Investigación en Comunicación y Políticas Públicas de la Universidad Nacional di La Plata. Ah ho anche un gatto” da qui https://blog.okfn.org/2019/10/29/meet-sele-yang-one-of-our-frictionless-data-for-reproducible-research-fellows/

(4) Secondo l’Associazione Geografia Critica Ecuador si definiscono le mappe parlanti come uno strumento base della geografia sociale con il quale un gruppo di persone rappresenta lo spazio in cui vive. Si chiede alle donne di disegnare le proprie comunità su cartelloni e di raccontare, ad esempio nel caso di una presenza forzata di militari per uno sgombero, da dove arrivarono, cosa hanno distrutto, e come gli abitanti locali hanno cercato e trovato un rifugio. Geografia Critica Ecuador è in facebook, attraverso questo strumento sociale si possono conoscere le sue attività

NOTE

Per documentarsi su GeoChicas, ecco un video dell’Università di Città del Messico https://youtu.be/UIoYLUx55TE

Nel XVII Encuentro de Geógrafos de America Latina, una delle relazioni è stata proprio su “Geografía de genero y feminista en Colombia”, esposta da Astrid Ulloa, che dal 2011 guida nell’Università Nazionale della Colombia un corso su questo tema.

Questa riflessione sulla geografia non neutrale e femminista è stata partorita dopo aver letto ancora una volta un articolo di Pikara https://www.pikaramagazine.com/2020/03/cartografias-feministas-en-la-interseccion-de-las-tecnologias-y-los-territorios/?utm_campaign=nos-encierra-solas-saldremos-en-manada&utm_medium=email&utm_source=acumbamail  E un’ultima domanda da professoressa… perché chi è stato professoressa lo sarà sempre, dicono alcuni detrattori: lo sapevate che il nome Ecuador, deriva evidentemente dalla linea equatoriale che passa molto vicino alla capitale Quito ma esiste soltanto dal 1830, quando, dopo la separazione dalla Grande Colombia, una prima Assemblea Costituente ne decretò la nascita come nuovo stato? Io no, e ho scoperto che si impara sempre, a ogni età.

 

(*) vicepresidente Associazione Lisangà culture in movimento, www.lisanga.org

 

 

Teresa Messidoro

3 commenti

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  • CLAUDIO MAZZOLANI

    Mi scuso ma non sono per niente convinto che una geografia di genere sia funzionale.
    Dicono che io sia anarchico e come tale non posso accettare differenze di genere.
    Mi fa piacere che sia stata citata una frase di Kropotkin, anarchico e geografo. Nel 2021 ci sarà il centenario della sua morte. Sarà ricordato in due Congressi Mondiali. Uno a San Paulo in Brasile e uno alle Cucine del Popolo a Massenzatico a Reggio Emilia. A San Paulo sarà tenuto all’Università, facoltà di Geografia.
    Ma il fondatore di una Scuola di Geografia Anarchica è Élisée Reclus e tutti quelli che collaborarono con lui, dal fratello a Kropotkin che segui i volumi sulla Russia.
    Le sue opere rivoluzionarono il concetto di geografia, sviluppano un concetto di geografia sociale.
    Le sue opere sono uniche e fondamentali ancora oggi. Soprattutto oggi.
    Sono anche stupende opere grafiche.

    Nouvelle Géographie Universelle [Nuova Geografia Universale] 18 volumi illustrati

    L’Uomo e la Terra 6 volumi illustrati

    L’opera è un saggio di geografia sociale nel quale tratta i tre temi per lui indispensabili alla comprensione della geografia in senso reale e non astratto:

    “La lotta tra le classi, la ricerca dell’equilibrio e il ruolo primario dell’individuo”

    Consiglio di leggere

    Storia di un ruscello
    https://eleuthera.it/files/materiali/Reclus_storia_di_un_ruscello_indice_introduzione.pdf

    Essere anarchici ed essere geografi anarchici significa non fare distinzioni di genere, significa essere inclusivi.

    Nel 2017 si è tenuto a Massenzatico c/o Le Cucine del Popolo il primo incontro internazionale su geografia e anarchia, di seguito il link dell’intervista a Federico Ferretti, massimo esperto di Reclues e coordinatore

    http://www.arivista.org/?nr=418&pag=37.htm

    http://www.arivista.org/?nr=418&pag=37.htm

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