Perché il mondo è un posto pericoloso?

Una recensione – in lieve ritardo – a «Per l’uguaglianza» di Lilian Thuram (*)

libroThuram

Come il precedente «Le mie stelle nere», molto bello – in bottega se ne parla qui Le risposte al test di storia rimossa e qui Le mie stelle nere – Lilian Thuram – anche «Per l’uguaglianza», sottototitolo «Come cambiare i nostri immaginari» di Lilian Thuram è stato pubblicato da Add (www.addeditore.it: 224 pagine per 16 euri) nella traduzione di Sara Prencipe e con un paio d’anni di ritardo sull’originale francese che si intitolava «Manifeste por l’egalité».

La copertina mi pare scialba, il libro invece è ottimo.

Nella breve ma bella introduzione Thuram spazia dalla sua vita alla necessità di “decostruire” il razzismo, dal suo attuale impegno alla necessità di «rovesciare il mondo». Proprio la necessità di guardare il mondo sottosopra rende memorabile – soprattutto perché scritta da un calciatore “di successo” – questa sua piccola frase: «Fossi in squadra o nella nazionale mi divertivo a osservare il comportamento dei calciatori o dei dirigenti verso i magazzinieri. Era il modo più rapido e sicuro per sapere con chi avevo a che fare».

Gran parte del libro è costruita su «I miei incontri per l’uguaglianza», cioè Thuram dialoga con persone – tutte interessantissime – su temi anche molto diversi. I nomi più famosi Tzvetan Todorov e Michel Wieviorka. Fra i meno noti: il neurobiologo Jean-Didier Vincent («Elogio del meticciato»); la coppia Yves Coppens e Marylène Patou-Mathis, studiosi della preistoria; Elisabeth Caillet che si occupa di mediazione culturale e museologia; l’antropologa Francoise Héritier; lo studioso di relazioni internazionali Pascal Boniface; con Marie Rose Moro ci si avvicina all’etnopsicoanalisi e agli strumenti terapeutici transculturali; con Odon Vallet si ragiona di religioni; Francoise Vergès, esperta di storia coloniale e schiavitù, qui scrive su «Le eredità inattese che ci hanno trasmesso gli schiavi» ma anche sulla creolizzazione in atto; Doudou Diéne ha lavorato per le nazioni Unite sui razzismi; il filosofo Louis Sala-Molins; la linguista Henriette Walter; gli antropologi Marco Aime e Ninian van Blyenburgh; la ricercatrice Virginie Raisson; Arsène Wenger, educatore e allenatore («se non lo avessi incontrato la mia vita sarebbe diversa»); la docente di scienze sociali Carole Reynaud-Paligot che si incrocia con l’artista Chéri Samba; ci sono poi altri artisti e/o fotografi (JR, Bruce Clarke, Patrick Zachmann). A proposito di omofobia Thuram pubblica la mappa dell’Ilga (International Lesbian and Gay association) e un loro testo. Infine il racconto del primo incontro di Thuram con bambine/i del progetto Demos (Dispositif d’Education Musicale et Orchestrale à vocation Sociale).

Non mi azzardo a riassumere. Accenno alcuni passaggi che mi hanno colpito. Le critiche di Todorov ad alcune affermazioni di Aimé Césaire e di Wole Soyinka. Gli esperimenti nelle scuole di Thuram e della Héritier. La capacità di Marco Aime nello smascherare chi… parla di “culture” ma pensa “razze”. Ignoravo che esistesse il caodaismo, «un sincretismo di molte religioni che pratica il culto di Cristo, Mosé, Budda, Maometto, Laozi e Victor Hugo».

Un paio di citazioni.

Scrive Marco Aime: «Una donna o un uomo che hanno fame non sono prima di tutto islamici o induisti: sono affamati».

Sui linguaggi ecco una frase di Henry Louis Mencken: «Una lingua viva è come una persona che soffre costantemente di piccole emorragie. Ciò di cui ha più bisogno sono continue trasfusioni di sangue nuovo portato da altre lingue. Il giorno in cui le porte si chiudono è il giorno in cui inizia a morire».

In apertura del libro Albert Einstein ci ricorda che «il mondo è un posto pericoloso in cui vivere, non a causa di coloro che fanno del male ma di quelli che stanno a guardare e lasciano che accada».

Se il sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro, è arrivato fin qui a leggere (ne dubito) faccia l’ultimo sforzo e senta questo botta-e-risposta fra Thuram e la Héritier.

«Thuram: Ecco perché è così importante che a scuola venga insegnata la teoria di genere.

Héritier: E’ importantissimo. Quello che mi rattrista in quest’alzata di scudi reazionaria da parte della nostra classe dirigente, deputati e senatori, è che si aggrappano alla parte di teoria del genere che riguarda la sessualità, mentre è una cosa completamente diversa. Mostra come si costituiscono due modelli antitetici di essere umano. Bisogna insegnare questa verità».

«Per l’uguaglianza» dovrebbe finire nelle biblioteche scolastiche (anche a Venezia?) e di ogni gruppo che lotta contro le mille e diverse (ma tutte brutte) facce del razzismo.

Piccolo quiz: in quarta di copertina c’è il logo della Fondazione Lilian Thuram («éducation contre le racisme»). Sul volto 5 nomi: Nelson, Rosa, Mahandas, Teresa, Martin. Facile dare i cognomi… o no?

(*) Questa sorta di recensione va a collocarsi nella rubrica «Chiedo venia», nel senso che mi è capitato, mi capita e probabilmente continuerà a capitarmi di non parlare tempestivamente in blog di alcuni bei libri pur letti e apprezzati. Perché accade? A volte nei giorni successivi alle letture sono stato travolto (da qualcosa, qualcuna/o, da misteriosi e-venti, dal destino cinico e baro, dalla stanchezza, dal super-lavoro, dai banali impicci del quotidiano +1, +2 e +3… o da chi si ricorda più); altre volte mi è accaduto di concordare con qualche collega una recensione che poi rimaneva sospesa per molti mesi fino a “morire di vecchiaia”. Ogni tanto rimedio in blog a questi buchi, appunto chiedendo venia. Però, visto che fra luglio e agosto ho deciso di recuperare un bel po’ di queste letture e di aggiungerne altre, mi sa che alla fine queste recensioni recuperate e fresche terranno un ritmo “agostano” quasi quotidiano, così da aggiornare in “un libro al giorno toglie db di torno” quel vecchio detto paramedico sulle mele. D’altronde quando ero piccino-picciò e ancora non sapevo usare bene le parole alla domanda «che farai da grande?» rispondevo «forse l’austriaco (intendevo dire “astronauta” ma spesso sbagliavo la parola) oppure «quello che gli mandano a casa i libri, lui li legge e dice se van bene, se son belli». Non sono riuscito a volare oltre i cieli, se non con la fantasia; però ogni tanto mi mandano i libri … e se no li compro o li vado a prendere in biblioteca, visto che alcuni costano troppo per le mie attuali tasche. «Allora fai il recensore?» mi domandano qualche volta. «Re e censore mi sembrano due parolacce» spiego: «quel che faccio è leggere, commentare, cercare connessioni, accennare alle trame (svelare troppo no-no-no, non si fa), tentare di vedere perché storia, personaggi e stile mi hanno catturato». Altra domanda: «e se un libro non ti piace, ne scrivi lo stesso?». Meditando-meditonto rispondo: «In linea di massima ne taccio, ci sono taaaaanti bei libri di cui parlare perché perder tempo a sparlare dei brutti?». (db)

 

 

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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