Philip Dick, ESEGESI 15

«La morte stessa morirà» di Giuliano Spagnul

«La morte stessa uccisa; la morte stessa morirà. Il miracolo promesso è alla fine giunto, nel tempo lineare»(941). “Morte dov’è il tuo pungiglione? Tomba dov’è la tua vittoria?” il leitmotiv paolino della «Lettera ai Corinzi» che riverbera in numerosi romanzi dickiani cerca costantemente la sua risoluzione nelle infinite pagine dell’Esegesi: «Siamo addormentati, ma stiamo per svegliarci. “Non dormiremo tutti, ma saremo cambiati in un momento, in un batter d’occhio… e poi giungeremo a superare le parole che sono scritte: Morte dov’è il tuo (…)”»(941). La promessa della morte, della stessa morte che cerca il suo avveramento: essere incinta di nuova vita, «la vecchiaia è gravida, la morte è incinta, tutto ciò che è limitato e caratteristico, fisso e pronto, precipita nel ‘basso’ corporeo per essere ripreso e rinascere»1. Il “basso” dickiano è il kipple, la spazzatura, l’immondizia, dove spesso Dick afferma vi trovi rifugio, alberghi il sacro. Non c’è risposta fuori dal verminaio della vita, dove morte e nuova vita si rincorrono in un ciclo ininterrotto. Il sacro non può prescindere dal terreno sporco e contaminato dell’umano. «Nel momento stesso in cui cedo alla tentazione di rispondere alla domanda: tu come te lo immagini l’al di là?, lo immagino sotto la suggestione che fa parte della cultura di un mondo di viventi. E non esco da questa prigione. Da questa prigione non è dato uscire se non contro la nostra volontà, con la morte»2. E Dick è uno di quelli che non cede a questa tentazione. Non c’è nei suoi romanzi né nei suoi scritti più privati, come l’Esegesi appunto, alcuna visione oltremondana. La morte non è una porta verso l’al di là, è sempre un morire interno alla vita. L’unico possibile superamento dell’eterno rincorrersi della vita con la morte è nella promessa offerta dal tempo lineare (il tempo dell’Occidente) di una fine dei tempi da realizzarsi con la resurrezione cristiana, piuttosto che con la realizzazione dell’utopia marxiana (la fine della storia ecc.). Ma, appunto, sono promesse e per di più consumate, ormai usurate tanto quanto l’idea di un tempo lineare, progressivo, il cui vero rischio è inevitabilmente quello della morte della morte e conseguentemente della stessa vita. Insomma, la morte pare non essere qualcosa di poi così imperituro; va protetta e vanno difesi i suoi prodotti: i morti. Di questi morti noi siamo i custodi e di questi morti noi siamo fatti. «Noi consistiamo di milioni di strati di accrescimento formati (aggiunti) nel corso di migliaia di anni: siamo come cirripedi. Viaggiamo lungo quest’asse spaziale di strati di depositi uno sopra l’altro e non facciamo che crescere e crescere (“l’uomo contiene – non il bambino – ma l’uomo antecedente” afferma Joe Chip3 e a ragione!)375».

Nota 1: Michael Bachtin, L’opera di Rabelais, Einaudi, 19 p. 61

Nota 2: dall’intervista di Fausta Leoni a Ernesto De Martino in Religioni Oggi 1968

Nota 3: protagonista del romanzo Ubik (1966).

Tra 7 giorni: L’Esegesi 16 – Un primo bilancio

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