Pietro Ghizzardi: «scrivo, pitturo, faccio musica»

Il ricordo di Chief Joseph

Pietro Ghizzardi è nato alla Corte Pavesina di Viadana (Mantova) nel 1906 ed è morto a Boretto (Reggio Emilia) il 7 dicembre 1986. Nella vita ha fatto il contadino e lo stradino. Deriso ed emarginato da tutti, cominciò a dipingere e a scrivere come riscatto e rifugio da una vita di stenti e sofferenze. Lui si presentava così: «A pitturare ho davanti solo il Po, a scrivere ho davanti il mondo. Ma ci sono giorni in cui pitturo, scrivo e faccio musica». L’ortografia di Ghizzardi è senza regole, nel rifiuto dei segni di interpunzione, con accentazione misurata sul ritmo di lettura, o più raramente secondo un intento decorativo.

Giovanni Negri e Gustavo Marchesi commentano: «Ghizzardi, in questa fatica, portata avanti con applicazione quasi religiosa, scrive tanto da toccare oramai le migliaia e migliaia di pagine, canta la solitudine disperata dell’uomo che rimpiange le pietre passate, gli amici, gli animali della sua vita e della sua terra.

Il tempo ha levigato tutto, ha fatto scorrere i detriti di tante esistenze, ma non quelli di Pietro che li conserva nella memoria, li fissa nella rievocazione, fra elegia e idillio. Dramma, infine, se si pensa che la sola a capire è Lilla, la cagnetta accucciata nello “stansino”».

Così descriveva il passato: «Dove sono andati quei bei giorni passati quando andavo a ballare chantare al cinema andavo sempre in chonversassione chon tante raghasse».

Qui di seguito propongo alcuni stralci del suo libro autobiografico “Mi richordo anchora”.

«Al mio funerale io voglio essere trasportato al cimitero sensa bandiere di nessun cholore io non faccio per rifiutare la bandiera io faccio perche a dietro a me non voglio del lusso io voglio ésere trasportato sopra un charo tirato da 2 buoi di sétte anni altrimenti se non trovano i buoi andrebbe bene anche un bél chavallo di quélla rassa che ezisteva 100 anni fa attachato alla sua bara chome uzavano 100 anni fa chon il suo charettiere dalla parte che adogni tanto gli facesse sentire qualche squillo di frusta io voglio essere achompagnato da unessere nimale un chreato da gezu christo ma non chon una machchina ché é stata creata da un mechchanico (…) e poi io voglio éssere mésso in un forno (…) sensa la chroce perché io dalla mia nassita e fino al giorno di oggi dal piu e il meno sono sempre stato in chroce e per quéllo che non posso piu vedere la chroce (…)».

«…. E per questo che io insisto sempre di continuo perche quèl signore fa morere il leone prema che chompisca 15 anni e di vita e e il chornacchio puo champare anhe trecento anni questa una chosa chreata da lui tutta alla rovessia. Il leone che dovrebbe essere i pèrno della foresta dovrebbe essere lui a champare fino anche a tre cento anni di vita e mentre invece il chornacchio che dicono i veterinari che puo champare anche trecento anni questa per mè è una chosa tutta alla rovessia che ha fatto quel signore mentre invece il leone bisogna a far vedere alluomo che il suo leone porta sempre la vitorria nei suoi 300 anni di vita e che può empre chorrere immezo al suo deserto senza avere il timore di morire chozi prèsto e a tronchare tutta la sua velocita e la sua forsa e il suo choraggio di fellino”.

La sua autobiografia, scritta nella lingua piena di errori di uno che a scuola ci è andato poco (Ghizzardi ha ripetuto tre volte la prima elementare), nel 1977 gli valse il Premio Viareggio.

Questo è il ritratto che ha fatto di Lui Cesare Zavattini: «C’è un uomo nella Bassa sui settant’anni che si chiama Pietro Ghizzardi ed è un grande uomo. Ma da parecchio prima che cominciasse a dipingere e a far parte della trinità padana dei naïfs, Ligabue, Rovesti e lui. La pittura non c’entra per il tipo di grandezza cui mi riferisco, essendo grande perché ha sofferto grandemente, perché è stato umiliato grandemente, e nelle pagine di questo libro con qualche accento profetico domanda: “Fino a quando continuerete a fare questo?”. Io lessi le sue memorie quando erano in boccio e dissi: “Corro subito ad abbracciarlo”. Poi non corsi ad abbracciarlo, passò del tempo, si dimentica, questa è la vita, e si onora purtroppo più facilmente un artista che un uomo. Lo incontrai dopo alla prima mostra luzzarese dei naïfs, al pranzo invernale dopo la mezzanotte, diventato ormai rituale, tutti avevamo trovato il nostro posto a tavola e Ghizzardi no, ricordo ancora che se ne stava in piedi in un angolo con la paura di disturbare, sdentato, il paletò abbottonato male».

La sua pittura – di stile naïf – lo portò ad esporre in varie località del nord Italia. In particolare alla “Mostra nazionale dei naïf Città di Luzzara” nel 1968, in occasione della quale venne insignito di una medaglia d’oro da parte del Presidente della Repubblica. A partire dalla fine degli anni novanta le sue opere sono state esposte in alcune mostre d’arte contemporanea in Italia e all’estero: Banditi dell’arte, Parigi (2012), Borderline. Artisti tra normalità e follia. Da Bosch a Dalì, dall’Art Brut a Basquiat, Ravenna (2013), Homage to Henri Rousseau. The World of Naive painters and Outsiders, Tokyo (2013), Fuori Quadro, Bergamo (2013). Diversi musei e collezioni italiani e stranieri conservano sue opere: il Museo francese di Laval, il Museo croato d’arte naïf di Zagabria, il Museo Charlotte Zander a Bönnigheim in Germania, la Galleria d’arte moderna Ricci Oddi di Piacenza e la Fondazione “Un Paese” di Luzzara.

POST SCRIPTUM

Nel 1973, alla prima edizione della manifestazione dei Madonnari a Grazie (Mantova),  l’organizzazione non aveva certezza di quali e quanti fossero i Madonnari partecipanti. Per tale ragione si premunì invitando alcuni pittori naïf del mantovano: fra loro Pietro Ghizzardi, definito “il pittore selvatico” e  “lo scrittore analfabeta”. Ghizzardi realizzò un  ritratto di san Francesco, sarebbe meglio dire una sua interpretazione del Poverello di Assisi, rigorosamente in bianco e nero; dominava, però,  il carboncino nero, perché il bianco non fu praticamente utilizzato. La peculiarità dell’immagine era rappresentata dai capelli del santo: dritti, precursori della moda punk. Come se fosse stato spaventato da qualche cosa di molto grave. Vedendo l’opera, si racconta che anche qualche membro della giuria, uno in particolare, ebbe… lo stesso effetto sui capelli. Non è dato sapere per quale ragione: stupore, entusiasmo o rifiuto?  L’anno successivo Ghizzardi non ritornò perché impegnato in un altro campo delle sue attività artistiche, quello dello scrivere (naturalmente a modo suo). Che Pietro fosse un uomo bizzarro non ci sono dubbi ma sicuramente non mancavano genuinità, spontaneità e originalità.

MA COSA SONO LE «SCOR-DATE»? NOTA PER CHI CAPITASSE QUI SOLTANTO ADESSO.

Per «scor-data» qui in “bottega” si intende il rimando a una persona o a un evento che il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna deformano, rammentano “a rovescio” o cancellano; a volte i temi possono essere più leggeri ché ogni tanto sorridere non fa male, anzi. Ovviamente assai diversi gli stili e le scelte per raccontare; a volte post brevi e magari solo un titolo, una citazione, una foto, un disegno. Comunque un gran lavoro. E si può fare meglio, specie se il nostro “collettivo di lavoro” si allargherà. Vi sentite chiamate/i “in causa”? Proprio così, questo è un bando di arruolamento nel nostro disarmato esercituccio. Grazie in anticipo a chi collaborerà, commenterà, linkerà, correggerà i nostri errori sempre possibili, segnalerà qualcun/qualcosa … o anche solo ci leggerà.

La redazione – abbastanza ballerina – della bottega

 

La Bottega del Barbieri

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