Pietro Gori: «Sappi combattere nella palestra del mondo e …

rivendicherai il paradiso per tutti»

A 110 anni dalla morte tre suoi testi per ricordarlo (*)


Gli anni di Pietro Gori vanno dal 1865 al 1911. Almeno metà della sua breve vita è stata attraversata da attivista, organizzatore, avvocato militante, esule e non solo da
“anarchico gentile” e “cavaliere dell’ideale”. La mitizzazione di Gori ha avuto l’effetto collaterale di appiattire una biografia articolata in quanto ad assunzione di responsabilità, sempre estremamente coerente ma altrettanto vincolata a misurarsi con il mutare dei tempi che comprendono: la militanza rivoluzionaria; la divaricazione fra collettivisti e individualisti, fra insurrezionalisti e fautori della “propaganda del fatto”; la repressione crispina, l’esilio militante, il ritorno nell’Italia giolittiana repressiva e corruttiva con le sue poliedricità e viscosità.

Nel 110° anno dalla morte ecco tre suoi testi: per non scordare e non per retorica commemorazione.

Inizialmente fra le mani è capitato il testo di una conferenza, «In difesa della vita», tenuta da Gori il 18 gennaio del 1904 a Messina in cui tratta – fra l’altro – dei numerosi eccidi di quegli anni e dove si legge: «una delle cause per cui gli agenti del potere hanno meno ripugnanza e reticenza ad adoperare le armi, a ferire, ad uccidere, sta nella sicurezza in essi dell’impunità anche quando l’opera loro è palesemente ingiusta, anzi nella certezza di un premio maggiore quanto maggiore è l’ingiustizia della loro violenza. […] Ora, voi ponete in tasca a un fanciullo un coltello, e prima o poi egli ferirà; invece di togliergli l’arma, sorridetegli e premiatelo anche del suo primo gesto di sangue, ditegli perfino ch’ei compie un dovere, e quel fanciullo diverrà un omicida dè più induriti. Ma de’ suoi delitti sarà responsabile non lui, ma chi gli mise in mano il coltello, chi lo incoraggiò alla violenza. Così dei recenti eccidi proletari maggiormente e più direttamente son responsabili coloro che hanno assolto, premiato e decorato». Quante pagine di storia, non necessariamente remote, vengono a mente. Su questo, che riguarda le fondamenta dello stesso contesto e della convivenza civile, seppur conflittuale e diversamente ispirata, Gori immagina un fronte ampio e ritiene che «contro tutto ciò deve insorgere tutto quanto ha potuto conquistar di senso morale la coscienza contemporanea. Non è più questione di partito politico o di scuole economiche – di metodi rivoluzionari od evolutivi: la questione travalica gli angusti confini delle regioni e delle classi, dei partiti e dei programmi, e gravita sui princìpi essenziali d’ogni forma di vita collettiva». Un auspicio di consapevolezza, di una comune e diffusa capacità di contrasto destinato a infrangersi fra le concause alla base di molte nubi che oscurarono l’orizzonte del cambiamento, la convergenza repressiva di reazione e riformismo. Infine Gori conclude a suo modo questo scritto in difesa della vita: «la vita, nessuna vita, potrà essere sicura dalle aggressioni della fame, dall’abbruttimento, della infermità, della spogliazione o della rivoltella, sino a quando gli interessi oggi in conflitto non saranno conciliati in una comunanza fraterna di lavoro e di godimenti. Noi dobbiamo lavorare per questa casa felice dell’uomo di domani, quando, spogliati gli antichi istinti belvini, si riconosca che è più utile e saggio associare gli sforzi di braccio e di mente di tutti per rendere sicura e lieta la esistenza di ciascuno, anzi che persistere in questo incredibile sistema in cui la vittoria vitale di alcuni dipende dalla sconfitta mortale dei più»1.

Ed ecco il testo di una conferenza dell’aprile 1906 tenuta alla Camera del Lavoro di Milano per raccoglier fondi per l’immane delitto minerario di Courriers che costò la vita a 1.099 minatori. Vi si legge: «Né s’incolpi la natura. Nelle viscere della terra come sui mari, come dappertutto ove l’opera umana si sforza di strappare alla materia bruta la ricchezza, noi lo sappiamo che ci sono forze naturali di continuo minaccianti la vita e la salute dei lavoratori. Ma il più delle volte, per non dir sempre, il sacrificio di vite umane è causato dal fatto che, per odioso spirito di speculazione, non tutte le cautele e non tutti i mezzi vengono adoperati per rendere incruenta la lotta del lavoro contro le resistenze della natura. Quante volte crolla una impalcatura di fabbrica, schiacciando o precipitando al suolo da altezze spaventose degli operai inconsapevoli, sol perché l’imprenditore solo volle risparmiare un po’ di spesa che avrebbe resa sicura e solida la impalcatura su cui quelli lavoravano! Ed anche quest’ultima sconfitta del proletariato inabissato nelle viscere della terra a Courrieres per scavare tesori a lor signori, lo si deve nove decimi alla ferocia degli sfruttatori e, – perché non dirlo? – alla imbecillità ancora enorme, malgrado tanto cammino fatto dalle idee emancipatrici, degli sfruttati e degli oppressi che sopportano rassegnati l’iniqua condanna. Dopo tale sconfitta, non parole ci sarebbero volute. Ed io mi vergogno della mia duplice arte di leguleio e di tribuno, dacché con tante parole spese attraverso tanti anni di apostolato non sono riuscito a determinare la minima scossa […] ove tanti pretendono di avere la verità in tasca ed il segreto della rivoluzione, d’una rivoluzione che non si pone mai». Gori affronta diversi altri temi rilevanti come l’importanza dell’azione diretta verso quella parlamentare, la maggiore vitalità delle conquiste ottenute con la prima rispetto quelle concesse con la seconda; la relazione fra il lavoro delle braccia e lavoro della mente e come, quest’ultimo, sia il risultato di un’impresa collettiva progressiva e cumulativa, dell’intera umanità e non del solo individuo, sull’errore di confidare e delegare ai capi e non sul corpo collettivo del cambiamento con una conclusione, formulata col solito stile da profeta che Gori elabora per coniugare contenuto ed efficacia: «La nostra parola dice all’uomo: Cerca la tua felicità nella vita, domandala, esigila! Qui c’è l’inferno oggi, e l’hai creato tu per te; c’è il paradiso e l’hai creato tu per gli altri. Sappi combattere nella palestra del mondo, e rivendicherai il paradiso per tutti».

Torniamo alla conclusione del ragionamento iniziale, a quel: «ove tanti pretendono di avere la verità in tasca ed il segreto della rivoluzione, d’una rivoluzione che non si pone mai»2 .

Infine uno scritto di bilancio della sua vita: ce n’è più di uno ma, sfogliando le sue opere quasi a gettar un dado, è capitato «Vent’anni di storia» scritto dal Gori il 1° maggio del 1910 a Portoferraio, nell’Isola d’Elba dove morirà pochi mesi dopo. Vi si legge: «Quante speranze, e quante paure – vent’anni or sono – all’appressarsi della prima alba di Maggio! Nel congresso operaio internazionale dell’anno, il fatidico ’89, in Parigi, i cavalieri del lavoro che vi rappresentavano le trade’s unions e Nord-Americane, avevano lanciato la proposta, accettata all’unanimità, di dichiarare il I° Maggio, ricorrenza solenne di solidarietà mondiale dei lavoratori […]. La data entrò così nella storia: nella tormentata storia di questo principio di secolo, con le sue alternative di balze impazienti e di accidiosi sapori. Tornò, d’anno in anno […] Era la prima volta che nelle oscillazioni degli eventi umani saliva un ritmo universale di cuori avvicinati, a traverso gli abissi del mondo e le barriere della cecità collettiva, da una concezione nuova di ciò che battaglie nelle viscere degli interessi in contrasto, e di ciò che risplende oltre le vette della competizione di classe o di razza. Non tutti quelli che scesero per le strade e per le piazze solatie al nobile appello del novissimo patto, avevano penetrato tutta la complessità dei problemi che ondeggiavano con le bandiere sulle folle, né avevano, in quei primi anni, inteso tutta l’altezza simbolica di questa celebrazione, semplice eppure immensa. Gli altri, dall’olimpo delle ignoranze ufficiali, avevano fiutato odor di picrati e di marmitte a rovesciamento. Era vento di fronda, non di sommossa, che alitava su le orifiamme scarlatte, le quali parvero lingue d’incendio ai trepidi. E, qua e là, a balzi periodici, da frontiera a frontiera, furon viste le canne dei fucili abbassarsi. […] Ridire la storia di questo ventennio di lotte, nella vicenda alterna delle vittorie e delle sconfitte, rievocare gli episodi della giornata riassuntiva – in questa ventunesima calenda del Maggio operaio – delle sottili conquiste conseguite, e di quelle giganteggianti nel grembo del futuro incoercibile? Ricordare le non poche illusioni perdute, e riaccendere la indomita febbre delle rivincite? Certo, il cammino fatto è grandioso – ma quali pendici ardue, quali impervi sentieri occorre tuttavia conquistare!… La famiglia operaia, senza dubbio, sta faticosamente sollevandosi verso una coscienza superiore della sua missione storica, nell’accelerato evolversi della società industriale… Ma occorre parlarne ben chiaro, pur nel giorno delle rapsodie ardenti; occorre svelarle altresì le verità amare. Le trasformazioni delle condizioni materiali della vita, che farà dell’operaio – macchina, un libero produttore associato per il maggiore sviluppo del benessere individuale e collettivo, resulterà -è vero- una palingenesi anche delle facoltà morali oggi atrofiche, il più delle volte deformate, di una parte della massa proletaria. Ma a questa conviene coraggiosamente insegnare una ginnastica mentale più difficile e fattiva, che non sieno i volteggi verbali intorno alle barre, anche se ferree, della dottrina di Marx, o della teoria di Sorel. Fa d’uopo agguerrirla contro nemici interiori più pericolosi degli stessi padroni esterni; organizzarla contro il fosco dominio spirituale delle bestialità ereditarie, delle follie acquisite di tutto infine il detrito di miseria filosofica ed intellettuale, che il passato ed il presente stratificano, con la servitù, sulle classi mancipie… La rivoluzione (giova insegnare a quelli che se ne riempiono le gote) occorre avvenga nei cervelli e nei cuori di quella che vuol essere, che dovrà essere la gente nova – perché non solo nella vecchia impalcatura sociale è il marcio, che ammorba l’aria; e l’iniquità che intristisce la vita; ma tabe di morbi morali profondi serpeggia pur anche nelle moltitudini insorgenti contro la oppressione esterna, inconsapevoli tuttavia che una tirannide di pregiudizi, di intolleranze, di oscuri appetiti (oh la fame cronica ne è la sinistra genitrice, sovente!…) avvinghia con prepotenza inavvertita gli animi, e deforma spesso gli atti anche di quelli, che pur si professano (e l’illusione è sincera) araldi di libertà»3.

A questo punto dello scritto, dopo il monito, Gori riapre, positivista nonostante tutto, la finestra della speranza per le «forze di muscolo e di pensiero» e per l’avvenire, ma noi ci si ferma a questo suo bilancio fra politico e personale, forze esterne e interne, stratificato e incidente, cervello e cuore, una riflessione sul sentiero complicato e troppo spesso eluso del bilancio individuale e collettivo, del riflettere su di noi. Certo, sono possibili varie e opposte considerazioni su queste parole e sulla loro contestualizzazione nell’opera complessiva di Gori ma rimane il bel esempio di farsi domande.

Potete leggere integralmente questi scritti di Gori in:

1. Gori P. In difesa della vita. Conferenza tenuta il 18 gennaio 1904 a Messina). In Opere, Vol. XI Conferenze politiche (parte II), La Sociale, Spezia 1912, pp 61-79. Oppure: in Gori, Opere, Vol. XII, Editrice Moderna, Milano 1948, pp. 33-42. O ancora: idem in Gori, Scritti scelti Vol I, Edizioni L’Antistato, Cesena 1968, pp. 240-252.

2. Gori P. Le vittorie e le sconfitte del lavoro e della vita. Conferenza tenuta a Milano, nel Salone Massimo della Camera del Lavoro, il 1 Aprile 1906. In Opere, Vol. XI Conferenze politiche (parte II), La Sociale, Spezia 1912, pp. 80-109. Oppure: in Opere, Vol. XII, Editrice Moderna, Milano 1948, pp. 43-57.

3. Gori P. Vent’anni di storia. Portoferraio, aprile 1910. In Opere, Volume IV, «Ceneri e Faville» (parte II). La Sociale, Spezia 1911, pp. 148-154. Oppure iin Opere, Vol. IV, Editrice Moderna, Milano 1947, pp. 72-75.


 

(*) Per un miglior inquadramento storico vedi Pietro Gori – Anarcopedia. La “bottega” ringrazia «l’anonimo compagno» che ha scelto i tre testi.

MA COSA SONO LE «SCOR-DATE»? NOTA PER CHI CAPITASSE QUI SOLTANTO ADESSO.

Per «scor-data» qui in “bottega” si intende il rimando a una persona o a un evento che il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna deformano, rammentano “a rovescio” o cancellano; a volte i temi possono essere più leggeri ché ogni tanto sorridere non fa male, anzi. Ovviamente assai diversi gli stili e le scelte per raccontare; a volte post brevi e magari solo un titolo, una citazione, una foto, un disegno. Comunque un gran lavoro. E si può fare meglio, specie se il nostro “collettivo di lavoro” si allargherà. Vi sentite chiamate/i “in causa”? Proprio così, questo è un bando di arruolamento nel nostro disarmato esercituccio. Grazie in anticipo a chi collaborerà, commenterà, linkerà, correggerà i nostri errori sempre possibili, segnalerà qualcun/qualcosa … o anche solo ci leggerà.

La redazione – abbastanza ballerina – della bottega

 

db
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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