Più giù: le immersioni di Stefano Ricci nella pittura

di Susanna Sinigaglia

Bella, poetica e a tratti commovente questa performance di Stefano Ricci, l’artista disegnatore che crea le immagini improvvisando, nel loro farsi nella mente, sulle parole registrate della sua prosa poetica e il suono del contrabbasso e della chitarra elettrica che l’accompagnano. Lo spazio in cui si svolge la performance è marcato da un cerchio di luce, all’interno del quale si trovano gli strumenti con i rispettivi musicisti – l’uno di fronte all’altro – e nel centro, seduto al tavolo su cui dipinge, l’artista; alle sue spalle uno schermo e sulla parte anteriore dello spazio scenico, due enormi mouse bianchi. Mentre la sua voce registrata comincia a evocare ricordi recenti e lontani, ininterrotti come in un flusso di coscienza, si materializzano sullo schermo scenari su cui l’artista comincia a dipingere i protagonisti del proprio racconto. Dipinge sulle due pagine frontespizio delle copie del catalogo che raccoglie anche i suoi brani poetici, oltre che i suoi disegni, con pittura acrilica bianca e nera. Sulle pagine di colore blu elettrico, usa tre tipi di pennelli – uno piccolo per i particolari e le linee sottili, uno a spatola per il bianco e un altro stranissimo, tutto sprimacciato, per tracciare le figure, i paesaggi – e le dita per sfumare il colore e creare l’effetto tridimensionale, le ombre. Modifica così l’immagine che compare sullo schermo alle sue spalle. La sintonia con chi proietta gli sfondi deve essere totale, come con i musicisti che improvvisano a loro volta seguendo il flusso delle parole registrate e delle immagini. A proposito dei musicisti Giacomo Piermatti, il contrabbassista, in certi momenti abbraccia il suo strumento, usa le mani percuotendone il legno per trarne i suoni adatti a dialogare con le parole e le atmosfere evocate dalle immagini, mentre i suoni elettronici di Vincenzo Core ne sottolineano il carattere “dell’altrove”.

La protagonista quasi assoluta della narrazione è la madre, questa figura – si capisce – persa da poco e da cui l’artista sta forse cercando di accomiatarsi ma che non riesce a lasciar andare e perciò trattiene in questo suo modo originale.

Compaiono però anche lo zio materno, che aveva ritratto la sorella (la madre dell’artista) quindicenne intenta a cucire; il padre, il fratello, personaggi dell’infanzia – come la scimmietta con la giacca bianca da judoka che appariva in spiaggia durante l’estate abbarbicata al collo del padrone – e la natura; quella che lo circondava quand’era bambino e quella in cui vive immerso adesso, in Germania.

Si ha l’impressione che potrebbe andare avanti a raccontare e dipingere all’infinito, tanti sono i pretesti per la creazione della sua poesia in prosa. E infatti l’artista, in un brano intitolato “Mille pagine”, lo ammette scrivendo: “Non riesco a chiudere il libro, che si apre continuamente in direzioni diverse, come un rampicante, come una pianta matta”. Sono frammenti di memoria narrati alla stregua di piccole fiabe, episodi di vita quotidiana che sembrano ininfluenti e invece aprono a un mondo nascosto e misterioso, a riflessioni profonde sulla vita e la morte. Prendiamo per esempio l’episodio della lavastoviglie, che avevano comprato di seconda mano e sistemato nel loro cucinotto di due metri per uno. Questa lavastoviglie non ne voleva sapere di funzionare e dopo vari tentativi, avevano rinunciato a servirsene. Solo che non se ne erano liberati; l’avevano lasciata lì nel cucinotto, dove aveva assunto la funzione di ripiano, per almeno quindici anni. E così, scrive l’artista: “Adesso… provo solo tenerezza per la lavastoviglie, e anche per noi, per quello spirito animista… nei confronti delle cose che vivono e muoiono secondo un loro destino, che non siamo in grado di cambiare”.

Oppure i protagonisti sono i luoghi, quella casa che si trovava in cima alla collina circondata da un bosco di castagni, di sentieri sterrati, con tanti animali e che la famiglia dell’artista considerava immaginariamente di sua proprietà; o il luogo incantato, al limitare della foresta dove l’artista vive attualmente, soprannominato “cinema” perché le querce vi inquadrano uno spazio grande e vuoto che si apre sui campi e “quando ci andiamo, succede sempre qualcosa”; o il “teatro”, il deposito della legna, dove c’è un nido di rondini e dove la madre ha un incontro a tu per tu con una rondine che dura quarantacinque minuti…

Infine il libro-performance riesce a trovare la sua conclusione. La madre è andata a trovare l’artista per la seconda estate consecutiva ma deve ripartire. Il figlio rimpiange tutte le cose che avrebbe voluto fare con lei, così l’invita per l’estate successiva. E la madre sorride dicendo “vedremo”.

I cataloghi con i dipinti dal vivo erano in vendita. Ne ho comprato uno, con questo disegno:

http://www.triennale.org/teatro/stefano-ricci-piu-giu/

 

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