Pochi – ma convinti – insulti a Denis Villeneuve

«Blade Runner 2049» ovvero 142 minuti di sofferenza per (il povero) db

Ho visto il nuovo «Blade Runner» e a un certo punto ho temuto che il numero 2049 non si riferisse all’anno ma ai minuti. Interminabile.

Siccome avevo amato «Arrival» entrando in sala pensavo che Denis Villeneuve non potesse fare grandi danni. Mi sbagliavo. Il film è insensato dall’inizio alla fine (sono certo che a scrivere la sceneggiatura sia stato Giuliano Pisapia sotto pseudonimo). Noioso. Lento persino quando si corre. Inutile.

Sono di bocca buona e avevo apprezzato il primo «Blade Runner», soprattutto in riferimento a quel che di solito accade quando Hollywood si accosta alla fantascienza. Come è noto, Philip Dick morì nel marzo 1982 e molti suoi fans pensarono (taluni ancora oggi lo sostengono) che a stroncarlo fosse stato il dolore per aver letto il “trattamento” di Hampton Fancher e David Webb Peoples – mooooolto liberamente ispirato al suo romanzo «Do Androids Dream of Electric Sheep?che sorreggeva il film allora in lavorazione. Ricordo che, dopo aver visto il film, Riccardo Mancini commentò: «Daaaaaaaaaaaaaai (almeno 14 a , lo giuro) lo sapevamo; Ridley Scott non è Kubrick però… sa fare cinema». E’ vero. Pensavo – dopo «Arrival» – che anche Villeneuve sapesse. Non so cosa gli sia accaduto. Forse è un omonimo del regista di «Arrival», boh.

Temo che litigherò con un po’ di gggggente (spero non con il mio critico cinematografico preferito cioè Franceso Masala) ma questo mi sentivo e l’ho scritto così di getto. Sempre W Dick e abbasso Villeneuve.

Le persone amiche con le quali ho visto il film di Villeneuve-Pisapia forse per consolarmi o forse per convinzione all’uscita mi hanno detto che in «Blade Runner 2049» ci sono molte scene belle. E’ vero: per 8/10 o forse 12 minuti la regia ti incanta (per genialità e non solo per gli effetti speciali) ma il problema – l’incubo per me – sono gli altri 140 minuti.

 

 

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

5 commenti

  • Dissento. A me il film è piaciuto. Il film non è lento, piuttosto indugia su certi momenti e certe immagini imprimendole a fuoco nella memoria dello spettatore (almeno nella mia memoria). Se bisogna fare dei paragoni, rispetto al primo in meno ha la felicità di certi personaggi, la poesia anche ironica di certi passaggi, i dialoghi meno memorabili (visti da adesso, cioè alla sua uscita), e il fatto che è un sequel; in più, la spettacolarità della fotografia, la cupezza di certi ambienti, l’imprinting onirico che riesce a creare; di uguale, la confusione tra macchina e umano. Il primo ha creato un modus della fantascienza, un’estetica con cui vedere un futuro sovrappopolato, e ha reso pubbliche le paranoie dickiane uomo/macchina, reale/non reale; questo forse non aggiunge nulla, ma affonda un altro colpo nell’immaginario di chi evidentemente vi è predisposto. Dick lo lascerei stare, secondo me lui viaggia su altri binari, letterari e più profondi; il cinema da lui ha sempre e solo preso spunto, mai o quasi mai l’ha riprodotto, ricerato su schermo. Forse è impossibile.

  • Pienamente d’accordo con Dibbì!

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