Primo maggio: torni «la tarantola universale»

una poesia di Gianni D’Elia, un testo di Franco Astengo, le canzoni di Pierangelo Bertoli e Banda POPolare dell’Emilia Rossa

Come ricorda Eduardo Galeano, quando il primo maggio 1886 lo sciopero operaio paralizzò Chicago e altre città, il giornale «Philadelphia Tribune» scrisse: «La forza lavoro è stata punta da una specie di tarantola universale ed è diventata pazza da legare». Questa è la vera storia del primo maggio: una lunga lotta contro il capitale, una “pazzia” per chi sta dalla parte dei padroni.

In questo italiano “primo mogio 2020” la redazione della “bottega” sogna che torni la «tarantola universale». Non è solo un desiderio: la vecchia talpa continua a scavare: proprio oggi negli Stati Uniti (e non solo) molti lavoratori e lavoratrici sono in sciopero. Non finisce qui.

Ballata dell’invalido
di Gianni D’Elia

E li chiamano incidenti sul lavoro,
ma non li dovrebbero chiamare
piuttosto, incidenti sul capitale?…

Meno soldi e meno diritti,
questa è la danza che s’ha da danzare,
il ballo del lavoro col capitale!…

E le chiamano morti bianche,
ma non dovrebbero chiamarle
piuttosto, morti tante, tante, tante…

Tante morti sui luoghi del capitale:
cantiere, sterro, officina,
sui ponteggi, al tornio, sotto terra,

questo ballo del lavoro è una guerra!…
Morti e feriti, ogni giorno, e via!…
Questo è il ballo italiano e globale…

Meno soldi e meno diritti, mafia,
questa è la danza illegale,
il ballo del lavoro col capitale!…

Chi non ci lascia la pelle,
ci lascia qualcos’altro,
Ogni parte del corpo è buona!…

Buona la faccia, buona la mano,
buono il braccio, l’occhio, il moto umano!…
La vita rubata qui si assapora…

E quindi uscimmo a riveder le stelle.”…
Sì, ora ho tutto il tempo per la poesia,
ma sulla mia sedia a rotelle!…

E li chiamano incidenti sul lavoro,
ma non li dovrebbero chiamare
piuttosto, incidenti sul capitale?…

PRIMO MAGGIO di Franco Astengo

Al tempo del distanziamento sociale.

Buon Primo maggio nell’isolamento.

Un isolamento che ci impedirà di fare il corteo: dopo il 25 aprile sui balconi un’altra data fondamentale del nostro calendario che scivola via senza possibilità di mantenere la tradizione della piazza.

Nonostante l’ausilio degli strumenti tecnologici ci si sente comunque lontani.

Una condizione di lontananza fisica ma non ideale che deve farci riflettere sulla situazione materiale delle lavoratrici e dei lavoratori stretti in un’inedita circostanza ma immersi in tutte le altre difficoltà di una fase economica e sociale quanto mai complessa.

Sfruttamento, precariato, incertezza per il futuro sono lì a far la guardia d’onore per l’arroganza padronale che adesso intende esercitarsi anche sul tema delicato del diritto alla salute.

Non a caso il quotidiano «il manifesto» oggi titola “Tempesta sul lavoro”.

Un tempo scendere in piazza il Primo Maggio serviva per rivendicare diritti e far sentire la forza del mondo del lavoro.

Nel tempo sono cambiate tante cose e abbiamo via via smarrito parte del senso originario di questa giornata che non deve mai essere definita di festa ma di lotta.

Soprattutto è necessario ricordare come nell’idea del Primo Maggio stia il punto di raccordo fra la solidarietà, l’uguaglianza, il sindacato come organizzazione di classe.

Per recuperare quell’identità è necessario tornare alle origini, rifarsi alle fonti.

Per questo motivo ecco un testo, pubblicato dalla rivista anarchica “La Rivendicazione” nel 1890. Vi scrivevano Germanico Piselli ed Errico Malatesta.

Erano i tempi della lotta per le 8 ore. La rivista condusse una grande campagna perché la celebrazione del Primo maggio si svolgesse regolarmente in tutto il mondo in tempi nei quali erano ancora ben vive «le polizie di Metternich e Guizot».Quelle polizie che ricordiamo ancora bene in opera, finito il fascismo, nelle piazze italiane quando gli operai e i contadini scendevano in sciopero oppure occupavano le terre.

Ecco il testo della “La Rivendicazione”

Pel primo Maggio

Il primo maggio è come parola magica che corre di bocca in bocca, che rallegra gli animi di tutti i lavoratori del mondo, è parola d’ordine che si scambia fra quanti s’interessano al proprio miglioramento.

Nei Congressi di Parigi, ai quali pure noi prendemmo parte, fu deliberato che in tutto il mondo dovesse nascere un’agitazione seria, ponderatissima, per la giornata legale di 8 ore di lavoro: e che questa avesse principio col 1° Maggio prossimo venturo.

La deliberazione fu accolta ovunque, in Francia come in Italia, in Austria come in Germania, nella Svizzera come in Portogallo, ecc. ecc.…

· Infatti regolare con un metodo generale la durata del lavoro in tutte le industrie, per tutti i popoli e per tutti i climi, è cosa equa, giusta, è cosa santa, la quale i governi, i privati, gli studiosi di cose economiche, gli uomini di cuore infine devono appoggiare, devono applaudire.

· Tutti gli operai, schiavi della proprietà individuale e del privilegio, cessino di lasciarsi dominare dai padroni, dagli sfruttatori e inizino una buona volta l’Era nuova del lavoro umanamente praticato e sostenuto. Cessino gli operai delle varie nazioni del mondo di classificarsi stranieri gli uni agli altri, e affratellati nella sventura, nell’officina come nel campo, imparino ad amarsi e a rivendicare quei diritti che sono di tutti, come di tutti è la terra che si abita e l’aria che si respira.

· Il primo Maggio affermerà un principio e gli italiani non devono essere secondi in quest’affermazione, siccome quella che può dare il primo crollo all’attuale edificio sociale, basato appunto sullo sfruttamento continuo, perenne del padrone sul salariato, del capitale sul lavoro.

· I bisogni del Quarto Stato si fanno sempre più sentiti e i doveri s’impongono in guisa tale che non ponno stare all’unisono con ciò che l’ambiente e le esigenze dell’oggi richiedono.

· Si mettano dunque d’accordo tutti gli operai del mondo per rendere solenne questa festa, unendo cioè gli sforzi dell’uno e quegli dell’altro e ottenere così ciò che è reclamato da una legge di giustizia resa forte dalle affermazioni anche di un autocrate.

· La questione delle 8 ore di lavoro vuol significare diminuzione di produzione, quindi maggior bisogno di braccia e conseguentemente minor numero di disoccupati, di spostati.

Reclamiamo in oggi questa riduzione e domani subito ne sentiremo i benefici risultati: non facciamoci per ciò imporre e camminiamo innanzi a bandiera spiegata. Nessun ostacolo ci vinca: quando si vuole tutto si puote… è codesta natura di forti! … i forti siamo noi e lo saremo maggiormente se mostreremo di conoscere i nostri diritti e di non disconoscere i nostri doveri!

Viva il primo Maggio.

Qui potete ascoltare Pierangelo Bertoli in «Rosso colore»: https://youtu.be/akBt4d1pLQw

E qui si salda la memoria con l’oggi: Portella della Ginestra – Banda POPolare dell’Emilia Rossa …

LE IMMAGINI

La vignetta è di Vincenzo Apicella (quanto ci manca)  La foto choc  – “Tute vuote, di chi non c’è più…” – è di Gianfranco Angelico Benvenuto. Le sculture sono di George Segal.

In “bottega” cfr  almeno Scor-date: 1 maggio del 1947 e del 1972 e Scor-data:1 maggio 1886 ma anche il sarcastico 1° maggio: la Festa dei Laboratori (di Alessandra Daniele) e Un augurio per il Primo Maggio 2017 (di Mario Agostinelli con un video e i versi di Francesco D’agostino, poeta operaio)

 

 

La Bottega del Barbieri

2 commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *