«Prode mondo nuovo»: leggerlo o rileggerlo

Aldous Huxley fra Shakespeare, traduttori/traditori, Taylor, Lenin, Chaplin, Pavlov, eugenetica, Procuste, soma, il democratico Jekyll-Hyde, Hitler, Sant’Uffizio e demografia. 

Lo sooooooooooo cosa state pensando: “c’è tutta la roba del sottotitolo? Marca solo il marchese De Sade”. No, c’è anche lui: pazientate.

1 – Era il lontano 1932

Non mi ero accorto che nel 2015 Roberto Massari, ottimo editore (che da un po’ di tempo frequento con gran giovamento) aveva ritradotto e pubblicato «Brave New World» scritto nel 1932 da Aldous Huxley finalmente con il titolo giusto che non è «Il mondo nuovo» ma un ironico (e scespiriano) «Prode mondo nuovo» con il “seguito” – per dire meglio: un commento – «Ritorno a Prode mondo nuovo» del 1958. La nuova traduzione è di Roberto Cruciani, con la premessa/inquadramento di Roberto Massari, una breve nota editoriale e una scheda biografica più l’interessante introduzione (per l’edizione del 1946) di Huxley: in tutto 384 pagine per 20 euri.

Molto letto e ancor più citato – spesso visibilmente senza essere stato neppure sfogliato – «Brave New World» è un “classico” della distopia, ovvero dell’utopia rovesciata nel suo contrario. Nelle carrellate storiche fa coppia fissa con «1984» di George Orwell; entrambi debbono qualcosa al meno noto (in Italia poi è quasi sconosciuto) «Noi» di Evgenij Ivanovič Zamjatin, pubblicato nel 1924. Pur con i suoi difetti iniziali e nel frattempo inevitabilmente invecchiato, il romanzo “fantapolitico” di Huxley resta un libro importante e il commento del 1958 è anche un’assai utile contestualizzazione. Ve lo consiglio sì-sì-sì. Che il libro fin dall’origine avesse difetti lo riconosce – con onestà – lo stesso Huxley ma riscriverlo per migliorare la sua qualità letteraria avrebbe avuto poco senso: meglio capire se certe intuizioni erano giuste o sbagliate; e soprattutto quanto quel «632 dopo Ford» assomigli al 1958 – o 2017 – dopo Cristo.

2- Perché tagliare un “prode”?

Accortomi, con due anni di ritardo, della nuova edizione – e appreso così del titolo “de-shakespearizzato” – l’ho subito riletto. Ignorando l’inglese non posso fare paragoni con la vecchia traduzione (immagino che nel 1933, quando fu pubblicato in Italia, gli editori preferissero non avere guai con il regime fascista e censurassero persino le più vaghe allusioni al dispotismo mussoliniano) e ignoro se quella definizione amara e ironica di «prode» fu eliminata per l’ignoranza di Shakespeare (la frase è in «La tempesta») o per altre ragioni. Di certo il “bardo” inglese – o il collettivo che si firmava William Shakespeare, se crediamo a un’ardita tesi – gioca un ruolo non secondario nel romanzo, anche perché sia Huxley che il suo “Selvaggio” lo citano di continuo.

Mi sorprende fino a un certo punto scoprire che uno dei tanti libri letti nella mia gioventù – sono cresciuto in “democrazia” – fosse censurato, aggiustato, manipolato; per restare dalle parti del Marte-dì (cioè di fantascienza e dintorni) anche Sturgeon e Dick sono stati tagliati a misura di Urania o a “gusto” di Fruttero-Lucentini.

La storia di «Brave New World» è nota a molte/i – e anche in “bottega” se ne è scritto (**) – ma comunque io, come d’abitudine, non la riassumerò per rispetto di chi legge o rilegge. Andrò invece a caccia di quel che Huxley ci può dire oggi.

3 –Taylor, Lenin, Chaplin, Pavlov, eugenetica…

ma anche Procuste, il soma ovvero “la droga perfetta”, la democrazia bifronte del dottor Jekyll e la pubblicità del signor Hyde, il “genio” (purtroppo) di Hitler, il Sant’Uffizio e la demografia. E pure De Sade. E il devastante concetto di «Habeas mentem» che vi invito a scoprire nelle pagine di Aldous Huxley. Nei due testi – il romanzo e il successivo commento – Huxley come è suo stile ci bombarda di idee e provocazioni. Gli dobbiamo molto. Per dirne una fra le tantissime, chi ha letto «Il mistero dell’inquisitore Eymerich» di Valerio Evangelisti probabilmente è rimasto sconvolto incontrando Modju, un simbolo del fanatismo: il nome Modju è coniato con le sillabe di due aguzzini cioè Mocenigo, l’uomo che consegnò Galilei all’Inquisizione, e Djusgavili-Stalin, «colui che pervertì un ideale di uguaglianza in un sistema di oppressione» come ricorda Evangelisti. Ma il primo – che io sappia – a stabilire in un romanzo il parallelo fra le tecniche della “Santa” Inquisizione e quelle dello stalinismo fu appunto Huxley in «Prode mondo nuovo». Quanto alla “democrazia” già nel 1956 a ben guardare si poteva intuire che nello stesso corpo si agitavano il buon Jekill e il cattivo Hyde (cfr pagina 319 di questa edizione). Nelle ultime pagine di «Ritorno a Prode mondo nuovo» Huxley non si fa illusioni sull’involuzione di quelle che si autodefiniscono democrazie. Fra i tanti, leggete questi tre passaggi. «Una società democratica è tale se riconosce che del potere spesso si abusa e che quindi lo si può affidare ai funzionari solo in quantità limitata e per un tempo limitato». Non va proprio così, vero?

Nell’introduzione del 1946 invece Huxley annotava che «negli ultimi 30 anni» non aveva visto politici preoccupati della stabilità ma solo «nazionalisti radicali di destra e nazionalisti radicali di sinistra». La matematica insegna che 1946 meno 30 dà per risultato 1916 e naturalmente questa definizione/datazione può essere contestata. Ma i inoppugnabile quanto inquietante è purtroppo una delle affermazioni seguenti: «Non c’è ovviamente nessuna ragione per cui il nuovo totalitarismo dovrebbe assomigliare al vecchio». L’efficienza preferisce l’indottrinamento ai manganelli: nel “prode mondo nuovo” insomma tutte/i dovremmo essere “Modju”. O, per usare uno slogan del romanzo, bisogna «amare ciò che si deve fare». C’è anche un’altra frase provocatoria e, almeno in parte, profetica di Huxley in questo scritto del 1946: «Man mano che diminuisce la libertà politica ed economica, la libertà sessuale tende ad aumentare per compensazione».

E nell’ultimo paragrafo del testo scritto nel 1958: «La libertà, come s’è cercato di dimostrare, è esposta a minacce di vario genere: demografica, sociale, politica, psicologica […] Alcuni di noi credono che senza libertà le creature umane non saranno mai pienamente umane e che pertanto la libertà è un valore supremo. Può darsi che le forze opposte alla libertà siano troppo possenti e che non si potrà resistere a lungo. Ma è pur sempre nostro dovere fare il possibile per resistere»; e questa è proprio l’ultima frase del libro.

Già nel 1958 Huxley capisce che rispetto alla propaganda hitleriana c’è molto di più: sta crescendo «una grossa industria della comunicazione di massa che non dà al pubblico né il vero né il falso ma semmai l’irreale». Eravamo in marcia verso la «società dello spettacolo» commenta a ragione Roberto Massari che chiude il suo testo però non con Debord ma con Huxley: «La vittima della manipolazione mentale non sa di essere vittima. Invisibili sono le mura della sua prigione ed egli si crede libero».

Quanto al soma, la droga di Stato, Huxley scrive: «Diceva Karl Marx che la religione è l’oppio del popolo. Nel prode mondo nuovo vale il contrario», cioè il soma è la religione.

3 bis – In caso di ristampa

IL MIO AMICO SEVERO DE PIGNOLIS – nome e cognome dicono tutto, no? – MI SEGNALA CHE A PAGINA 107 C’E’ UN CLAMOROSO ERRORE DI IMPAGINAZIONE O DI STAMPA: IN EFFETTI UNA FRASE NON PUO’ FINIRE CON «L’UNICA COSA CUI».

4 – Altre due parole su Huxley

Una vita pienissima, una morte “strana”, sperimentazioni, libri di ogni tipo: merita di essere riscoperto Aldous Huxley (*). Dalle parti della fantapolitica ha scritto un altro romanzo interessante, «La scimmia e l’essenza» (***) ma anche – un po’ pentitosi del pessimismo di «Bravo mondo nuovo»? – provò a disegnare una concreta, ambigua, appassionante utopia con «L’isola» (****).

 

(*) cfr Scor-data: ancora sul 22 novembre 1963 di Riccardo Dal Ferro.

(**) cfr Aldous Huxley: Il nuovo mondo (e Ritorno al nuovo mondo) di Giangiuseppe Pili.

(***) su «Ape and Essence» – ancora una volta Shakespeare –in italiano come «La scimmia e l’essenza» o «La rivalsa delle scimmie» cfr qui Vecchio, grande Aldous Huxley e… con la mia recensione.

(****) cfr qui il mio post “L’isola” di Aldous Huxley e qui Ancora sull’Isola di Huxley la risposta di Mario Sumiraschi.

 

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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