Qualche altra domanda sull’Expo…

Io sono d’accordo con l’impianto del discorso di Maria G. Di Rienzo (è qui: Qualche domanda sull’Expo se non lo avete letto ieri in “bottega”).

Aggiungo qualche domanda che rivolgo anche a me stesso, visto che un po’ di idee confuse ce l’ho.

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1 – L’emittente fa parte del messaggio? Detto in parole più semplici (che rubo allo psicanalista brasiliano Hélio Pellegrino): «Se Giuda Iscariota passasse una petizione in solidarietà a Gesù Cristo io non la firmerei». Il concetto è chiaro; commentava Augusto Boal (in «L’estetica dell’oppresso») «messaggio ed emittente sono strettamente connessi». Se è così ne deriva che io non posso avere nulla a che fare con le narrazioni, con le richieste, con le “petizioni di solidarietà” (anche quelle apparentemente più ragionevoli) dei media di regime e della politica “troikizzata”? Ovvero: quelli che mi/ci chiedono di condannare la violenza di Milano sono gli stessi che fomentano le guerre e attizzano il massacro sociale. E allora mi/vi chiedo: con loro c’è qualcosa da spartire? O dobbiamo fare i conti solo con le devastanti menzogne che raccontano alla gente e che producono effetti ben peggiori di qualsiasi “Milano a ferro e fuoco” per un pomeriggio?

2 – E’ possibile per noi che siamo fuori dal “coro” dire che siamo contro i black bloc ma urlare ben più forte che più grande violenza è quella dell’Expo? Che la sola idea di affidare una kermesse sull’alimentazione agli affamatori e inquinatori del mondo è un atto di guerra?

3 – Per quanto riguarda il rolex al polso, citato da Maria G. Di Rienzo, ma anche le interviste (sui giornali o in tv) a sedicenti rivoluzionari, a cittadini sdegnati o ai soliti noti posso ricordare che se dietro i black bloc (black boh… a mio avviso) esiste un minino (o un massimo?) di “sceneggiatura” questi ruoli sono previsti? Davvero nessuna/o ricorda più la sedicente-seducente infermiera in lacrime che al Congresso Usa racconta di aver visto gli iracheni staccare le incubatrici ai bambini? (Cfr qui http://en.wikipedia.org/wiki/Gulf_War se nulla ne sapevate).

4 – Il che non esclude che poi lì nel casino “scoppiato” anche qualcuna/o non blackblocchizzat* sfoghi la sua rabbia, faccia il suo “Carnevale” (un giorno l’anno, si sa, è concesso). Posso dire che non approvo ma capisco… o divento complice delle violenze? Posso aggiungere (a mia aggravante?) che se vengono sfasciate le banche non mi addoloro affatto oppure passo al ruolo di istigatore e forse (vista l’età) di «grande vecchio»?

5 – E se davvero c’è un minimo (o un massimo?) di sceneggiatura, posso pensare che stavolta il ruolo della polizia era “prenderle”? Il copione era scritto così per molti motivi: il principale è che bisognava cancellare il troppo recente ricordo della condanna “europea” per le torture e le sistematiche bugie di Stato rispetto a Genova 2001. Sbaglio a pensare così?

6 – Avrei un quesito piccino-picciò anche per i giornalisti critici (pochi panda ormai) miei ex colleghi. Davvero a «il manifesto» e a «Il fatto quotidiano» credono che se i black boh non avessero fatto quel casino i grandi media avrebbero parlato delle molte ragioni di un pacifico corteo di protesta, delle inchieste in corso, dello sfruttamento dentro l’Expò, dei padiglioni che crollano? Chiedo con la massima umiltà: quando è successo negli ultimi anni qualcosa del genere? Per convincermi che sbaglio gradirei riferimenti precisi: giorno, mese e anno. Grazie.

Daniele Barbieri, Imola (4 maggio dell’anno che in questa parte del mondo si conta come 2015)

 

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

3 commenti

  • Daniele Barbieri

    INTERESSANTE MI SEMBRA ANCHE QUESTO INTERVENTO (su «Alfapiù quotidiano in rete») di SALVATORE PALIDDA

    Sui disordini di Milano
    Tanto per cambiare tutti i commentatori o pseudo-esperti si sono subito improvvisati analisti dell’ordine pubblico per commentare i disordini e danneggiamenti provocati il giorno dell’inaugurazione dell’Expo a Milano dai cosiddetti black bloc. Come si può facilmente costatare tutti i commenti riflettono la profonda ignoranza che c’è in Italia dell’ABC della teoria e delle esperienze in tale campo. Ignoranza che purtroppo è da sempre dominante anche nei ranghi dei vertici delle forze di polizia, grazie anche a scuole di formazione di agenti e dirigenti che evidentemente si contentano di coltivare una qualità valutata in base alla riverenza ai capi e alle raccomandazioni (come si sa troppa cultura professionale disturba chi comanda e preferisce yesmen ignoranti). Proviamo a fare il punto su quanto è successo e sui diversi attori nella scena del primo maggio milanese 2015.

    1. È arci-risaputo che in Italia, in Europa e dappertutto da sempre ci sono alcune centinaia e a volte anche migliaia di giovani e giovinastri, ma anche persone mature che cercano l’occasione per “sfogarsi”, per “spaccare”, per “far casino”. Occasione che a volte trovano in certi eventi come quello di Milano o allo stadio o anche in certi megaconcerti ecc. La quantità di queste persone e la loro disponibilità a queste performances corrispondono, in genere, al “clima” economico, sociale e politico.È ovvio che quando questo “clima” è “burrascoso” o addirittura da cataclisma, le persone che “non ne possono più”, che vogliono “sfogarsi” sono molto più numerose. Ed è anche noto che quando non si sfogano con queste modalità ne cercano altre, collettive o individuali, non meno violente e distruttrici o auto-lesioniste. Nei paesi in cui non c’è diritto di manifestare scoppiano disordini e violenze durante le partite di calcio o di altri sport, o durante riti religiosi. Oppure proliferano i sabotaggi di vario tipo o gli atti di vandalismo, o le aggressioni nel vicinato o nelle scuole ecc.

    È sin troppo banale osservare che a Milano, prima ancora dei black bloc, c’erano tanti che volevano “sfogarsi” visto che l’Italia ha un tasso di disoccupazione senza pari, e visto che i governi che si sono succeduti hanno aggravato le condizioni di vita della stragrande maggioranza della popolazione e le condizioni di lavoro da semi-schiavi o neo-schiavi di circa otto milioni di persone (in maggioranza italiani), mentre è costantemente aumentata la distanza fra ricchezza e povertà, mentre si spendono somme enormi per aerei da guerra come gli F35, missioni militari (peraltro bidoni che gli Stati Uniti ci rifilano grazie ai loro lecchini italiani) e mentre si elargiscono sempre più risorse alle banche e per opere inutili come la TAV.

    2. I black bloc possono essere considerati una sorta di network di forse un migliaio di militanti europei postmoderni a modo loro antiliberisti che puntano su alcuni eventi abbastanza mediatizzati per proporre l’esempio di una pratica distruttiva secondo loro unica risposta oggi possibile. Nei fatti, si tratta di una ribellione marchiata dall’impotenza oggi prodotta dall’erosione liberista delle possibilità e capacità di agire politico collettivo. Alcuni hanno detto che a Milano sarebbero stati circa millecinquecento, altri cinquecento, probabilmente anche solo duecento, più o meno seguiti da alcune centinaia di quelle persone che prima s’è detto “in cerca di occasioni per sfogarsi”. Considerare i black bloc e i casseurs “antagonismo insurrezionalista” è alquanto ridicolo, ma fa comodo all’intelligence e a chi cerca sempre di giocare con la “distrazione di massa” agitando l’allarme per il nemico di turno.

    Allora, prima domanda ai dirigenti dell’O.P.: fra i vostri grandi esperti analisti avete qualcuno capace di decriptare le comunicazioni delle cerchie black bloc? Se sì, avreste dovuto sapere abbastanza per stimare quanti sarebbero venuti a Milano e come sarebbero arrivati e dove si sarebbero dislocati ecc. (non certo così scemi da andare nei centri sociali come il Giambellino!).

    Seconda domanda: con tutti gli undercover o agenti sotto-copertura che hanno tutte le polizie nonché i servizi segreti dei vari paesi europei come mai non è possibile seguirli e fermarli in tempo? Bisogna sospettare che qualcuno preferisce lasciarli fare secondo l’adagio che “un po’ di casino fa sempre comodo” a qualche dirigente di polizia se non a tutte le istituzioni deputate a garantire l’O.P.?

    Terza domanda: sin da Delamare, von Justi, Turquet de la Marenne, Peel (ma vedi caso di italiani teorici della polizia non ce n’è …) e altri, si sa che la polizia dello stato moderno viene creata perché non si può usare l’esercito per sedare le rivolte che inevitabilmente si riproducono a causa dell’aumento delle ingiustizie economiche e sociali oltre che delle angherie (vedi Polizia postmoderna, 2000; Polizia e protesta. L’ordine pubblico dalla Liberazione ai no global, 2004). L’esercito spara, come fece Bava Beccaris che nel 1898 sparò cannonate contro la folla della “protesta dello stomaco” (per la “brillante” operazione ricevette dal re grandi riconoscimenti, un po’ come è stato per De Gennaro per la sua performance al G8 di Genova).

    Per definizione, l’azione militare è contro un nemico che deve essere sopraffatto o annientato e costretto alla resa. Lo sviluppo capitalista non può sempre trattare le “classi laboriose” come “classi pericolose” (come le chiamava Louis Chevalier), cioè come i sovversivi perché la guerra civile permanente “non fa bene” all’economia. Perciò lo stato borghese un po’ illuminato creò la polizia come istituzione che avrebbe dovuto essere capace di separare i facinorosi dai semplici manifestanti. Si tratta quindi di quella che si chiama “chirurgia sociale”. Per realizzare questa, la polizia si dota di quella che diventa la “squadra politica” e che oggi dovrebbe essere la Digos, oltre che i servizi e unità simili (vedi i ROS). Dovrebbero essere questi gli agenti in borghese infiltrati o che seguono e conoscono i cosiddetti “sovversivi”. E dovrebbero essere questi “poliziotti politici” in grado di mantenere rapporti di collaborazione con i leader dei manifestanti pacifici (sindacalisti, leader di partiti o associazioni ecc.) e quindi con i “servizi d’ordine” dei manifestanti (come s’è sempre fatto in passato, esplicitamente o tacitamente).

    Ne consegue che in caso di provocatori infiltrati nei cortei sono i “poliziotti politici” e i militanti dei servizi d’ordine a isolare e a volte arrestare il provocatore di turno. Allora perché a Milano tutto ciò non è successo? E, peggio, perché ancora una volta come a Genova, i veri black bloc non sono stati isolati e intrappolati? È ovvio che questo non si deve e non si può chiedere alle unità mobili di agenti che palesemente sono sembrati alquanto allo sbando E anche qui: che formazione hanno in particolare i loro capi? Dove hanno imparato la gestione del disordine? (dal Dott. Roberto Sgalla primo funzionario a uscire dalla Diaz al G8 di Genova?).

    3. Un aspetto rilevante non va sottovalutato: checché ne dicano i benpensanti di regime (stile Servegnini) capaci solo di coprirli di vituperi, i black bloc sono attori politici che agiscono a modo loro. Se quest’agire è illegale, che lo Stato sia in grado di punirlo! Ma uno Stato un po’ intelligente dovrebbe chiedersi perché si riproduce conflittualità politica radicale. E comunque non va trascurato il fatto che a Milano nessuno ha usato armi da fuoco; il che vuol dire che, nonostante lo spirito criminale che si pretende attribuire ai black bloc, questi non possono essere considerati criminali al pari degli assassini che sono ancora peggio fra i responsabili di disastri sanitari e ambientali e delle guerre, e degli annegamenti di persone che le fuggono a causa del proibizionismo europeo e dei paesi dominanti. Speculare sui fatti di Milano per criminalizzare ancora una volta il movimento NO-TAV è vile! È arcinoto che questo movimento non ha nulla a che spartire con i black bloc.

    Allora dire che a Milano abbiamo visto all’opera la “nuova strategia delle forze dell’ordine per la gestione dell’O.P.” non regala tanto onore alle forze di polizia che peraltro, contro le norme europee, solo in Italia continuano a essere tante quando questa come altre attività dovrebbe essere svolta da una sola forza rigorosamente formata nel rispetto anche del Codice etico europeo.

    Vedi anche
    http://www.alfabeta2.it/2015/04/12/g8-genova-2015-fra-ignoranza-e-falsificazioni/
    http://www.alfabeta2.it/2014/11/02/impunita/
    http://www.alfabeta2.it/2014/05/11/sulla-polizia-postmoderna/
    http://www.alfabeta2.it/2015/04/21/la-strage-continua/
    http://www.poliziaedemocrazia.it/live/index.php?domain=ricerca&action=risultati&where=Palidda

  • Condivido pienamente Daniele. la vera violenza rimane quella dell’imperialismo unitario di tutte le grandi potenze capitalistiche mondiali e di tutte le guerre che promuovono in nome del profitto delle grandi multinazionali. Hasta Siempre Daniele

  • Diamo alcuni numeri:
    18.000 sono i giovani che hanno lavorato gratuitamente per Expò.
    Solo da una mia amica è stato rintracciata una fonte secondo la quale sono stati danneggiati 12 negozi, 15 banche e 27 automobili: il problema è che nessuno le ha fatte vedere.
    Le banche danneggiate c’erano, ma erano 15? Io ne ho viste personalmente tre, per il resto vorrei altre testimonianze o altre fonti.
    I negozi danneggiati c’erano? O era solo quello del barbiere intervistato? Io non sono riuscito a vederli in nessun servizio e non ne ho visti quando ero a Milano. Se ne hanno mostrati ditemi dove perché la curiosità mi è rimasta.
    Delle 27 automobili nei servizi televisivi ne sono state mostrate circa 5: le altre 22?

    Detto questo: il mio stupore è che anche a sinistra ci si sia appiattiti al commento della narrazione dei mass-media generalisti e non si sia riusciti a dare vita ad una contronarrazione di una manifestazione che ha visto la partecipazione di oltre 30.000 compagne e compagni. In realtà qualcuno lo ha fatto: per vedere un contributo che vada in questa direzione potete leggere questo lavoro http://www.infoaut.org/index.php/blog/editoriali/item/14541-non-a-tutti-piace-expo

    Infine: non ho sentito nessuno che abbia espresso un solo commento dispiaciuto per le banche.
    Tutti negativi per negozi e macchine, come è comprensibile.
    Allora la questione è che certamente è assurdo fare atti politici che possano essere strumentalizzati con tale facilità dalla controparte: ci sono cose che non ha senso fare perché facilitano il compito al sistema di comunicazione sociale che sostiene la legittimità della nostra schiavitù. Se una manifestazione è anche un momento di comunicazione sociale, allora è necessario valutare cosa è utile dal punto di vista strategico.

    Detto questo: una manifestazione non è un pranzo di gala e possono avvenire atti rispetto ai quali si costruisce un dibattito anche autocritico per ciò che non è andato. Questo non vuol dire che la manifestazione sia meno legittima, perché resta il fatto che la violenza sociale vera, seria, quotidiana, è agita da coloro che costruiscono i grandi eventi come Expo, per cui hanno scelto di fare inaugurazione il primo maggio, una data che vivo come un insulto perché è l’ennesimo tentativo di esproprio.

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