Quando emigravano i bambini italiani

di Antonella Rita Roscilli (*)

L’odissea di migliaia di fanciulli costretti dalla fame a lavori bestiali in condizioni di semischiavitù in Europa per tutta la seconda metà dell’800 e per i primi decenni del secolo successivo. Frequentissime malattie e decessi. Si dovrà giungere al 1924 affinché il bambino sia riconosciuto in quanto tale, con la Dichiarazione dei diritti del fanciullo

http://www.patriaindipendente.it/wp-content/uploads/2019/02/r1c.jpgDa http://www.italianinelmondo.ws/archivio-storia-emigrazione/110-il-lavoro-degli-emigrati-italiani.html

“Mi era stato proibito di lavarmi. Dopo qualche tempo acquistai una certa abilità nello scalare canne fumarie, ma ginocchia e gomiti sanguinavano senza che qualcuno provvedesse al minimo medicamento. I vestitini sporchi di fuliggine si appiccicavano alla pelle e ogni movimento mi provocava forti dolori fino a farmi zoppicare. Andavo su a tentoni, con movimenti alterni, a forza di gomiti e ginocchia, puntellandomi alla canna del camino. Nessuno può immaginare cosa si prova a stare racchiusi in un buco buio, con la testa in un sacco, più il camino è stretto, più ti senti soffocare” (Da Fam, fum, frecc, il grande romanzo degli spazzacamini di B. Mazzi). Tra figurinai, musicanti, vetrai, ramai, spazzacamini e venditori ambulanti, tutti emigranti italiani, figuravano anche i bambini. Erano sempre presenti tra gli artigiani che si riversavano fin dall’età moderna nelle città al di là delle Alpi. Nelle zone appenniniche e nelle vallate alpine molti bambini, a partire dai 10 anni, venivano consegnati a suonatori ambulanti che ne facevano largo uso per intenerire il pubblico e raccogliere denaro.

Una circolare del 14 aprile 1834 aveva cercato di imporre regole «onde reprimere il barbaro uso antico de’ montagnari, precipuamente del Valtarese, del Bardigiano e del Compianese, di noleggiare i propri figli maschi ad altri loro compaesani, i quali seco loro li traggono come famigli in lontane regioni (più spesso in Francia ed in Inghilterra)». Eppure, nei decenni successivi all’Unificazione dell’Italia, l’impoverimento di larghe zone della penisola aprì la strada ad un maggiore sfruttamento minorile.

L’attività che più di ogni altra continuava a suscitare sdegno nell’opinione pubblica era quella dei piccoli suonatori girovaghi, descritti come piccoli schiavi. Se fino alla metà dell’800 le compagnie di suonatori erano composte soprattutto da uomini e la presenza dei ragazzi si limitava a uno o due, la crisi economica e sociale che investì il Sud dopo l’Unità invertì questo rapporto: erano numerosi i piccoli suonatori che emigravano sotto la guida di un solo adulto. Le loro drammatiche condizioni di vita costituivano solo un aspetto del vasto fenomeno dello sfruttamento del lavoro minorile emigrante, delle condizioni di estrema povertà in cui versavano le regioni meridionali e le zone montane del paese. Alcuni bambini e ragazzi affrontavano la vita del suonatore o del venditore ambulante, alle dipendenze di un padrone, per sottrarsi alla durezza del lavoro dei campi. Raccontò un giovane parmense emigrato a 9 anni: “Al villaggio mendicavo e mio zio mi disse che avrei dovuto andare a Parigi a guadagnarmi da vivere. Ero così povero che avevo pauro di morire perché non avevo niente da mangiare. Mia madre pianse quando me ne andai” (Mayhew, H. The London Street Folk, 1968). A 13 anni il ragazzo seguì il padrone a Londra dove suonava l’organetto ed esibiva alcuni topolini e una scimmia. A 16 anni riuscì, viaggiando a piedi, a ritornare in Italia. Dal paese ripartì con un altro padrone. I piccoli risparmi accumulati negli anni gli consentirono di acquistare un organo, mettersi in proprio e aiutare la famiglia in Italia. L’organetto a manovella sostituì l’arpa e la zampogna, incoraggiò ancor più lo sfruttamento dei bambini e l’età dei ragazzi adibiti alla questua si abbassò ulteriormente. Ai maltrattamenti e alle percosse si aggiungevano per le bambine le violenze sessuali e, in molti casi, l’avvio alla prostituzione.