Quante facce ha l’apocalisse?

Recensioni incrociate a «La notte del bombardiere» di Serge Brussolo e a «L’ultima spiaggia» di Nevil Shute

LaNotteDelBombardiere

Un po’ per caso e un po’ per scelta dell’Urania, nelle edicole di aprile ci sono due ristampe adattissime a “svezzare” chi non conosce la fantascienza e magari ha pregiudizi. Due libri che più diversi non si potrebbe ma entrambi pregevoli: nessuno dei due entra nella lista dei miei 50 preferiti ma li ho riletti con piacere e li consiglio senza esitazioni.

«Quando io ero in collegio si diceva che tutti i ragazzi che leggevano fantascienza sarebbero diventati eiaculatori precoci». Così il francese Serge Brussolo mette le mani avanti quasi all’inizio di «La notte del bombardiere» (del 1989, traduzione di Maurizio Vinelli). D’altro canto lui scivola molto sul versante horror… o no? Se lasciamo perdere il giochino “etichetta tu che etichetto io” qui il bello è trovare un po’ di tutto. A esempio: avete presente la tradizione di collegi perversi, anticamera di guerrieri sadofascisti e di ogni «istituzione totale»? Brussolo si esercita a tirar fuori ogni schifezza che ancora mancava. Oppure: siete d’accordo con Dick che la contaminazione umani-macchine è/sarà un problemone? Altro che «metal hurlant», qui Brussolo va oltre; sarebbe vile svelarvi la trama ma almeno un accenno agli «escrementi di metallo» devo pur farlo. Ancora: siete pagani, panteisti, animisti e altre cosacce che farebbero arrossire san Gennaro? Ecco la protagonista, con tutte le stimmate della vittima, che fra una disgrazia e l’altra spiega al figlio quattordicenne: «La terra è piena di anime. E’ una spugna. I morti risorgono con la nebbia». In conclusione? La vicenda peggio di così non poteva finire…

Questo del «non c’è limite al peggio» è l’unico elemento in comune fra Brussolo e l’anglo-australiano Nevil Shute (1899-1960). Tanto il francese gioca al «più uno» nella catastrofe, quanto l’altro gioca sulla “leggerezza” e sullo sguardo laterale. La possibile e sensatissima obiezione è: può essere “minimalista” un romanzo – come «L’ultima spiaggia» (del 1957, traduzione di Bruno Tasso) – sulla fine del mondo? Sì, può: pagine memorabili senza panico, deserte di effetti speciali, prive di eroi e/o mostri, addirittura digiune di colpi di scena. A esser sinceri un “colpo di scena” c’è ma ovviamente non ve lo dirò: ma perfino questa “rivelazione” Shute la lascia cadere lì, in due righette, che quasi passa inosservata. Protagonista, questo ve lo dico, una bottiglietta di Coca-Cola. Due altre critiche ragionevoli a «L’ultima spiaggia» possono essere avanzate: se questi uomini e donne che resistono a ogni debolezza siano credibili; se militari e governi così buoni qualche altra/o li abbia visti oltre Shute. Pur riconoscendo valide queste due accuse, anche a una seconda lettura il romanzo mi pare riuscitissimo proprio per il modo pacato e maniacalmente (cioè in modo consapevole) soave in cui racconta prima una «breve guerra» nucleare, fra l’altro scoppiata «per errore», poi il vento assassino che diffonde il fallout, per concludere con la «fine del mondo». Sento rumoreggiare in sala (o quel che è): fiiiiiiiguriamoci se a catastrofe in corso tutte/i aspettano pazienti la fine senza esplodere di rabbia. A fiuto direi di no, ma poi mi guardo intorno e vedo che, nel cosiddetto mondo reale dove mi tocca vivere, le conquiste sociali vengono cancellate, la guerra ritorna a essere la prima opzione, il pianeta “è stato suicidato” dalle industrie e… quasi nessuna/o si incazza. Mi secca dire che Shute potrebbe aver ragione e continuo a lavorare «per un altro mondo possibile» ma se devo credere ai miei occhi, in questo sedicente aprile 2015, sul vecchio Titanic si balla che è una goduria.

Se gli “svezzati” in aprile si vorranno riaccostare in maggio alle edicole… Urania ha tre proposte interessanti. Anzi su due son disposto a giurare perché si tratta di «Cronache dallo spazio», ovvero il “primo tempo” di una antologia di Fritz Leiber, e di «La ballata di Beta-2» del discontinuo ma geniale Samuel Delany. Sul terzo, non avendolo letto, vado a naso: «I prigionieri del caduceo» (ovvero del servizio sanitario, se intendo bene) di Ward Moore sembra stimolante. Si vedrà.

 

db
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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