Quanto mi piace Cory Doctorow

recensione – ululati annessi – all’ottimo «Little Brother»

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Forse qualcuna/o ricorda che, circa 5 mesi fa, qui in “bottega” anche io ho suonato la grancassa per il romanzo «Homeland» (*) di Cory Doctorow, tradotto in italiano dalla Multiplayer come il precedente «Little Brother» – 362 pagine per 14,90 euri, traduzione di Francesco Graziosi – che ne è l’antefatto. Mi era sfuggito il primo ma proprio perché i due libri sono legati, anche se la mia curiosità era grandicella, ho preferito far passare un po’ di tempo per recuperare «Little Brother»: volevo evitare di essere influenzato dalla “seconda puntata” magari dimenticando nel frattempo il più possibile i personaggi.

Adesso l’ho letto. Non mi ha deluso, anzi. «Little Brother» ha lo stesso entusiasmo, la ricchezza narrativa e il gran ritmo di «Homeland» senza esserne un gemello ma solo un lontano cugino.

Senza dir troppo – come si conviene – ecco qualche accenno a storia e contesti. La domanda tradizionale del Marte-dì in bottega formulata così: “è fantascienza?” ma secondo me in questo caso non merita risposta. I quesiti del tipo “la percentuale di fantastico è alta o bassa?” vi farà ridere e/o sussultare quando avrete chiuso il libro; se mi sbaglio… fatemelo sapere.

Il protagonista di «Little Brother» è un adolescente, «young adult» dicono da quelle parti, Marcus Yallow. Si parte dal suo liceo – il Cesar Chavez (**) – dove il ragazzo viene minacciato da uno dei tre vicepresidi della scuola, «una piaga di essere umano». Marcus però è un diciassettenne sveglio e ha in serbo bei trucchi – del tipo: «pensare alle parole di qualche vecchia canzone irlandese» – per rilassarsi e non abbassare lo sguardo. Così esce trionfante dal piccolo scontro. Per niente scosso dalle minacce del vicepreside, organizza una tecnofuga da scuola per partecipare a un “gioco di realtà alternativa” (un vecchiaccio come sono io direbbe una specie di caccia al tesoro); perché la fuga sia “tecno” è una delle tante cosucce che è ingiusto svelare. Anche in questo caso è fantascienza… e non lo è: perché ci stiamo muovendo fra il mondo del 2008 o del 2010, l’altro di poche ore fa e quello che prenderà forme nelle prossime 600 o 25mila ore ore circa. Marcus se ne intende di tecnologie e le ama: vuole esserne padrone e non schiavo: ai profani lo spiega così: «se volete essere voi a controllare le vostre macchine dovete imparare a scrivere codici».

Al “gioco di realtà alternativa” vanno in quattro buoni amici, destinati – si legge – «a perdere tutto quello che avevano di più caro, per sempre».

Avviso subito che il finale è duro però non catastrofico: si apre a una ragionevole speranza di sopravvivere in un mondo infame anzi puntando a migliorarlo con la lotta, individuale e soprattutto collettiva.

Qui ancor più che altrove non è giusto svelare i molti colpi di scena. Dunque dirò solo che il romanzo di Doctorow si svolge nel «gulag americano», cioè in un Paese che ha venduta la sua antica anima libera ai diavoli del militarismo-imperialismo e di una oligarchia che non tollera il minimo pensiero critico e che per questo è disposta a trattare come terroristi persino i suoi figli se protestano contro gli abusi.

E’ la vecchia, perenne vicenda dell’America libertaria contro l’Amerika con il cappuccio del Ku Klux Klan… aggiornato a Guantanamo. Per molte/i però il riferimento resta alla Dichiarazione di Indipendenza, ratificata nel 1776 a Philadelphia dai cittadini delle tredici colonie che si erano sollevate contro la madrepatria. Vale rileggerne, con Marcus, un passaggio-chiave: «Sono istituiti tra gli uomini governi, i cui legittimi poteri derivano dal consenso dei governati; di modo che, ogniqualvolta una forma di governo tenda a negare tali fini, il popolo ha il diritto di mutarla o abolirla, e di istituire un nuovo governo, fondato su quei princìpi e organizzato in quella forma che a esso appaia meglio atta a garantire la sua sicurezza e la sua felicità». Niente male: in buona sintesi è il diritto a ribellarsi quando il governo non rispetta il popolo. A s/proposito: doveva esserci un articolo simile anche nella (pur bella) Costituzione italiana ma fu cassato al penultimo minuto.

Al centro di «Little Brother», come del successivo «Homeland», l’idea che la tecnologia – usata nel modo giusto – può dare a ogni persona un potere personale e maggior privacy…. mentre oggi invece accade il contrario: dà potere a pochi violando la vita privata di tutte/i. Da meditare seriamente.

Amo i libri “storiosi” cioè ricchi di intrecci e personaggi, meglio se – senza tener sermoni fuori luogo – sono anche pieni di informazioni. Questo «Little Brother» è ricchissimo di tutto, compresi consigli pratici per azioni che la gente “finta per bene” considera illegali; ma qui bisogna davvero intendersi, per dirla con Doctorow sono state create ad arte situazioni in cui «era praticamente illegale anche solo concepire pensieri impuri sul governo». Ed ecco giornalisti infami e una “eroica” eccezione; molte paranoie fondate e qualcuna no; gli Usa e di sfuggita la Turchia; vampiri per gioco e succhiatori di sangue per vocazione capitalistica; giochi e manifestazioni; amori e crittografie. Emma Goldman (***) 80-100 anni fa e «un maiale di nome Pigasus» in un tempo più vicino (se avete dimenticato o se non conoscete questa storia vera… ne sarete travolti come se d’improvviso arrivasse un tornado). Kerouac ovviamente “sulla strada”. Jane Jacobs (****) e le sue città come «organismi». Fra le righe incontreremo persino i «freegan» che non possono fare gli «schizzinosi»: perché sono vegan ma senza un soldo, «mangiamo soltanto cibo gratis» ridacchia Zeb, uno dei protagonisti più fuori dalle righe. C’è la Aclu (*****) e ci sono i profeti, i boia e i complici della «sicurezza nazionale» a qualsiasi costo. Ci sono i nuovi tecno-pirati ma anche i paci-finti (la battuta non è di Doctorow ma… la uso tanto per capirsi). Ci sono i terroristi, i terrorizzati ma anche quelle/i che per se stessi vogliono altri ruoli, non contemplati dalla sceneggiatura del pensiero unico. Di sfuggita, ma non troppo, incontriamo Alan Turing e Thomas Bayes. Buona musica e pessimi lacrimogeni. Ah, «non bisogna fidarsi di nessuno sopra i 25 anni» – o era sopra i 40 anni? – oppure c’è un’altra possibilità? Marcus detesta fumare; «anche se ogni tanto un biscottino all’hashish non mi dispiace» ci fa sapere; quanto al caffè… ne scorre a fiumi e di ogni tipo.

Come in «Homeland» torna, nei gangli narrativi, il diritto/dovere a scappare e il… dovere/diritto a resistere e organizzarsi; un nodo che nessuna/o può mai sciogliere una volta per sempre.

L’azione si svolge in una città molto particolare: quella San Francisco strana e/o ribelle che nel romanzo un militare di alto grado definisce così: «agli americani non piace, per loro è una Sodoma e Gomorra di atei e di finocchi che meritano di bruciare all’inferno». E se Frisco è l’America appunto, l’altra è l’Amerika.

Mi fermo

Spero ci saranno occasioni per riparlare dei due romanzi, ragionando anche del suo “moderato” e intelligente tecno-ottimismo resistenziale e resiliente. A questo proposito meritano le postfazioni di Bruce Schneier e dell’hacker Andrew “Bunnie” Huang. Utile la bibliografia, specie per le generazioni… più vicine alla mia. Invece neppure in questa occasione riesco a trovare interessante Bruce Sterling che firma la prefazione. Mi accingo a leggerlo cercando di non farmi influenzare dalla mia vecchia antipatia per lui e il suo compare/rivale William Gibson. E invece esce confermata: per una frase intelligente Sterling ne dice 10 banali e soprattutto manca di profondità.

UNA QUESTIONE PERSONALE

Quasi subito (pag 24) Marcus/Doctorow parla di «quella schifezza della Microsoft che si impalla sempre e che nessuno sotto i 40 anni userebbe mai se non costretto». Ah coso, ma che ce l’hai con me? Parliamone. Anzi no, forse è meglio se cancello le ultime 50 parole…

e al suo posto metto

UN ANNUNCIO

E adesso che Doctorow leggo? Vedo che a marzo la Delos ha pubblicato «L’uomo che vendette la luna»; che dite mi fiondo?

(*) In “bottega” cfr la mia recensione «Ci dicono che questa è la nuova normalità» e il successivo intervento di Francesco Masala, Homeland – Cory Doctorow

(**) Il libro dà per scontato che tutti conoscano Chavez ma temo così non sia. In caso occhieggiate César Chávez – Wikipedia.

(***) Se non conoscete Emma Goldman…. datevi da fare: potete anche partire dalla “bottega”; per esempio qui Scor-data: 14 maggio 1940.

(****) Una primo info è qui Jane Jacobs – Wikipedia ma varrà la pena riparlarne in “bottega” alla prima occasione.

(****) Aclu sta per American Civil Liberties Union. Nel caso vi servisse un minimo “pronto soccorso” i primi cenni sono su American Civil Liberties Union – Wikipedia ma poi approfondir bisogna sì, sì, sì.

 

 

redazione bottega
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

3 commenti

  • Barbieri, smetti di leggere tutti i miei libri !!!

    ‘Little Brother’ di Cory Doctorow e ‘L’impero virtuale’ di Curcio Sono entrambi parte di un mio progetto di studio sulle tecnologie del controllo sociale, sia nel campo puramente repressivo che sui luoghi di lavoro.

    Doctorow , da qualche parte in Little Brother, dice che tutto quello che descrive nel libro è effettivamente avvenuto da qualche parte nel mondo. Sembra fantascienza, ma in realtà si tratta della descrizione del presente.

  • Francesco Masala

    ce l’ho lì…

    so che mi piacerà

  • … …e leggetevi l’ultimo. L’UOMO CHE VENDETTE LA LUNA. In 100 pagine c’è tutto.

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