Quel 25 aprile e noi – 22

Il «ponte rotto» di Lazagna

di Qbea (*)   

Il testo qui sotto è una sintesi di quanto segnala l’editore Colibrì che ha opportunamente ristampato il libro di Giambattista Lazagna (Genova, 15 dicembre 1923 – Novi Ligure, 22 gennaio 2003) detto Carlo, comandante partigiano.   

Le vicende narrate da Giovambattista Lazagna (Carlo) in «Ponte Rotto», pubblicato per la prima volta nel 1946 si inquadrano nel contesto degli ultimi due anni della seconda guerra mondiale, dall’8 settembre 1943 in poi, e si riferiscono in particolare agli esordi, agli sviluppi, ai successi militari e politici e alla conclusiva smobilitazione da parte degli alleati anglo-americani delle formazioni partigiane che combatterono in quegli anni nel territorio della sesta zona operativa Liguria, compresa grossomodo tra Genova, Chiavari, Bobbio e Tortona.
Come ricorda Erasmo Marrè (Minetto) nella prefazione, il libro viene definito da Italo Calvino «un bel diario». Un diario, tuttavia, si occupa di solito in primo luogo delle faccende personali di chi lo redige, e ne fa il protagonista di narrazioni che ruotano soprattutto attorno alle questioni che lo riguardano direttamente. Il caso del testo di Lazagna è completamente diverso: l’uso della prima persona si limita infatti a circostanze eccezionali, e non prende mai il sopravvento sull’esigenza di descrivere innanzitutto l’aspetto collettivo dell’esperienza partigiana.
Colpisce innanzitutto, nelle pagine iniziali, la descrizione delle condizioni di vita dei protagonisti. Si racconta infatti di sparuti gruppeti di uomini male armati che si nascondono in rifugi di fortuna e sono costretti a nutrirsi quasi esclusivamente di castagne, castagnaccio, nocciole e frutti di bosco. I pasti completi sono rari, e spesso vengono consumati frettolosamente a causa di improvvisi cambiamenti di programma. I contatti con gli alleati, che intanto risalgono la penisola, sono evanescenti e sporadici, e i lanci di materiale bellico promessi da Radio Londra si verificano sempre, quando si verificano, in circostanze rocambolesche. I partigiani, ansiosi di entrare in azione, sono invece costretti dai rapporti di forze e dall’armamento inadeguato a lunghe ed estenuanti marce da un rifugio all’altro per sfuggire il confronto diretto con il nemico. Spesso dormono all’addiaccio, e scarpe e vestiti costituiscono un problema di vitale importanza.
In queste condizioni di estrema penuria prende corpo l’etica solidaristica che per Lazagna costituisce il fondamento di tutta l’esperienza partigiana, e che l’accompagnerà anche nelle fasi successive della lotta, quando le mutate condizioni politico-militari consentiranno alle formazioni partigiane di colmare il vuoto di potere lasciato dalle evanescenti istituzioni della Repubblica di Salò, sostituendole con un’amministrazione libera che tuteli gli interessi della popolazione. Verranno poste così le fondamenta di un vero e proprio stato partigiano, le cui autorità prenderanno iniziative decisamente innovatrici in tutti i campi della vita sociale, dalla gestione delle risorse alimentari fino alla stesura di nuovi programmi scolastici. Nel contesto di un conflitto cruento e sanguinoso nascerà quindi, come scrive il Lazagna,
«il nostro stato […]. E’ sorto così, per nostra volontà, con le nostre armi. Centinaia di sentinelle stanno ora vigilando su questa terra, che è libera come un’isola in un mare di oppressione e di violenza». Da una situazione iniziale nella quale il contesto dei rapporti sociali si delinea attraverso la condivisione di una vita di sofferenze, di ristrettezze, di fame e di lotta si arriva dunque, tramite la ferrea disciplina del celebre “codice di Cichero”, ad una formula di convivenza civile che ancor oggi, senza alcuna retorica, può essere additata ad esempio per le nuove generazioni.
La giovane età dell’autore (che all’epoca della stesura del libro aveva poco più di vent’anni) si riflette nella generosità dei suoi ideali e nella visione del mondo semplice e lineare che ne trae alimento. Il rigore stesso che regola la vita delle formazioni partigiane sembra scandire il ritmo severo della sua prosa, risolvendolo in un periodare essenziale e scarno che fotografa con precisione certosina le circostanze più disparate. Sotto il diaframma di queste qualità stilistiche si coglie la volontà di consegnare alla memoria l’eredità di una tragica esperienza imposta dalla storia, dando il dovuto risalto alle opportunità di crescita e di maturazione che essa ha fornito a tutti coloro che vi presero parte.
Non meraviglia pertanto constatare, nelle pagine finali del libro, quando l’autore descrive l’esito conclusivo di questa esperienza e di questo impegno, una nota di profonda amarezza nelle sue parole. Le formazioni partigiane avevano contribuito allo sforzo bellico col sangue e con i sacrifici di migliaia di combattenti, conquistando nel corso del conflitto il riconoscimento tanto del nemico tedesco, col quale trattavano ormai da pari a pari, quanto degli alleati, che cominciarono a paracadutare nelle zone libere numerosi agenti che avevano il compito di entrare in contatto operativo con i partigiani.
[…] Con la fine della guerra, però, come è noto, le formazioni partigiane furono smobilitate, e le armi sequestrate. Si esaurirono così gli esperimenti di auto-governo che le armi avevano instaurato e difeso, e ad essi si sostituirono le armi e le istituzioni di quella Repubblica Italiana che negli anni ’70 avrebbe inflitto a Giovan Battista Lazagna, veterano della Resistenza e medaglia d’oro al valor militare, la dolorosa esperienza del carcere e del confino. Se nelle nuove condizioni non era più possibile difendere l’esperienza partigiana imbracciando il fucile, non restava che affidarne l’eredità alla memoria del popolo. Il libro di Lazagna assolve questo compito con grande efficacia.

Stralci da una lettera dell’autore
[…] La indesiderata pubblicità sul mio nome nel 1972 e nel 1974 (incarcerazione in occasione del “processo Feltrinelli” a Milano e del “processo Brigate rosse” a Torino) e la campagna politica condotta per la mia liberazione dalle forze della «nuova sinistra», sono occasione per due nuove edizioni di cinquemila copie ciascuna, a cura del Soccorso Rosso diretto da Franca Rame e Dario Fo, che vengono distribuite con «diffusione militante» in tutta Italia.
Non posso ovviamente fare oggi previsioni sull’esito della coraggiosa iniziativa della cooperativa Colibrì di pubblicare oggi, nel cinquantenario della prima, una settima edizione di
«Ponte Rotto».
Per mia fortuna oggi, ultrasettantenne, sono potuto tornare nell’anonimato, e sono conosciuto da poche persone amiche che apprezzano le mie ormai ventennali attività di boscaiolo, ortolano e cercatore di funghi.
[…] Tuttavia, l’osceno revisionismo storico che percorre in questi ultimi anni l’Europa e le fastidiose velleità di rialzare la cresta di qualche gerarchetto «post-fascista» uscito dai ghetti di alcune sacrestie e di alcuni servizi segreti, dove sono stati riciclati insieme a partigiani rinnegati di «Gladio» e dintorni, potranno forse stimolare il ritorno alla lettura delle testimonianze di un’epoca che sarebbe bello poter dimenticare. (Giugno 1996 – G.B. Lazagna)

(*) Oggi un blog speciale con 24 post, uno ogni ora, su Liberazione e sulla resistenza – sia minuscola che maiuscola – al nazifascismo. Nella piccola redazione (un po’ allargata per l’occasione) abbiamo discusso l’idea, partita da David, di scegliere 24 testi o immagini che raccontassero quel giorno e l’oggi; che mostrassero qualcosa (o qualcuna/o) importante da ricordare; che attualizzassero e/o problematizzassero la Liberazione e la Resistenza. Alcuni post sono firmati, gli altri sono nati – come già è successo – nel lavoro comune che possiamo chiamare Qbea cioè Questo Blog E’ Antifascista.

 

 

 

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