Quel 25 aprile e oggi – 3

di Luigi Rossi (*)

Il libro di un giovane storico riporta alla luce i giorni della Liberazione in una cittadina polesana, sottolineando storia, drammi e speranze di un popolo 

Ci sono libri che si amano a prima vista. Appena li scorgi in vetrina, su una bancarella o tra le mani di qualcuno, in treno per esempio. Lendinara mercoledì 25 aprile di Milo Vason mi colpì per quella maschera misteriosa riportata in copertina. Un volto, affiorante da una spaziotemporalità ancestrale, con la bocca spalancata in un grido crudele. Un urlo di terrore. Ma anche di sfida. Un volto dalle occhiaie vuote. Una maschera in cui ritrovavo il mistero dello Skrik o «Urlo» del pittore norvegese Edvard Munch, uno dei simboli (che si voglia o no) del Novecento.

Questa maschera dolorosa, individuata e focalizzata dall’obiettivo di Paolo Gioli sul muro della bottega del barbiere di Villamarzana, contro il quale vennero uccisi dopo una notte di violenze, il 15 ottobre 1944, 42 martiri della Resistenza, fissa sulla pellicola ombre e segni, rimandi e racconti. L’immagine, volto della Memoria polesana, apre un volume coraggioso, visti i tempi in cui ci troviamo a vivere. «Lendinara mercoledì 25 aprile» (breve storiografia della Resistenza) presenta avvenimenti e persone, drammi e speranze, nel giorno che segna la nascita dell’Italia repubblicana e democratica. Tra vita e morte, libertà e servaggio.

«Lendinara mercoledì 25 aprile» racconta la Resistenza e la Liberazione delle genti del Polesine, in particolar modo dell’area compresa fra le rive dell’Adige, Lendinara, Villamarzana e Badia, con i campi, le fattorie e i borghi che l’attorniano. Un microcosmo – in cui nacque e operò Giacomo Matteotti – non risparmiato dalla violenza nazifascista, dalla guerra e dall’odio e dove palpitò una Resistenza dimenticata. Un volume ricco di testimonianze fotografiche inedite (ben 69 su 73, di cui 5 storico-artistiche), di ricordanze e schede che offrono al lettore un quadro completo del dolore e della morte che s’abbatterono su questo lembo d’Italia. Come degli ideali e valori che vi germogliarono e fiorirono.

La fatica di Milo Vason è sicuramente anomala in quest’epoca di riflusso storico. L’autore, nato nel 1977, ne è conscio. Nell’introduzione confessa che, in quei giorni di violenza e odio, «c’ero anch’io. C’eravamo tutti, se solo volessimo ricordare», evidenziando il compito di chi, con passione culturale e politica, non accetta di dimenticare gli anni e il martirio di chi si votò alla sconfitta del fascismo e alla nascita dell’Italia repubblicana e democratica.

La parte introduttiva, a più voci, porta il lettore a confrontarsi con i perché e i rischi della dismemoria. Mimì Sangiorgio, partigiano e deportato nella Germania nazista, dichiara che «la Resistenza fu guerra di popolo, con la figura del Partigiano e Patriota al centro» che sacrificò affetti, interessi personali e, spesso, la vita «per la causa della difesa dell’Italia, cioè per una giusta causa ed una scelta giusta, contro quella ingiusta del fascismo di Salò».

Graziano Zanin, direttore di Terrisaurum (Museo Veneto della Fotografia) e curatore grafico della pubblicazione, scrive: «È dalla Resistenza che è nata la Costituzione Italiana, la carta che dà dignità alla persona nella sua singolarità e la rappresenta. Un’illimitata garanzia per tutti, frutto d’impegno e di competenza dei padri costituenti reso possibile dal sacrificio di quanti hanno saputo riscattare un popolo».

Milo Vason puntualizza che «in Polesine si costituì il Comitato di Liberazione Nazionale Provinciale (…) al quale aderirono tutte le forze democratiche che si opponevano al regime». Nel Cln polesano troviamo Luigi Puxeddu (Partito Liberale), Edoardo Chendi (Partito Comunista), Romolo Saggioro (Democrazia Cristiana), Lino Rizzieri (Partito d’Azione), Umberto Avezzù (Partito Socialista). L’autore sottolinea che «è un’imprecisione storica quella che oggi considera la Resistenza come un solo fatto comunista. Certo, in una provincia agricola e tendenzialmente socialista prima che fascista, teatro di numerose contestazioni bracciantili nei primi anni del secolo al pari del ferrarese, non mancò una spiccata impronta comunista e socialista, ma importante fu anche il peso azionista, democristiano e cattolico nei quadri della Resistenza, peso oggi trascurato nel dibattito politico».

La Resistenza al fascismo, a Lendinara, è segnalata già il 14 aprile 1921, quando si dimette l’intera amministrazione comunale. Tre anni dopo «scossa dall’omicidio Matteotti, Lendinara mantenne una fervente attività cospirativa, che si contrapponeva alla spiccata adesione al fascismo di gran parte della popolazione». Nel gennaio del 1931, Alfredo Baccaglini «fu arrestato e condotto al confino per cinque anni, dopo aver scritto sui muri motti inneggianti al socialismo e a Matteotti». Mentre «Pietro Cesare Pavanin, esule in Francia ed eroe di Spagna, partecipò addirittura a un fallito attentato a Mussolini, ed ebbe una vita rocambolesca: sposò una donna russa e visse in URSS, prima di ritornare a Lendinara». Sino alla costituzione della Lega Studentesca presso il caffè Alberto Mario (primo maggio 1943), che avvia l’ultima fase della Resistenza Lendinarese. Ne facevano parte Mimì Sangiorgio, Rino Avanzi, Giovanni Bazzan e Angelo Volpe. Dopo l’8 settembre vi aderirono anche Gino Sangiorgio, Fulvio Brizzolari e altri. Azioni e scelte civili che rimandano al ruolo che Lendinara aveva già assunto nel Risorgimento, segnalandosi nella Guerra di Liberazione «per la precoce nascita dei gruppi antifascisti, l’importante ruolo della sfera cattolica e i duri scontri alla fine del conflitto».

L’autore non dimentica i resistenti polesani che scelsero di combattere in Piemonte e Lombardia, «esponendo i propri congiunti e la popolazione civile a ritorsioni e rappresaglie» e non manca di sottolineare che la Resistenza Polesana si trovò a operare «in un terreno poco agevole alla clandestinità, … pianeggiante e pressoché privo di difese naturali permanenti».

Aree controllate da unità partigiane «sorsero per lo più negli estremi lembi terracquei del basso Polesine o lungo le sponde dei grandi fiumi. Il contesto in cui la Resistenza attecchì fu poi del tutto particolare, perché dopo la caduta del fascismo… si insediarono nel seno della Repubblica Sociale elementi politici fanatici, precedentemente esclusi dal regime. In Polesine si verificò infatti la confluenza di gerarchi fascisti con il loro seguito di militi volontari … che provenivano dal massiccio esodo delle province toscane e umbre liberate dagli Alleati». Milo Vason ricorda che «dalla casa del fascio di Lendinara … partirono, equipaggiati di tutto punto, i militi della locale BN, II^ Compagnia, che la notte del 14 ottobre ’44 iniziarono il terribile rastrellamento di Villamarzana. Dopo aver devastato San Bellino e Tre Ponti, confluirono verso Precona unendosi ai camerati germanici». Il 15 ottobre 1944 l’eccidio di Villamarzana.

I nomi di Bonafin Santino, Brandolese Antonio, Bronzolo Ettore (da Badia Polesine), Marchiori Rodolfo, Fava Lorenzo (trasferitosi da Nocera Inferiore a Lendinara), Favretti Massimiliano, Marchetto Gesumio, Secchiero Emilio, Varliero Bellino, i quattordicenni Giovanni Silvestrini e Sassolino, come don Zilianti o il parroco di Villamarzana, risaltano con altri nelle pagine della pubblicazione mentre il passaggio dei nazi-fascisti lascia «una lunga scia di morti. Nel ferrarese, presso Porotto, si compì il noto eccidio di dieci giovanissimi partigiani davanti alle loro madri, per mano di unità fasciste, e a Ficarolo i tedeschi violentarono e uccisero una giovane donna, il cui corpo esanime fu fotografato dagli alleati sulle rive del Po. Sterminarono la famiglia Rossi presso Colombano e passato l’Adige, trucidarono la famiglia Cerchiaro di Baone. La più giovane delle vittime era un ragazzino».

La notte fra il 24 e il 25 aprile 1945, in casa di Archimede Sasso, in via del Santuario, venne deciso che era giunto il momento di insorgere, una decisione che esponeva la popolazione al rischio di una rappresaglia (come avvenuto a Villadose, sempre il 25 aprile, dove vennero fucilati 22 ostaggi), ma che «evitò maggiori danni alla città e atti di violenza nei confronti dei civili».

L’insurrezione ebbe inizio alle ore 8 del 25 aprile e, alla Liberazione di Lendinara, si contarono 15 tedeschi, 13 fascisti e 2 partigiani morti più 4 tedeschi, 3 fascisti e 4 partigiani feriti. I prigionieri furono numerosi: «42 tedeschi e 20 fascisti, poi consegnati agli inglesi». Lendinara e il Polesine avevano scelto un’Italia repubblicana e democratica.

Il volume di Milo Vason esce a pochi mesi dall’inaugurazione del primo museo provinciale della Resistenza sorto nella «casetta del barbiere» di Villamarzana.

Forse è un segno della rinascita degli ideali della Resistenza e dello spirito del Risorgimento, ancora oggi fondamento e fulcro della Repubblica italiana.

Luigi Rossi (Bochum)

Milo Vason

«LENDINARA – Mercoledì 25 aprile»

128 pagg, 15 €

ISBN 978-88-903859-7-1

www.ags-edizioni.it

(*) Oggi un blog speciale con 24 post, uno ogni ora, su Liberazione e sulla resistenza – sia minuscola che maiuscola – al nazifascismo. Nella piccola redazione (un po’ allargata per l’occasione) abbiamo discusso l’idea, partita da David, di scegliere 24 testi o immagini che raccontassero quel giorno e l’oggi; che mostrassero qualcosa (o qualcuna/o) importante da ricordare; che attualizzassero e/o problematizzassero la Liberazione e la Resistenza. Alcuni post sono firmati, gli altri sono nati – come già è successo – nel lavoro comune che possiamo chiamare Qbea cioè Questo Blog E’ Antifascista.

Redazione
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3 commenti

  • ciao sono una parente di Bellino Varliero, vorrei sapere come fare ad acquistare una copia del libro che trovo doveroso leggere perchè è parte della mia storia.Mio padre era il nipote di Bellino,figlio di una sorella,a casa abbiamo ancora un manifesto funebre dello zio.

  • ciao a tutti, sono un pronipote dell’abate Zilianti e sto cercando di ricosruire la sua vita, ove possibile. Vorrei conoscere l’indirizzo dove poter acquistare il libro di Vason. Confesso che sono molto incuriosito. Grazie mille.

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