Quel 25 aprile e oggi – 7

Le «cinque giornate» di Caulonia

di Mauro Antonio Miglieruolo (*)   

«Poi ‘nta la guerra,      Alla fine d’una guerra

d’undi ca juntau,       Chissà da dove

nu sindacu sovieticu sciurtìu;       È uscito un sindaco sovietico

na repubblica russa ‘mminestràu,      Che ha diretto una repubblica russa

e comu fu lu fattu, scumparìu»      E come il fatto fu, così è finito

                                  (Pasquale Cavallaro)

Mi accingo a raccontare una storia dimenticata, una storia meridionale. Calabrese, per la precisione. Non è attinente alla data del 25 aprile, ma è propria a questa ricorrenza per ciò che simboleggia: il 25 aprile come liberazione dal fascismo, certo, ma anche ennesima manifestazione della sotterranea, inestinguibile vocazione degli uomini al comunismo. La storia è costellata dal sorgere improvviso di tale tendenza, spenta sempre nel sangue. La storia delle 5 giornate di Caulonia è una di queste. Una delle tante.

I fatti.

Il giorno 5 marzo 1945 viene arrestato Ercole Cavallaro, figlio del sindaco comunista di Caulonia, Pasquale Cavallaro. Ercole è colpevole di essere a capo di un gruppo di partigiani che svolgono azioni di resistenza contro la prepotenza dei signorotti locali, veri e propri feudatari. Quasi tutta la Calabria in quel periodo è ferma a rapporti di produzione pre-capitalistici. I soprusi dei grandi proprietari terrieri sono all’ordine del giorno. I contadini non ne possono più di loro e dei fascisti, così si ribellano.

La reazione delle masse all’arresto è immediata. Nella stessa notte del 5 marzo un gruppo di insorti si impadronisce della città, che si affretta a creare un esercito popolare e a istituire un Tribunale del Popolo. Il potere esecutivo, il sindaco, è già dalla loro parte.

La reazione della borghesia è la solita, spropositata. Prendendo a pretesto l’uccisione del parroco don Gennaro Amato, si procede militarmente contro la Repubblica Rossa. Dell’omicidio sarà accusato e poi condannato quale mandante, Pasquale Cavallaro, che l’avrebbe ordinato per screzi personali (non si era riuscito a trovare nulla di meglio) ma che probabilmente è frutto della decisione della ‘Ndrangheta di creare le condizioni per stroncare il movimento. L’esecutore è comunque il marito di una donna della quale il parroco era l’amante. Pare cioè essere stato anche (o solo?) un “omicidio d’onore”.

L’intervento delle forze del Disordine è quanto di più brutale si possa immaginare. Più della solita violenza con la quale le classi dirigenti italiane hanno da sempre spento le rivolte popolari. Per un mese Caulonia sarà circondata da 1000 carabinieri e 200 poliziotti (la popolazione di tutta Caulonia all’epoca era di circa 7000 persone, inclusi indifferenti, oppositori borghesi, donne, vecchi e bambini).

Centinaia di rivoltosi vengono arrestati (356 per l’esattezza) e rinchiusi nel mattatoio. A capo della repressione è posto un famigerato maresciallo Mura, caro ai fascisti e ai “nobili” del paese che, avuta carta bianca, dispone degli arrestati nel modo più crudele. Bastonature e torture riducono in fin di vita due lavoratori, mentre altri due si spegneranno ancora giovani per le conseguenze delle percosse ricevute. Un’altra ottantina di persone soggiorneranno a lungo nelle infermerie. I capi della rivolta saranno condannati a anni di carcere dai Tribunali Fascisti nel frattempo diventati Tribunali Democratici.

Per comprendere le dimensioni della repressione, nel paragone con la realtà di oggi, sarebbe come se la coppia Bersani-Berlusconi (lontani mediocri eredi della coppia Togliatti-De Gasperi che si assunse la responsabilità di quei crimini) sottoponesse a supplizio tre milioni di italiani, ne mandasse all’ospedale un seicentomila e ne assassinasse un quarantamila circa. Queste le proporzioni dei fatti di allora. Sui quali il Pci e Togliatti non ebbero nulla da dire, anzi remarono contro i rivoluzionari.

Cavallaro successivamente accusò di tradimento i dirigenti provinciali del Pci e di esitazione i dirigenti nazionali. È vero che i quadri locali, e anche quelli nazionali, intervennero per provocare la fine dell’esperienza della libera Repubblica comunista di Caulonia, non per sostenerla; ma a rigore non si può parlare di tradimento. Non più. Il Pci aveva già tradito con la svolta di Salerno. Coerente con la svolta, senza il minimo pudore, a proposito dei fatti di Caulonia, Togliatti ebbe a dire che per frenare l’avanzata delle forze reazionarie «la sola via possibile era quella di un’azione ampia, legale e disciplinata». Questo mentre la gente veniva torturata e assassinata.

È proprio questa assenza del Pci a rendere fragile e breve l’esperimento di Caulonia, che pure aveva suscitato speranze anche in altre parti d’Italia, dove sembra si aspettasse il via libera di Cavallaro per dare luogo a esperienze analoghe. Ma Cavallaro, isolato nel partito, quel segnale non lo darà mai. Il 15 aprile sarà addirittura costretto e dimettersi da sindaco.

Concludo utilizzando le parole di Cavallaro nel corso dell’intervista concessa a Sharo Gambino e apparsa a puntate su «Calabria Oggi» nei numeri che vanno dal 4 novembre al 30 dicembre 1976.

Dice Cavallaro: «Un gesto grande si è osato: un gesto che… ha le dimensioni delle latitudini e il volto di un’umanità sofferente, che spezza le catene millenarie e aspira l’aere ribelle e giocondo di un’alba nuova di liberazione».

Parole valide ancora oggi. Parole, a parte la retorica, per questo nostro 25 aprile. Per ricordarci che non basta celebrarlo, che deve anche essere uno spunto per entrare in una dimensione nuova, uno spirito nuovo. Per un 25 aprile in cui si parli non solo di quel che è stato, ma soprattutto di ciò che dovrà essere. Che potrà essere se nuovamente ci si porrà nelle condizioni psicologiche, una volta che siano arrivate le materiali, di saper osare.

(*) Oggi un blog speciale con 24 post, uno ogni ora, su Liberazione e sulla resistenza – sia minuscola che maiuscola – al nazifascismo. Nella piccola redazione (un po’ allargata per l’occasione) abbiamo discusso l’idea, partita da David, di scegliere 24 testi o immagini che raccontassero quel giorno e l’oggi; che mostrassero qualcosa (o qualcuna/o) importante da ricordare; che attualizzassero e/o problematizzassero la Liberazione e la Resistenza. Alcuni post sono firmati, gli altri sono nati – come già è successo – nel lavoro comune che possiamo chiamare Qbea cioè Questo Blog E’ Antifascista.

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