Quell’11 settembre che non passa

La testimonianza di Jean-Sèlim Kanaan e le riflessioni di Giuseppe Callegari

New York: in una bella mattina di settembre…

testimonianza di uno che c’era, Jean-Sèlim Kanaan (*)

Quando sono andato a vivere a N. Y. con Laura, pensavo di essermi lasciato alle spalle la miseria e la morte che costituiscono la mia vita quotidiana da quando compio missioni in Paesi di guerra. Sarajevo, Pristina, Mogadiscio, Bujumbura… credevo tutto questo ormai fosse alle spalle. Ma una mattina di settembre due aerei schiantandosi uno dopo l’altro contro le torri del World Trade Center a Manhattan , hanno unito questi due mondi nel segno del sangue e dell’orrore,

11 settembre 2001: ci sono giornate che non si dimenticano. Giornate che si incidono con ogni dettaglio, anche il più insignificante nella nostra memoria e si caricano di un significato particolare. Che cosa stavamo facendo quel mattino, cosa abbiamo pensato sotto la doccia, quali sono state le ultime parole prima che “quello” accadesse, poi la nostra prima reazione; incredulità, panico, sgomento. E una e-mail ricevuta da Parigi poco dopo il dramma “se non sei tu ad andare in guerra è lei a venire da te”. Era proprio così. Però questa volta il massacro era avvenuto a pochi isolati dal nostro bell’appartamento di funzionari delle Nazioni Unite. Nel giro di pochi minuti N.Y. non era più la stessa. Ricordo il paesaggio lunare di “ground zero” quell’odore acre e persistente che si diffondeva in città, la cenere bianca…

Era come se fosse avvenuta una eruzione vulcanica al centro di una grande metropoli. A questo si è aggiunta la paura dell’antrace, poi quell’altro aereo che si è schiantato sul Queens praticamente sotto gli occhi dei miei colleghi della facciata est delle Nazioni unite… Allora ho condiviso il dolore degli americani, ho provato anch’io l’emozione dei primi giorni: “siamo tutti americani”. Le sfumature sono venute dopo. Così come mi ero sentito un abitante di Sarajevo durante l’assedio di quella città, sono diventato newyorkese perché quasi tremila persone hanno perso la vita un mattino con la loro tazzina di caffè in mano… Sì, la guerra è tornata a prendermi: quella che ho vissuto in quanto testimone umanitario volontario o impiegato dell’ONU ma anche quella più intima che si svolge dentro di me, contro i miei ricordi e quel passato che non può più essere cancellato… Guardavo gli elicotteri dell’Us Navy decollare uno dopo l’altro dall’eliporto civile requisito proprio davanti a casa nostra, dal mio ufficio dell’ONU vedevo gli F15 sorvolare l’EAST River e la Guardia nazionale circolare ovunque nelle strade di New York, e mi dicevo: “bentornato a casa, siamo di nuovo in guerra”. Quella violenza che ha invaso improvvisamente la quotidianità degli americani io la conoscevo già. A cominciare dalla sensazione di totale vulnerabilità che provi quando ti rendi conto che nessuno, e soprattutto nessun governo può proteggere la tua vita. Ti credevi al riparo, invincibile, sicuro? Oggi sei alla mercé del primo pazzo furioso. Era una sensazione con cui avevo imparato a convivere per mesi, che mi trovassi a Mogadiscio, in Somalia o a Zenica, in Bosnia, una sensazione in cui percepiamo che la morte è molto vicina: i corpi di migliaia di persone smembrate, ridotti in polvere, sono seppelliti qua vicino a noi…

(*) Una nota di Lella Di Marco a questa testimonianza

Il testo riportato è la trascrizione integrale del cap 1, pagine 29-31, del libro «LA MIA GUERRA ALL’INDIFFERENZA» (edizioni i libri del Diario, 2006) di Jean Sélim Kannan che è morto, a soli 33 anni, nell’agosto 2003 in un attentato a Bagdad. Anche la sua morte è, allo stesso tempo, punizione verso chi si oppone all’ordine costituito e agli interessi dei signori della guerra e atto intimidatorio nei confronti di giornalisti di frontiera e di chi esercita un pensiero critico autonomo.

Kannan è un personaggio anomalo che avrebbe potuto raccogliere soltanto “allori” per la sua provenienza socio-culturale, invece come ebbe a dire Kofi Annan «aveva scelto di mettere il suo talento, la sua generosità al servizio dell’umanità. A 33 anni aveva già dedicato metà della sua giovane vita alla battaglia per la giustizia e la libertà. E lo aveva fatto dove conta davvero: sul campo, a fianco degli oppressi e dei diseredati della terra».

Aveva una personalità multipla o come si definiva lui stesso era “bastardo” nella cultura e nelle appartenenze. Nasce a Roma da madre francese e padre egiziano e nella capitale italiana frequenta il liceo per poi laurearsi ad Harwad e stabilirsi a New York. Inizia giovanissimo come volontario nelle ONG in zone di guerra: Sarajevo, Kossovo, Bosnia, Bagdad… poi continuando a subire il fascino del padre entra come funzionario alle Nazioni Unite, ma dichiara di sentirsi subito uno zombie al Palazzo di vetro. Non gli sfuggono la corruzione, l’incapacità di molti funzionari, i compromessi e i privilegi …

Scrive e denuncia «LA SUA GUERRA ALL’INDIFFERENZA» come un bisogno di elaborazione, strumento di pacificazione con sé stesso, per fare conoscere i fatti e diffondere le sue idee. Di lui rimangono le idee: impermeabili a ogni attentato e che per camminare hanno bisogno del sostegno di altri uomini e donne..

Per me quelle Torri somigliano a Piazza Fontana

di Giuseppe Callegari

Sono passate 3 settimane dall’undici settembre e un’idea, presente a livello embrionale da subito, acquista sempre più forma. Le torri di New York hanno straordinaria rassomiglianza con Piazza Fontana. Le differenze stanno nel periodo storico e nello scenario. Con la strage di Piazza Fontana, siamo nel 1969 in Italia: il movimento dei lavoratori sta acquistando sempre più potere; la sinistra è una forza di governo anche se una parte sta all’opposizione; la Democrazia Cristiana mostra qual-che segno di cedimento. Ecco allora che esplode la Banca dell’Agricoltura provocando vittime innocenti. Ecco allora che tutti rimangono attoniti di fronte a questa barbarie. Ecco allora che la Rai e la stampa annunciano che i colpevoli sono stati arrestati: si tratta di anarchici, uno – certo Pinelli – ha ammesso la sua colpa gettandosi dalla finestra della Questura di Milano. Attualmente, ci sono due certezze: la prima è che Valpreda e gli anarchici, nonostante l’impegno dell’infiltrato Merlino, non c’entravano niente; la seconda è che sicuramente i servizi segreti (italiani e non) hanno svolto un ruolo importante, probabilmente non solo per depistare le indagini.

Con New York siamo nel 2001, il mondo s’interroga sulle residue disponibilità future di petrolio; la Cina è, sempre di più, un’enorme potenza militare, gli USA cercano di convincere Israele a interrompere it genocidio dei palestinesi. Ecco allora che esplode New York. Ecco allora che tutti rimangono attoniti di fronte a questa barbarie. Ecco allora che le televisioni di tutto il mondo annunciano che il colpevole a stato trovato, si tratta di tale Bin Laden, fondamentalista islamico. Ecco allora che, con l’avallo di molti – non tutti fortunatamente – si parte per l’ennesima guerra. Ho sentito l’inviato di Italia l da Islamabad sostenere che l’America ha voglia di sangue. Al di là dell’infelice espressione, è sintetizzata molto bene la situazione: con una strage come quella dell’undici settembre si convincono anche i più riottosi e si ottiene carta bianca. Forse nel 2040 si scoprirà che Bin Laden era solo un esaltato che, al massimo, puniva islamici non fondamentalisti e che gli aerei suicidi erano teleguidati da qualcuno per il quale il massacro dell’undici settembre non era una vendetta o una ritorsione, ma un modo di governare. Infatti, se mi chiedo a chi giova la strage di New York, non mi viene in mente il fanatismo islamico, organizzato e diretto talmente bene che la più grande potenza militare del mondo non è stata in grado di difendersi da attacchi che sono arrivati a distanza di mezz’ora. Mi viene invece in mente un’organizzazione poliziesca segreta e palese che non è stata in grado di prevenire ma, immediatamente dopo l’attentato, fornisce nome, indirizzo, anamnesi, diagnosi e cura degli attentatori. Una coincidenza strana, molto vicina a quella di piazza Fontana. Con la differenza che nel caso di Milano si operava a livello locale, mentre l’11 settembre lo scenario è planetario. Se e vero, come scrive Antonio Meneghetti, che il caso è una forma di intelligenza, una serie di casi diventa indice di intelligenza sopraffina, che non ha grandi difficoltà a convincere il popolo dei mass media che la luna è una forma di formaggio.

In “bottega” cfr anche Ma quale 11 settembre? (con quattro righe di Eduardo Galeano che valgono più di mille discorsi) e Victor Jara: 11 settembre, ma di che anno?

L’IMMAGINE d’apertura è di Vincenzo Apicella e rimanda a un altro 11 settembre che “la storia ufficiale” dimentica o distorce.

MA COSA SONO LE «SCOR-DATE»? NOTA PER CHI CAPITASSE QUI SOLTANTO ADESSO.

Per «scor-data» qui in “bottega” si intende il rimando a una persona o a un evento che il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna deformano, rammentano “a rovescio” o cancellano; a volte i temi possono essere più leggeri ché ogni tanto sorridere non fa male, anzi. Ovviamente assai diversi gli stili e le scelte per raccontare; a volte post brevi e magari solo un titolo, una citazione, una foto, un disegno. Comunque un gran lavoro. E si può fare meglio, specie se il nostro “collettivo di lavoro” si allargherà. Vi sentite chiamate/i “in causa”? Proprio così, questo è un bando di arruolamento nel nostro disarmato esercituccio. Grazie in anticipo a chi collaborerà, commenterà, linkerà, correggerà i nostri errori sempre possibili, segnalerà qualcun/qualcosa … o anche solo ci leggerà.

 

Redazione
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2 commenti

  • Floh De Cologne, Allendes letzte Rede
    https://youtu.be/ZjgpVeck6X4

    Si tratta di un lungo “brano collage” facente parte della cantata rock “Mumien” realizzata dai Floh de Cologne nel 1974. Nel “collage” si riconosce all’inizio anche Alturas, il famoso brano strumentale degli Inti-Illimani che rappresentò come la loro sigla e che, pur non essendo in alcun modo collegato a tematiche politiche e sociali, assurse a simbolo della Resistenza cilena in ambito musicale e artistico. L’ultimo, famosissimo discorso di Salvador Allende trasmesso da Radio Magallanes la mattina dell’11 settembre 1973 sotto i bombardamenti dell’aviazione cilena golpista e poco prima che il Presidente venisse suicidato, è letto (parzialmente) in tedesco da Gerd Wollschon, membro della band di Colonia.

  • 11 Settembre 2001

    Con molto dolore per i morti e per la tragedia devo dichiararmi perdente e sconfitta perche’ ho lavorato 70 anni scrivendo esclusivamente in onore e in amore della non violenza e vedo il pianeta cosparso di sangue.

    Fernanda Pivano

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