Quindici misteri italiani dal dopoguerra a oggi

Recensione a «Delitti politici» di Fabio Giovannini (*)
di Gian Marco Martignoni

Con le elezioni del 18 aprile 1948 il nostro Paese entrò a pieno titolo, dopo la vittoria democristiana, nel Patto Atlantico, ma per via della presenza del più forte partito comunista dell’Europa occidentale è stato al centro di una “strategia della tensione” che ha insanguinato l’Italia con una serie di stragi ( Portella della Ginestra 1947, Piazza Fontana 1969, Piazza della Loggia a Brescia 1974, Stazione di Bologna 1980, ecc.) i cui responsabili, a distanza di decenni, non sono stati individuati.
E’ certo che dietro a questi torbidi avvenimenti emergono gravi responsabilità a carico dei servizi segreti nazionali e internazionali, di organizzazioni fasciste e mafiose, della massoneria nazionale e internazionale, tutti accomunati in quella volontà di golpe che Pier Paolo Pasolini aveva denunciato in «Io so», un memorabile articolo apparso sul «Corriere della Sera» il 14 novembre 1974.
Le stragi sopraccitate vengono commemorate ogni anno e quindi hanno un sedimento nella memoria collettiva, poiché l’orrore che le ha segnate deve essere trasmesso di generazione in generazione. Ma molti altri misteriosi e insoluti fatti delittuosi hanno contraddistinto la storia del nostro Paese, essendo per lo più al centro di svariate piste d’indagine, che però non sono approdate a conclusioni certe e definitive.
Il libro di Fabio Giovannini «Delitti politici», pubblicato da Stampa Alternativa, ci restituisce con un certosino metodo indiziario il contesto e le presumibili dinamiche di 15 fra questi misteri italiani, raggruppandoli peraltro per la loro difformità in 6 tipologie delittuose: delitti di Stato, omicidi forse accidentali, scomparsi nel nulla, i suicidati, morte in Vaticano, senza mandanti.
I casi più noti sono senz’altro quello di Enrico Mattei, nel mirino del dipartimento di Stato americano per aver osato sfidare con l’Eni le grandi compagnie petrolifere (le cosiddette “ sette sorelle” ), quello di papa Luciani, sul cui corpo non fu effettuata alcuna autopsia e che vede nel monsignor Marcinkus il possibile mandate della sua morte, nonché quello del banchiere Roberto Calvi che dopo il crack del Banco Ambrosiano fu trovato cadavere appeso ad un ponte del Tamigi, “suicidato” con tutta probabilità per mano del connubio mafia-massoneria.
Invece, nei tragici ricordi di una generazione che contestò con decisione il quadro politico degli anni ’70 sono stampati nella memoria gli assassini a Roma di Giorgiana Masi e a Milano di Fausto e Iaio (cioè Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci, due giovani attivisti del centro sociale Leoncavallo).
Il primo avvenne il 12 maggio 1977 a Roma in seguito a una manifestazione organizzata a piazza Navona dai radicali con gravi responsabilità politiche dell’allora ministro degli Interni Francesco Cossiga; il secondo avvenne il 18 marzo 1978, si suppone per mano della destra fascista, in quanto un dossier del Leoncavallo aveva denunciato le collusioni fra personaggi dell’estrema destra milanese e lo spaccio di stupefacenti a Milano.
Al contempo Giovannini ritorna sulla catena impressionante degli omicidi commessi (fra i 15 e i 28) dalla sigla neonazista Ludwig nel veronese, ove la somma di razzismo e di «ostilità diffusa contro le diversità» imperversò dal 1977 al 1984: alla fine del 1984 vennero individuati quali colpevoli Wolfgang Abel e Marco Furlan, ma non si arrivò a scoprire chi furono i veri mandanti nella città dove nacquero anche le prime cellule di Ordine Nuovo, animate da Pino Rauti e Carlo Maria Maggi.
Misteriose restano, nonostante lo scalpore, le morti in Vaticano il 4 maggio 1998 del comandante della guardia svizzera Alois Esterman e di sua moglie, unitamente a quella del vicecaporale Cedric Tornay. Sul triplice delitto si sono sprecate le ipotesi e non si esclude che l’eliminazione di Esterman sia da collegarsi alla necessità di occultare una serie di segreti sui traffici illeciti in Vaticano.
Infine, a conferma delle intuizioni geniali di Pasolini, tese a ristabilire «la logica là dove sembrano regnare l’arbitrio, la follia e il mistero», Giovannini evidenzia opportunamente anche la morte misteriosa di chi indagò sul caso Mattei e su quello dei due giovani del Leoncavallo. Nel primo caso il giornalista del quotidiano «L’Ora» di Palermo, Mauro De Mauro, scomparso nel nulla il 16 settembre 1970, dopo aver denunciato che la morte del presidente Eni era tutt’altro che accidentale. Nel secondo caso il giornalista de «L’Unità» Mauro Brutto che, dopo essere sfuggito a un agguato in cui gli spararono tre colpi, il 25 novembre 1978 fu investito da una Simca 1100 bianca, uscendo da un bar vicino alla redazione del quotidiano comunista; il suo borsello, contenente documenti preziosi, fu ritrovato completamente vuoto.

(*) Cronologicamente le 15 storie ricostruite da Giovannini in «Delitti politici» (130 pagine per 14 euri) partono dal 1 maggio 1947, con la strage di Portella della Ginestra, per arrivare a 21 luglio 2006 con lo scandalo Telecom e il «volo» da un cavalcavia di Adamo Bove, ex poliziotto. Fra le storie più dimenticate: la scomparsa di Musa Sadr (imam degli sciiti libanesi) il 31 agosto 1978 del quale la magistratura italiana si è occupata tre volte (sempre archiviando le inchieste), il «caso» di Sergio Castellari nel 1993 e la scomparsa nel nulla di Davide Cervia nel 1990. In coda al libro c’è «Io so» di Pasolini. (db)

 

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