Repubblica: perché è importante capire…

… cos’è successo. Un breve commento di Francesco Masala e link utili per non sguazzare nel banale. E in Francia come va la libera infornazione? La storia dei Cahiers du Cinéma e di Libération

 

vignetta di Notangelo

 

Tutti o quasi sanno che La Repubblica ha cambiato padrone (che sarà lo stesso di La Stampa e di Huffington Post). Forse non sarà più politicamente corretto dire padrone, ma è così chiara questa parola.

Perché qualcuno compra un giornale (nel senso della casa editrice) anziché un’impresa di autospurgo?

Ci sono varie ipotesi al riguardo. La prima è che costa poco, la seconda è che fa spettacolo, la terza è che fa guadagnare soldi, non al giornale, ma alle imprese che lo posseggono.

In poche parole è una storia di Potere, quando esiste un padrone (adesso sono scatole cinesi di società, ma alla fine – o all’inizio, o sempre – un padrone c’è, anche se mascherato) e si compra e si vende.

Non è una novità: Enrico Mattei (Eni) e Angelo Rovelli (Sir) compravano  giornali,  anche Bezos, di Amazon, compra un prestigioso giornale che si chiama Washington Post.

C’è chi compra parole, libri e giornali, per leggere storie che hanno scritto altri, e c’è chi acquista case editrici, per farsi scrivere storie; a volte per guadagnarsi onestamente la vita, ma è sempre più raro.

In mezzo sta un macigno che si chiama conflitto d’interesse.

Prendiamo il caso di Repubblica. Se il suo padrone chiede allo Stato una montagna di soldi per un’altra sua impresa, quel giornale dovrà sostenere quell’iniziativa, senza se e senza ma. Essere il padrone conterà ancora qualcosa, no? “Produco automobili e non so cos’è una cinghia di trasmissione?” pensa il padrone.

Cosa fa un giornalista di quel giornale?

Qualcuno – Enrico Deaglio, Pino Corrias e Gad Lerner – se ne va, non sopportando i modi del nuovo padrone; altri vorrebbero andarsene, per scrupolo, ma pensano che tanto li lasceranno scrivere o perché i loro articoli sono lontani dal Potere o perché sono innocui per il Padrone: insomma avranno la libertà di scrivere cose innocue (ma solo quelle, però).

Diceva Alessandro Manzoni – non sapeva ancora del futuro, o forse sì – che il coraggio uno non se lo può dare.

La maggior parte dei giornalisti, che non sono diversi dagli altri italiani, hanno un motto scolpito nel cuore: Franza o Spagna purché se magna.

i lettori, poco informati, si trovano nelle parole di Stendhal: Il pastore cerca sempre di convincere il gregge che gli interessi del bestiame e i suoi sono gli stessi 

 

 

Scrive Enrico Deaglio

Resterà sicuramente negli annali italiani, il 23 aprile 2020. In quel giorno, all’apice dell’epidemia, si è infatti concluso un notevole riassetto dell’informazione italiana. Il gruppo finanziario Exor ha formalizzato la catena di comando che controlla il maggior gruppo giornalistico italiano (RepubblicaEspressoStampa, giornali locali, siti web, radio); cardine dell’operazione il licenziamento del direttore di Repubblica Carlo Verdelli.

Anche per lui, il 23 aprile era un giorno importante. Da quattro mesi infatti il direttore di Repubblica era oggetto di una pesantissima campagna di intimidazione. Messaggi su Twitter, lettere anonime, fotomontaggi che annunciavano la sua morte (e quella di sua figlia) per il 23 aprile 2020. Per la stessa data era da lungo tempo stabilito il consiglio di amministrazione della proprietà del gruppo GEDI per importanti comunicazioni.

Nella giornata fatidica al mattino non succede niente; anzi, per iniziativa di un giornalista del Tg3 parte un tweetstorm di solidarietà con il direttore, che ha molto successo. Alle 14 Verdelli viene convocato dalla proprietà che gli comunica il licenziamento. Il timing di tutta la vicenda la rende davvero la trama di un giallo. In cui gli intimidatori ovviamente conoscevano l’importanza della data e delle intenzioni della società. Questa, peraltro, non si era mai messa in contatto con Verdelli, né per manifestargli solidarietà, né per offrirgli aiuto, né si era dimostrata preoccupata per le minacce che colpivano così pesantemente il giornale. E gli ha comunicato il licenziamento volutamente nella forma più sgradevole.

E dire che la gravità delle minacce era talmente cresciuta da convincere il ministero dell’Interno a fare scortare permanentemente Verdelli considerando possibile che qualcuno gli sparasse; a far sì che il Consiglio d’Europa chiedesse a Roma spiegazioni su come fosse ammissibile che il direttore di un importante quotidiano fosse costretto a girare sotto scorta. A spingere Sergio Mattarella a definire le minacce contro di lui “indegne di una democrazia”.

La polizia sta indagando e tutti sperano che presto scopra chi erano/sono gli autori delle minacce – iniziate da una polemica su un titolo di Repubblica dedicato a Matteo Salvini – e quindi comunichi a Verdelli che il pericolo è passato. Se non dovesse succedere, sarebbe davvero molto grave; comunque, saremmo ancora un gradino sopra l’Arabia Saudita, Malta, Turchia, Russia, Egitto nel campo del trattamento dei giornalisti scomodi.

Dal 23 aprile del 2020 il panorama dell’editoria italiana è comunque cambiato. Tutti i commenti lodano la sveltezza e la determinazione con cui Exor ha condotto l’operazione, addirittura in mezzo al disastro della pandemia, spuntando un prezzo incredibilmente vantaggioso per il compratore. Tutto il gruppo editoriale (compresa la sua storia, il suo capitale umano, il suo “vecchio giornalismo”) è stato valutato 103 milioni di euro; è stato notato che per quella cifra si sarebbe potuto comprare solo uno dei garretti di Cristiano Ronaldo. Poche proteste; d’altronde, come avrebbe detto Bobi Bazlen, “Ciò che non vuole morire deve crepare”.

Per questi motivi, ho comunicato al Venerdì di Repubblica (il miglior news magazine italiano) che, con molto dispiacere, cesso la mia collaborazione. “Qualcosa è successo”, e non vorrei che fosse dimenticato troppo in fretta.

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scrive Pino Cabras

Appena i nuovi padroni raccolti intorno agli Elkann lo hanno nominato direttore del quotidiano “la Repubblica”, Maurizio Molinari ha reso vivide e attuali le più spassose pagine che Paolo Villaggio scriveva mezzo secolo fa sul servilismo aziendale. Molinari ha annunciato infatti la premiazione, ogni lunedì, del miglior giornalista della settimana con una “R” stilizzata e 600 euro lordi in busta paga. Slap. Slurp.
Abbiamo un modesto suggerimento per il prossimo lunedì. Il premio vada al buon Francesco Manacorda, il quale vanta la bontà di un’operazione in cui lo Stato italiano si dovrebbe fare garante di un prestito bancario da 6,5 miliardi in favore di una società controllata da una holding che non paga le tasse all’Italia ma al Regno dei Paesi Bassi, la FCA. Che poi la FCA abbia gli stessi padroni della società di diritto olandese che edita “la Repubblica” è solo uno di quei dettagli che si perdono nella bava.

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Bandiere stanche – Cosimo Filigheddu

Leggo soltanto ora sul “Post” l’articolo dove qualche giorno fa Enrico Deaglio spiegava i motivi per i quali ha interrotto la collaborazione con Repubblica. Sono riassumibili nel primo capoverso: “Resterà sicuramente negli annali italiani, il 23 aprile 2020. In quel giorno, all’apice dell’epidemia, si è infatti concluso un notevole riassetto dell’informazione italiana. Il gruppo finanziario Exor ha formalizzato la catena di comando che controlla il maggior gruppo giornalistico italiano (RepubblicaEspressoStampa, giornali locali, siti web, radio); cardine dell’operazione il licenziamento del direttore di Repubblica Carlo Verdelli”.
Sappiamo tutti che Verdelli era, ed è tutt’ora, nel mirino di un neo fascismo vigliacco e violento che ha persino indotto il ministero dell’Interno a mettere il giornalista sotto scorta e ha suscitato preoccupazione in tutta Europa.
Non ci sono stati grandi proteste contro questa operazione made in Fiat: la Fiat di adesso, della finanza, non più la grande Fiat dell’economia industriale, quella di un tempo, più o meno assistita ma comunque grande incubatrice di lavoro italiano.
Direi anzi che la protesta più clamorosa è stata quella di Deaglio. Poi nella categoria dei giornalisti c’è stata una diffusa rassegnazione alla potenza di questo formidabile gruppo editoriale che si è sostituito all’anima del vecchio gruppo “Espresso” di Caracciolo, cioè il primo grande editore puro italiano del dopoguerra che fece a pezzi il sistema dell’editoria giornalistica italiana dove l’industria acquisiva i giornali non per fare impresa ma per utilizzarli come strumento di pressione per altri affari.
Il lungo periodo Sir della Nuova Sardegna ne è un esempio, così come lo è del periodo successivo il passaggio del quotidiano nel 1981 a Caracciolo che ne fece uno dei giornali regionali più grandi e belli del Paese. Condizione che La Nuova si è sempre sforzata di conservare anche in seguito a dispetto del mutare degli assetti editoriali e delle generali difficoltà della carta stampata nel mondo.
Pochi ora protestano con forza in difesa di Verdelli e di ciò che rappresenta: perché il giornalismo è debole, la stampa è in crisi, qualsiasi cosa, o quasi, è buona se garantisce mantenimento dei posti di lavoro e versamenti dei contributi previdenziali a un ente pensionistico e assistenziale che resiste ma rispecchia nelle sue condizioni il generale smarrimento della categoria. Pochi vogliono esporsi con questi nuovi padroni la cui determinazione è dimostrata dalla freddezza con la quale si sono liberati di Verdelli, quasi un avviso: badate che noi non abbiamo paura dei vostri mostri sacri.
Ed è per questo che mi chiedo: anche prima che la nuova Fiat mettesse le mani sull’informazione italiana, oltre a Verdelli quanti ne restavano di questi mostri sacri? Quanto sopravviveva lo spirito di gente come Caracciolo che aveva chiuso le porte della stampa alla cultura industriale dei Rovelli e dei Cefis? Forse dovremmo riflettere su questo: quanto la Fiat della finanza abbia trovato facile presa in una situazione dove ormai la bandiera dell’informazione era agitata liberamente ma sempre più stancamente appunto da Verdelli e pochi altri.
Una situazione che mi ricorda quella descritta dalla storica Giuseppina Fois in un saggio che è parte fondamentale del libro curato da Sandro Ruju “La Nuova Sardegna ai tempi di Rovelli”, pubblicato dalla Edes. La professoressa Fois fa del passaggio del giornale da Arnaldo Satta Branca a Nino Rovelli un’analisi forse unica nel suo disincanto scientifico e nella coraggiosa denuncia di una condizione che la memorialistica sarda ha spesso mitizzato. E scrive tra l’altro: “La vendita della Nuova Sardegna suscitò preoccupazione e scandalo. Da una parte si denunciò subito la fine traumatica di quella che appariva (e in parte era) una lunga esperienza di indipendenza giornalistica. Dall’altra si segnalò invece, con toni polemici, come il giornale della democrazia sassarese, essendosi inaridita da anni la sua vena originaria anticonformista e pluralista, si fosse per così dire quasi autopredisposto a subire l’aggressione esterna da parte del nuovo potere economico”.
La storica cita un articolo pubblicato su un periodico degli anni Sessanta da uno dei più coerenti e acuti intellettuali sardi, Giuseppe Melis Bassu: “Che cos’è questa bandiera che sta scendendo dal pennone? Che indipendenza è mai quella di un giornale se manca una coerenza ideale, un nerbo di idee, un impegno preciso verso la realtà nuova? Diciamolo ancora una volta, anche se è amaro ripeterlo: nessuna bandiera è stata ammainata, perché nessuna bandiera – da tempo ormai – sventolava su quel pennone”.
Cito Giuseppina Fois perché trovo questa considerazione fondamentale in una eventuale riscrittura della storia della mia città libera da vincoli di quieto vivere e di altri condizionamenti che ritengo abbiano sempre oscurato alcuni suoi aspetti. Quindi una suggestione che magari mi porta esageratamente a ritenere quella bandiera perduta degli anni Sessanta sardi un paradigma del giornalismo della famiglia De Benedetti poi incamerato dagli eredi Agnelli. Forse dovremmo chiederci se già da tempo anche quella bandiera fosse un po’ stanca, pur con i lodevoli sussulti che ogni tanto la facevano agitare al vento dell’informazione guardiana severa dell’operato del potere.

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La “libertà di stampa” e i suoi padroni – Volere la luna

Il traumatico cambio di direzione a Repubblica è un evento la cui portata supera l’ambito del giornalismo, ma investe interamente la democrazia in Italia.

Innanzitutto per il modo in cui è avvenuta. La perentoria, immediata affermazione del diritto della proprietà di imporre al giornale non solo la persona di un direttore ma una linea politica rende manifestamente chiara la drammatica restrizione dello spazio di un possibile giornalismo critico. Il giornale trattato come una qualunque azienda di famiglia: ma nella piena consapevolezza che non è una qualunque, perché è evidente che la decisione di investire su Repubblica si deve all’aspettativa di un immediato ritorno in termini di propaganda.

La scelta della data, poi, è addirittura indegna. Oscure minacce annunciavano da settimane che il 23 aprile sarebbe avvenuta l’esecuzione fisica del direttore Carlo Verdelli: il fatto che si sia scelto proprio quel giorno per celebrarne l’esecuzione professionale lascia semplicemente sconcertati, e apre mille inquietanti interrogativi. In ogni caso è chiaro che si voleva che nella data simbolo del 25 aprile l’editoriale del nuovo direttore annunciasse il ribaltamento di linea.

Perché è questo che è avvenuto. Intendiamoci, da molto tempo la sinistra (per esempio quella che si riconosce in Volere la Luna) non pensa che Repubblica sia un giornale di sinistra. Ma se fino a ieri questa mutazione risultava in opposizione con i valori originali della fondazione del giornale, e rappresentava dunque una contraddizione evidente, da oggi quei valori sono stati ufficialmente cestinati. Se qualcuno avesse avuto dubbi, lo legga, quel primo editoriale. Parole vuote e generiche sulla Liberazione, lingua da burocrate aziendale (si annunciano «contenuti competitivi»), un giudizio desolante sulle diseguaglianze (che sarebbero «uno stato d’animo», frutto del «salto tra rivoluzione industriale e rivoluzione digitale»), invocazione finale all’avvento di «una nuova generazione di leader» che interpreti «l’urgenza del fare». Un testo che – per toni e contenuti – appartiene alla cultura di una destra conservatrice di establishment. Un testo che potrebbe benissimo essere un discorso del Berlusconi del 1994.

La scelta di Maurizio Molinari cambia, è evidente, il campo di Repubblica. Il nuovo direttore, uomo fidato di casa Agnelli, è un convinto atlantista, sostenitore della “missione americana” incarnata dal George W. Bush del dopo 11 Settembre. Un ossequioso difensore del blocco di interessi dell’oligarchia nazionale, e in particolare torinese, come apparve in modo perfino imbarazzante all’indomani della manifestazione delle Madamine per il Tav, celebrata dalla Stampa diretta da Molinari con toni da regime totalitario. Memorabile l’editoriale del direttore che vedeva in quella piazza organizzata da pezzi della borghesia torinese, organizzazioni confindustriali e vecchi berlusconiani «un’Italia di donne e uomini, famiglie etero e gay, impiegati e operai, studenti, pensionati ed artigiani che non ama gridare ma fare». Questo il pantheon ideale di quella piazza, e del nuovo, plaudente, direttore di Repubblica: «i simboli di Torino: la gigantografia di Cavour, i cartelli sui piemontesi europei, gli applausi per Pininfarina e Marchionne, il canto finale dell’inno di Mameli e una piazza senza neanche una carta in terra quando la folla se ne va. Con la schiena diritta».

Ecco, la “schiena diritta” è qualcosa che non ci si dovrà aspettare, nella direzione che nasce. Molinari viene promosso a dirigere Repubblica nonostante che a lui si debba il seppellimento della Stampa: presa a 244.000 copie di tiratura e 146.000 vendute e lasciata a 160.000 di tiratura e 89.000 vendute. E nonostante alcune macchie imbarazzanti (per un direttore che dovrebbe essere in grado di denunciare le mende della tutt’altro che impeccabile classe dirigente italiana): come per esempio l’esteso plagio del suo libro Il Califfato del terrore. Perché lo Stato Islamico minaccia l’Occidente.

Ora, è piuttosto evidente che se, nonostante ciò, Molinari ascende alla guida di Repubblica è perché da lui non si attende successo editoriale o originalità di giornalismo: ma obbedienza ai padroni. E questa è una pessima notizia per tutti noi, anche per quelli che da anni hanno smesso di leggere Repubblica.

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Alcuni articoli:

https://www.lordinenuovo.it/2020/05/21/cosi-i-lavoratori-pagheranno-di-nuovo-i-dividendi-della-fiat/

http://www.strisciarossa.it/quei-direttori-del-giornale-unico-di-john-elkann-e-quel-dividendo-straordinario-di-fca/

https://fortebraccionews.wordpress.com/2020/05/22/paradisi-fiscali-vasco-rossi-sfotte-gli-agnelli-la-mia-residenza-in-italia-e-scolpita-nella-pietra/

https://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/17886-redazione-contropiano-il-dittatore-dello-stato-libero-di-repubblica.html

https://www.professionereporter.eu/2019/12/elkann-sbarca-a-repubblica-e-stampa-un-proclama-due-mosse-una-ritirata/

https://sbilanciamoci.info/elkann-exor-prendi-i-soldi-e-scappa/?spush=cGtkaWNrQGZhc3RtYWlsLml0 Guglielmo Ragozzino

https://www.internazionale.it/notizie/roberta-carlini/2020/05/19/fca-prestito-italia  Roberta Carlini

 

L’intera redazione dei Cahiers du Cinéma si è licenziata per protestare contro la nuova proprietà

Édito n°764 – mars 2020
The End – Stéphane Delorme

Le 31 janvier, un conglomérat de producteurs et d’hommes d’affaires a acheté les Cahiers du cinéma. Les lecteurs n’ont peut-être pas pris connaissance des nouveaux actionnaires, dont la liste est publique. Parmi les vingt noms, côté producteurs, Pascal Caucheteux (Audiard, Desplechin), Toufik Ayadi et Christophe Barral (Les Misérables), Marie Lecoq et Frédéric Jouve (les films de Rebecca Zlotowski), Marc du Pontavice (J’ai perdu mon corps), Pascal Breton (la série Marseille). Côté hommes d’affaires : Grégoire Chertok (banque Rothschild), Éric Lenoir (le mobilier urbain Seri), Reginald de Guillebon (Le Film françaisPremière), et la «love money» de Xavier Niel (Free), Marc Simoncini (créateur de Meetic), Stéphane Courbit (Banijay, producteur de contenus audiovisuels), Frédéric Jousset (Beaux-arts), Alain Weill (BFM).

La rédaction dans son ensemble a décidé de quitter les Cahiers du cinéma. Les journalistes salariés prennent la clause de cession, droit de conscience qui protège les journalistes lors d’un changement de propriétaire. Une telle décision est déchirante pour nous, et inédite dans l’histoire de la revue.

C’est d’abord une question de principe. Nous refusons de travailler sous l’égide de producteurs, ce qui pose un risque de conflit d’intérêts immédiat. Le fait même que des producteurs possèdent la revue brouillera la réception des films et créera une suspicion légitime. La nomination prochaine au poste de directrice générale de Julie Lethiphu, actuelle déléguée générale de la SRF (Société des réalisateurs de films), lobby actif et influent, n’a fait qu’aviver nos craintes. Nous ne voulons pas devenir la vitrine du cinéma d’auteur français.

Les actionnaires ont annoncé à leur arrivée la création d’une charte d’indépendance. Or la communication brutale dans la presse (Les Échos et Télérama) l’a immédiatement bafouée. On nous annonce la création d’une revue «chic», «conviviale» et «recentrée sur le cinéma français». Il va sans dire que les Cahiers n’ont jamais été aucun des trois. Les Cahiers se sont toujours moqués du chic et du toc. Ils n’ont jamais été une plateforme de débats pour/contre : la santé des Cahiers, c’est leur virulence, quand on sait dur comme fer qu’elle est au service de la défense d’idées, de passions et de convictions. Les Cahiers ont toujours été ouverts sur le monde. Et l’équipe a été très attentive au cinéma français depuis onze ans mais sans doute ce n’est pas le bon cinéma français que nous avons défendu. Il faut recentrer les excentriques. On nous affaiblit en minimisant les chiffres de vente, alors que, malgré une absence sévère de moyens, les Cahiers se maintiennent dans le contexte de l’effondrement de la presse, terminant même 2019 avec une progression des ventes en kiosque. Dernier message alarmant : les Cahiers sont envisagés comme une marque qui devrait «faire des événements autour de marques». Et les actionnaires de nous intimer sans ambages : «Il leur appartient de marquer leur adhésion ou non à notre projet.» On croirait entendre : «Parce que c’est notre projet !» Eh bien nous le refusons.

Les lecteurs savent aussi que les Cahiers ont affiché leurs prises de position politiques, qu’ils ne séparent pas de leurs prises de position esthétiques : contre le traitement médiatique des gilets jaunes, contre la nomination de Franck Riester, le pass Culture (piloté par Frédéric Jousset, nouvel actionnaire) ou Parcoursup, bref contre la présidence Macron. Voir apparaître les noms de Rothschild, BFM, Niel, Simoncini pose question : pourrait-on rester aussi libres de nos mouvements ? Arrive tout simplement aux Cahiers ce qui arrive à tous les titres de presse, le rachat par des millionnaires proches du pouvoir, souvent venus des télécoms afin de préparer la transition numérique et le flux des contenus. Personne d’autre ne s’intéresse-t-il au sort de la presse ? Richard Schlagman, le précédent propriétaire, venait de l’édition d’art (Phaidon) et garantissait notre indépendance, nous protégeant de toute influence des milieux parisiens.

Les propriétaires n’ont de toute façon pas fait mystère de leur volonté de changer de rédacteur en chef et d’équipe dans le Tout-Paris, qui visiblement se pose moins de questions déontologiques que nous et s’excite à l’idée de prendre la place, ou de revenir. Ce qui explique le manque de soutien dans la presse. Nous verrons – ou plutôt vous verrez, puisque pour nous la page est tournée – si les Cahiers, à la décidément turbulente histoire, vivront une Restauration ou une Révolution, au sens nouveau monde. Le numéro d’avril en tout cas sera notre dernier.

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Libération naviga da solo. Più indipendente e più povero – Anna Maria Merlo

Nuova svolta per Libération, il quotidiano fondato da Jean-Paul Sartre e Serge July nel ’73, passato dall’estrema sinistra a posizioni social-democratiche, dopo aver attraversato un lungo periodo libertario. Altice Média, il gruppo di Patrick Drahi, imprenditore delle telecom (proprietario di Sfr), dal 2014 nel capitale di Libération, abbandona il controllo diretto del quotidiano e lo cede a una fondazione senza scopi di lucro. Il modello della Fondazione è quello di Médiapart, sito di giornalismo di inchieste su Internet, che aveva guardato al Guardian e al suo Scott Trust. Ma Médiapart, a differenza di Libération, è in attivo (anche se non ha pubblicità), e in crescita di abbonamenti.

QUESTO FONDO, scrive il gruppo Altice in una lettera ai dipendenti, «doterà sostanzialmente Libération» per permettere al giornale di far fronte alle perdite e al debito «fino a quando sarà necessario» e di ottenere «il finanziamento futuro e così garantire l’indipendenza a lungo termine» della testata. Libération è in perdita, 8,9 milioni nel 2018, malgrado una sovvenzione pubblica annuale di quasi 6 milioni di euro, mentre ha accumulato un debito intorno ai 45-50 milioni, la diffusione è intorno alle 70mila copie, con abbonamenti web in netto aumento negli ultimi due anni (moltiplicati per 6).

PER LAURENT JOFFRIN, il direttore che adesso entra nel consiglio di amministrazione del fondo assieme a due uomini di Altice (il direttore generale di Altice Média, Arthur Dreyfuss, e il direttore delle fusioni/acqusizioni del gruppo, Laurent Halimi), «moralmente, eticamente, giornalisticamente è un progresso». La vita di Libération è assicurata, almeno per un po’, e sulla carta il quotidiano non dipenderà più da un imprenditore, come era ormai dal 2005, quando in occasione di un’altra crisi era entrato nella proprietà Edmond de Rothschild. Ma la redazione è perplessa. Molti giornalisti sono stati sorpresi dalla notizia della cessione da parte di Altice e della creazione del fondo, che per statuto sarà aperto a finanziamenti di nuovi «mecenati», mentre eventuali utili dovranno venire versati «in opere caritative».

C’è preoccupazione tra i dipendenti di Libération, che dovranno traslocare in nuovi locali. «Se avesse voluto liberarsi del giornale, avrebbe potuto vendere, da due anni abbiamo offerte, Drahi mi ha sempre detto di avere un debole per Libération, abbandonarci non sarebbe buono per la sua immagine», spera Joffrin. La redazione ha chiesto «garanzie giuridiche, finanziarie e sociali, in particolare sulla dotazione e sull’occupazione» e vorrebbe venire associata alla gestione del fondo.

IL GRUPPO ALTICE si libera dell’ultima testata di carta stampata che ancora controllava, dopo aver venduto non molto tempo fa il settimanale L’Express, che con la nuova proprietà ha subito un ridimensionamento della redazione. «Seguiamo la stessa strada», temono a Libération. Altice, nei media, si concentra ormai sulla tv (Bfm, Rmc), ma questo settore sta per essere anch’esso riorganizzato e le redazioni temono che ci sia in programma una diminuzione dell’organico (la riorganizzazione in corso a Sfr – telecom – si concluderà con l’allontanamento di un terzo del personale).

Drahi è un uomo d’affari e ha studiato la manovra per la creazione del fondo di Libération senza perdere denaro. Drahi vende il giornale alla Fondazione, per un valore eguale alla dotazione che avrà questo fondo: in sostanza, otterrà importanti sgravi fiscali (una riduzione delle tasse del 60%), così potrà recuperare parte della somma dell’operazione.

LA CARTA STAMPATA sta attraversando in Francia un periodo difficile, aggravato dalla crisi del coronavirus. Venerdì sono state messe in liquidazione giudiziaria le filiali di provincia di Presstalis, il primo distributore francese di quotidiani e riviste. I quotidiani salvano la distribuzione a Parigi, ma 500 sui 910 dipendenti di Presstalis perderanno il lavoro. Ieri, la Cgt ha indetto uno sciopero. Ma il settore è in declino: nel ’95 c’erano ancora 700 depositi di giornali e riviste in Francia, oggi sono solo più 61. Le edicole sono preoccupate, sono rimaste in circa 22mila e il coronavirus sta dando il colpo di grazia a molte. Le vendite di quotidiani e riviste sono diminuite nel periodo di confinamento e molti lettori non torneranno in edicola perché sono passati al web.

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Francesco Masala
una teoria che mi pare interessante, quella della confederazione delle anime. Mi racconti questa teoria, disse Pereira. Ebbene, disse il dottor Cardoso, credere di essere 'uno' che fa parte a sé, staccato dalla incommensurabile pluralità dei propri io, rappresenta un'illusione, peraltro ingenua, di un'unica anima di tradizione cristiana, il dottor Ribot e il dottor Janet vedono la personalità come una confederazione di varie anime, perché noi abbiamo varie anime dentro di noi, nevvero, una confederazione che si pone sotto il controllo di un io egemone.

2 commenti

  • Franco Astengo

    CAOSLANDIA di Franco Astengo

    Mi permetto di avanzare una proposta di dibattito rivolta alle gentili interlocutrici e interlocutori cui normalmente mi rivolgo attraverso numerosi interventi.
    In particolare il mio riferimento riguarda quelle compagne e quei compagni che, in sede locale e a livello nazionale, stanno impegnandosi in progetto di progetti di nuova acculturazione e di ricostruzione a sinistra.
    Lo spunto iniziale per svolgere un tentativo di avvio della discussione mi è stato fornito dalla lettura di alcuni saggi contenuti nel numero appena uscito di Limes (4/2020).
    La rivista diretta da Lucio Caracciolo è uscita in questi giorni per la prima volta da quando si è registrato il mutamento di proprietà all’interno del gruppo GEDI: mutamento che ha provocato il cambio di direzione sia a “Repubblica”, sia alla “Stampa”.
    Un cambiamento di rotta nel passaggio dal gruppo De Benedetti a quello Agnelli del quale si ravvedono già le tracce nella lettura del volume in esame.
    Ciò nonostante i temi che “Limes” solleva sono sul piano strategico quanto mai pregnanti e vale proprio la pena affrontarli.
    In questo caso però mi limito a riassumerli, chiosando soltanto qualche passaggio e seguendo le linee tracciate da diversi interventi presenti nella rivista.
    Proprio il valore strategico di quanto viene di volta in volta esaminato e avanzato sul piano propositivo richiede, infatti, una valutazione quanto mai approfondita.
    Una valutazione che può determinarsi soltanto al termine di una discussione condotta fino all’individuazione dei termini essenziali delle diverse questioni.
    Il riferimento complessivo è naturalmente rivolto agli equilibri possibili nel post – emergenza sanitaria.
    Un tema riassunto sotto questo titolo: Il vincolo interno “ Mai così in pericolo, mai così contesa. L’Italia deve riscoprire se stessa. Un progetto per non finire in Caoslandia”.
    Andando dunque per ordine:
    Vincolo esterno.
    1) Da Limes si afferma: l’Europa è oggi questione di vita o di morte. Dagli aiuti rapidi, corposi e senza troppe condizioni che dagli europei dovremmo ricevere, nominalmente via Bruxelles, di fatto da Berlino, dipende se avremo un futuro dignitoso. Altrimenti sarà bancarotta e non solo finanziaria (proprio oggi mentre scrivo cominciano ad emergere dalla lettura dei quotidiani forti timori per la tenuta dell’ordine pubblico legati anche alla situazione del settore industriale per il quale l’attuale governo è completamente privo di linea politica).
    Sicuramente è necessario guardare oltre il contingente e preparare il salto di qualità.
    Da questo punto parte un giudizio sull’Eurozona valutata più problema che risorsa. “Di questa casa era fallita la pianta, mentre prometteva di unire, separava”.
    Noi europei siamo troppo orgogliosamente diversi per infilarci tutti lo stesso vestito.
    Per di più venendo puniti, anziché aiutati, lo stesso vestito stringe fino a soffocarci: è la legge dell’ Eurozona, il succo del vincolo esterno.
    In questo modo si rende impossibile la strada della “democratizzazione”, dello spostare sul Parlamento il fulcro dell’Unione sottraendolo a Commissione e Consiglio: come in certi analisi progressiste si è cercato di definire anche recentemente, rimpiangendo anche la mancata stesura di una Costituzione Europea.
    Difatti la strada indicata da Limes è quella di Dahrendorf della “convertibilità”.
    Si tratta di promuovere una “diversità attiva” anziché una “pseudo – unificazione passiva” sinonimo di disintegrazione.
    Si evoca una modalità cooperativa a viso aperto aprendo spazi di pace e di revocabili intese e sì anche monete sovrane di Stati sovrani, come impongono ragioni e consuetudini.
    Per Limes si apre, quindi, alla rottura di un tabù come quello rappresentato dall’euro: da Maastricht (giudicato in altra parte del testo un “autogoal” al pari di Tangentopoli) in avanti l’euro ha accentuato distorsioni funzionali e derive disgregatrici, cui si è risposto con un sovrappiù di retorica. Risultato la distanza fra la parola e la cosa – unione versus disintegrazione – è siderale, al punto da suscitare avversione persino in un paese di antica fede europeista come il nostro.
    Appare questo al riguardo dell’euro il primo punto sul quale emerge il peso della nuova proprietà di GEDI, laddove a rafforzare questa mia ipotesi personale si prosegue:
    Nell’Europa stretta vocazionalmente occidentale, l’Italia può giocare le sue carte, esprimere i suoi talenti.
    Con due riferimenti inaggirabili. Quelli di sempre. Francia e Germania. Nostro interesse è che la stranissima coppia franco – tedesca sia sufficientemente instabile da non imporsi come direttorio ma abbastanza coerente da impedire lo scontro tra le due rive del Reno.
    L’Italia o sceglie di svolgere un ruolo di partner inferiore ma essenziale in un triangolo con Francia e Germania o è semplicemente fuori dall’Europa. Star dentro al quadro europeo è l’unica possibilità per evitare di finire dentro a Caoslandia.

    2) L’asse di riferimento franco – tedesco che viene indicato sul piano delle dinamiche geopolitiche appare perfettamente coerente con un’impostazione di tipo neo – atlantica nell’intento di superare la crisi del ciclo innestato con il ruolo assunto dagli USA nel post – caduta del bipolarismo.
    Si rileva anche una coerenza con la scelta europea dell’asse franco – tedesco con l’Italia partner essenziale che finirebbe con il riportarci alle origini della centralità dell’Europa Occidentale in funzione della presenza USA.
    Limes, infatti, sostiene come l’Italia quanto più partecipa con le sue priorità al nucleo della Vecchia Europa, tanto meglio riesce a farsi ascoltare a Washington.
    Non possiamo rimanere passivi nello scontro tra Stati Uniti e Cina, cullando fantasie d’equidistanza.
    La neutralità è lusso. Si attaglia agli stati soddisfatti. Sicuri. Noi non lo siamo.
    Si ribadisce così una rinnovata centralità della NATO.
    Il Patto Atlantico non è solidarietà tra pari ma gerarchia hub and spoke, per la soddisfazione del perno che dei raggi.
    Solo noi italiani siamo (stati?) capaci di figurarci l’atlantismo, come l’europeismo, ecumenico, egualitario.
    Al riguardo dello scontro tra la superpotenza e i suoi due rivali massimi, che grazie al ritorno della Russia e all’arrivo della Cina nell’Euromediterraneo inevitabilmente ci coinvolgerebbe, abbiamo tutto da perdere.
    Da qui (secondo Limes) un doppio urgente precetto, sfidando l’intelligenza strategica dell’America e dei suoi associati europei:
    a) reintegrare la Russia da potenza autonoma (cortesia che sta per “sola”) negli equilibri continentali da reinventare, emancipandola dalla necessità d’abbracciarsi alla Cina.
    b) Vegliare a che le vie della seta non tralignino in nicchie di influenza sinica a tutto tondo, come da Sogno Cinese.
    Per quel che riguarda il vincolo esterno in sostanza Limes (mi pare in ossequio alle indicazioni della nuova proprietà del gruppo GEDI) prende atto della chiusura della globalizzazione, di un ritorno della geo politica e propone una rivisitazione del “ciclo atlantico” e dell’Europa imperniata sull’Occidente in un quadro nel quale ci si proponga di evitare la formazione di un nuovo bipolarismo. Si direbbe la NATO senza guerra fredda accantonando però il multipolarismo che pure era stato coltivato per qualche tempo. Ricostituzione delle gerarchie a livello planetario come nel testo è chiaramente evocato in questo passaggio storico. L’Italia, in un quadro di riassunzione di sovranità anche monetaria, lato minore di un triangolo con Francia e Germania e appoggiata agli USA con i quali “rinegoziare non troppo vessatorie intese bilaterali”.
    Vincolo Interno
    L’obiettivo indicato è quello di attrezzare lo Stato ad un grado di efficienza minimo per sostenere la competizione internazionale nell’era che è definita come “nessuno per tutti”.
    Così si ribadisce quanto già previsto nel capitolo riguardante il vincolo esterno: L’Italia deve poter contare su di sé mentre cerca di intendersi con altri.
    Nella ristrutturazione degli interni due priorità:
    1) La vera emergenza è quella demografica. Pochi Italiani, poca Italia. O facciamo più figli o meno improbabilmente ne importiamo di già nati. Meglio le due cure insieme. Traduzione: politiche per le famiglie e nazionalizzazione di stranieri, in base a criteri per quanto possibile selettivi. Le tendenze indicano che nel 2065 l’Italia avrà 54,1 milioni di abitanti (rispetto agli attuali 60,5) notevolmente anziani, contro gli 81,3 del Regno Unito, i quasi 82 della Germania, i 72 della Francia. Il nostro PIL sia totale che pro capite verrebbe così amputato di un terzo;
    2) L’accentramento di poteri e responsabilità, senza di che riduciamo lo Stato a burocrazia.
    Di questo obiettivo l’emergenza da virus esplicita l’urgenza: le funzioni strategiche dello Stato, oltre alle canoniche difesa e diplomazia, anche sanità e istruzione, sono efficienti se regolate in prima e ultima istanza dal centro. Esistiamo e vogliamo continuare a esistere da italiani. Senza rinnegare le identità radicate in secolo di formidabili fioriture cittadine, ma coltivandole nell’impianto bimillenario della nazione per giocarle sulla scena del mondo.
    Si avanza a questo punto una proposta di ristrutturazione complessiva dell’assetto dello Stato sul fronte centro – periferia.
    Da dopodomani questo imperativo configurerebbe uno Stato senza Regioni, organizzato in dipartimenti territorialmente coerenti, di dimensioni intermedie fra la regionale e la provinciale.
    Spunti rinvenibili in alcune analisi della Società Geografica Italiana, quando suggerì (2014 se non ricordo male)l’abolizione insieme di Province e Regioni in favore di aree funzionali, d’impronta dipartimentale.
    Idee riprese in diverse configurazioni nei disegni di legge di revisione dei poteri e degli assetti territoriali giacenti in Parlamento.
    Ne emerge la coscienza del disastro generato dalla riforma del titolo V della Costituzione per inseguire le chimere federaliste.
    Limes sostiene che la riforma centralista non ha nulla di ideologico. Serve il principio di efficienza sposato al vincolo di legittimazione. In carenza dei quali ogni struttura scade a bardatura autoreferenziale. Estendendo la frattura scomposta cittadini /istituzioni che il Covid – 19 ha per paradosso cominciato a curare.
    Limes conclude questa parte esprimendo consapevolezza dei tempi lunghi e evocando la convenienza di spazzare dal tavolo il cosiddetto regionalismo differenziato, pasticcio destinato a moltiplicare i conflitti fra centro e periferie, oltre che fra le stesse Regioni.
    Svuotare il titolo V, anche attraverso l’adozione di una clausola di supremazia, introdurrebbe nella costituzione materiale il principio dell’interesse nazionale, garante dell’unitarietà giuridica, economica, geopolitica della Repubblica.
    Questo, in conclusione, è il mio commento finale (si sarà compreso come le mie chiose al riassunto del testo di Limes siano state scritte usando il corsivo).
    Considerata l’importanza della testata che ha avanzato questo tipo di analisi e di proposte (importanza già più volte richiamata) si possono dedurre, come elementi di dibattito:
    1) La linea che qui è stata esposta,sia sul piano del vincolo esterno, sia al riguardo di quello interno, riprende in linea di massima la linea del PD ( R ), ovverosia la linea espressa dal Partito Democratico durante la segreteria e la presidenza del Consiglio Renzi in precedenza al referendum 2016: dal rinnovo del ciclo atlantico (in quel momento però alla Casa Bianca c’era Obama), alle politiche per la famiglia, alla ristrutturazione istituzionale comprensiva del rapporto centro – periferia (due dei progetti di legge riguardanti la ridefinizione delle Regioni hanno come primo firmatario, non a caso, Ceccanti). Una visione complessiva molto tecnocratica dentro alla quale sta anche il prestito da 6,5 miliardi a FCA con sede ad Amsterdam;
    2) Dobbiamo aspettarci, appena conclusa l’emergenza sanitaria una nuova messa in discussione del dettato Costituzionale magari attaccando anche punti particolarmente sensibili anche a sinistra oltre al consueto tentativo di sottrarre ruolo e funzioni al Parlamento (ricordiamo che è pendente anche il referendum sul taglio dei parlamentari, che adesso assume – se vogliamo – ancora maggiore importanza): il titolo V, l’articolo 81, il divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia. Passaggi decisivi se si vuol riaffermare un riaccentramento dello Stato e una nuova “sovranità nazionale” di tipo democratico contrapposta al “sovranismo” di Lega e Fratelli d’Italia.
    Questi mi sembrano i due punti sui quali, a mio giudizio, dovrebbe essere incentrato il dibattito: è probabilmente in vista un assalto all’attuale maggioranza in nome dell’apertura di un nuovo ciclo geopolitico sul piano europeo e planetario (in questo caso però sarà decisivo l’esito delle elezioni americane) e di una modifica costituzionale orientata verso una trasformazione radicale nel rapporto centro – periferia e del concetto stesso di sovranità nazionale.
    A sinistra è necessario mettere mano a un’elaborazione posta sul piano della “visione” esterna e del “vincolo” interno . Un’elaborazione che si collochi all’altezza della complessità che, in questo caso, ci viene proposta considerata anche l’assoluta assenza di orientamento da parte dell’attuale PD (come rileva Piero Ignazi sulle colonne di Repubblica) e dell’insieme della maggioranza di governo e la forza oggettiva dei proponenti.
    Si tratterà di capire, tra l’altro, quando il livello della proposta scenderà dal piano dell’analisi culturale a quello del livello direttamente politico. Il tutto si innesterà in una grave difficoltà per l’Italia nel costruire una classe dirigente all’altezza: anche su questo punto, sparita la funzione pedagogica dei partiti, il rischio è quello di una deriva tecnocratica come auspica, invece, Ferruccio De Bortoli sul “Corriere della Sera” evocando Raffaele Mattioli e il suo trust di cervelli da “capitalismo illuminato” messo su all’ufficio studi della Banca Commerciale tra gli anni’30 – ‘40.

  • Gian Marco Martignoni

    L’operazione compiuta su La Repubblica è funzionale all ‘omologazione ovviamente padronale della carta stampata, in assenza da ormai troppo tempo di un a sinistra di classe nel nostro paese. Guarda caso La Fiat si era chiamata fuori da Confindustria, e nonostante ciò con l’elezione di Bonomi Confindustria esprime una linea decisamente reazionaria e anti-sindacale.Vedremo a breve a cosa mira il nostro padronato, stante le pulsioni antigovernative che insistentemente vengono velenosamente reiterate.Infine, relativamente a La Repubblica – il quotidiano , per dirla con le parole del mitico Luigi Pintor,che ha veicolato indefessamente uno spietato anticomunismo – si chiude, fortunatamente, un equivoco, al di là di qualche pregevole firma che nobilitava la testata.Per quel che conta, ho sempre preferito la voce diretta ed esplicita della borghesia padronale – che fosse La Stampa, per via del Tuttolibri, o il Corriere della sera, ove ho imparato molto in gioventù da un certo Franco Fortini – ; cosicchè dal 1976 non ho mai acquistato una copia del giornale di Eugenio Scalfari, risparmiandomi quindi la lettura dei suoi domenicali, convinto, con tutto il rispetto del compagno di banco di Italo Calvino,di non essermi perso niente di così esaltante o imprescindibile per le sorti delle classi subalterne.

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