Requiem per Facundo Cabral

di Fabio Troncarelli

Alle 5 del mattino del 9 luglio 2011, sul Boulveard Liberatión di Città del Guatemala un’auto sbucata dal nulla si accosta a quella dove sta viaggiando Facundo Cabral, cantautore e filosofo argentino. Partono decine di colpi di arma da fuoco e sedici pallottole centrano Facundo che muore sull’istante. Il bersaglio dell’attentato è l’impresario-gangster Henry Fariñas, che ha fatto uno sgarro a un altro gangster e sta accompagnando con la sua macchina all’aereoporto di Città del Guatemala il cantante reduce da un concerto.

Facundo Cabral, un uomo di pace, che annunciava la pace a tutto il mondo muore vittima di tutto quello contro cui aveva sempre lottato con la sua musica, i suoi pensieri, nel corso di una vita degna di un romanzo.

Facundo nasce a La Plata in Argentina, a due passi da Buenos Aires, nel 1936. Il nome di battesimo non era quello con cui lo conosciamo: all’anagrafe il suo nome è Rodolfo, come quello di suo padre, ma la madre Sara lo chiamava Facundo perché era una sfegatata ammiratrice di Juan Facundo Quiroga, uomo forte della Repubblica Argentina, morto un anno prima della nascita di Cabral. Il nome del padre, un’ironia del destino che sarebbe piaciuta a Lacan, era solo fittizio; e del tutto fittizio, del resto, fu il rapporto del piccolo col padre, perchè Rodolfo fuggì dalla famiglia qualche giorno prima che egli nascesse, abbandonando la moglie e i numerosi figli. Come se non bastasse – piove sempre sul bagnato, soprattutto per i poveri! – la fuga ebbe ulteriori conseguenze catastrofiche: la famiglia viveva più o meno stentatamente nella casa del padre del fuggitivo, un uomo aspro e brutale, che non ne voleva sapere di fare il nonno. Appena seppe che il figlio se n’era andato, cacciò tutti fuori di casa, infischiandosene perfino della debolezza fisisca della madre di Facundo, sfinita dal parto. La piccola tribù fu costretta a emigrare lontano, a casa della madre della madre di Facundo, una pasionaria poverissima che adorava recitare i testi anarchici di Bakunin, Malatesta e Proudhon, commovendosi fino alle lacrime. La famiglia tirò avanti grazie ai lavori umili della madre e al calore umano della nonna, ma la vita fu difficilissima.

Segnato da quest’esperienza il piccolo Facundo si rifiutò di parlare fino all’età di nove anni. I medici dissero che era ritardato, che aveva una debilidad mental e che non avrebbe mai avuto una vita “normale”. Ma la madre e la nonna non credettero mai a questa diagnosi da uomini perbene e non si arresero mai. «Non importa – disse Sara – Cercheremo di fare il massimo con quello che gli è toccato». E cercarono di fare il massimo anche con la loro esistenza: emigrarono come sfollati nella Terra del Fuoco, una regione povera quanto la loro vita. Vissero di lavori occasionali, saltando pasti e cene, dormendo anche per strada. Facundo vide quattro dei suoi sette fratelli morire uno dopo l’altro. A nove anni decise che era ora di dire «Yà basta!». Decise proprio che era ora di dirlo, perché cominciò improvvisamente a parlare, lasciando tutti di stucco.

Era il 1946. L’Argentina era devastata economicamente e socialmente. In queste condizioni era andato al potere l’uomo “della provvidenza”, Juan Domingo Perón, «il Presidente che dava lavoro ai poveri». Facundo, lo prese in parola, è il caso di drilo per uno che non aveva mai parlato. Scappò di casa, la stamberga in cui sopravviveva con quel poco di famiglia che era sopravvissuta. E andò da solo, a nove anni, a piedi a Buenos Aires. Per capire il valore dell’impresa e le distanze, dovete pensare a un ragazzino di Ragusa che decide di andare a piedi a Mosca.

Facundo camminò giorni e giorni. Ogni tanto strappava un passaggio a qualche automobile sparuta. Ogni tanto saliva su un carro tirato da un ronzino. Ogni tanto saliva su un treno di nascosto durante il giorno scendendo di nascosto la notte. E cammina, cammina, come in una favola della nonna, il piccolo vagabondo arrivò davvero a Buenos Aires. La prima cosa che fece fu chiedere dove stava la Casa Rosada, il palazzo del Presidente della Repubblica. Lo chiese a un ometto che vendeva dolci e panini con un carrettino. Era talmente magro e male in arnese che faceva impressione. Il venditore se ne rese conto. E si rese conto che questo esserino, che sembrava stralunato e un po’ matto, era solo un povero ragazzino affamato e disperato. Così gli diede da mangiare e da bere. E gli diede un po’ d’affetto e un po’ d’allegria. Non ci mise molto ad avere la confidenza di quel lupacchiotto famelico e gli disse bonario: «Ma che ti credi che i Presidenti non hanno niente da fare? Però se ci tieni tanto a vederlo, senti una cosa: domani Perón va alla cattedrale a La Plata, per un Te Deum a Plaza Moreno: Perché non ci vai? Ci sei nato, no? Lui passerà in mezzo alla gente e magari ci riesci a dirgli due parole!».

Come aveva ragione questo buon padre simbolico, un personaggio saggio che sembra spuntato anche lui da una favola. La Cattedrale era a due isolati di distanza dalla casa in cui Facundo era nato: il piccolo avventuriero sapeva come muoversi in quest’ambiente in cui ogni tanto era ritornato con la famiglia. Il buon mago-venditore gli regalò perfino i soldi per pagarsi il biglietto del treno e un paio di panini imbottiti per sfamarsi. Facundo dormì quella notte in piazza della Cattedrale e fu svegliato al mattino da un branco selvaggio di uomini e donne corsi a salutare il loro Presidente. Il piccolo Facundo si confuse in mezzo a loro e quando arrivò la macchina scoperta di Perón, accompagnato dalla moglie Evita, sguciò come un gatto e in un attimo salì a bordo. Le guardie del corpo di Perón si precipitarono ma il Presidente le fermò con uno sguardo: con uno sguardo solo, del resto, si era reso conto di chi aveva davanti.

«Voleva domandarmi qualcosa?» disse il vecchio istrione, che fiutava l’occasione di fare un gesto degno di finire sulla copertina dei giornali di tutto il mondo

«Sì» rispose il piccolo Facundo. «Volevo domandarle se c’è lavoro».

Evita Peron sgranò gli occhi. Anche lei era un animale da circo mediatico e non perdeva un’occasione per dire frasi storiche. Esclamò subito: «Finalmente, qualcuno che chiede lavoro, e non elemosina!».

Gli assistenti di Perón si occuparono del ragazzino. Lo portarono in un albergo, dove lo lavarono, lo rivestirono e lo nutrirono. Il giorno dopo, scortato da Juan ed Evita Perón in persona, il piccolo Facundo salì in in un aereo e tornò dalla madre, con in tasca un contratto di lavoro per lei in una città vicina allla capitale, Tandil.

La storia, raccontata più volte da Cabral, aggiungendo o togliendo dettagli più o meno veritieri, divenne un vero e proprio mito popolare che rimabalzò su tutti i giornali argentini e fece presto il giro del mondo.

Eppure in seguito non furono rose e fiori Negli anni successivi il ragazzino che era stato un eroe non si adattò a ritornare alla vita di tutti i giorni e ricominciò a vagabondare senza meta. Divenne presto alcolizzato, entrando ed uscendo (a volte fuggendo) dal riformatorio, fino ad essere rinchiuso in una casa di correzione per una condanna seria all’età di 14 anni.

Il ragazzo era completamente analfabeta. Ma in carcere incontrò un altro mago buono, uscito da un’altra favola: il gesuita Simón gli insegnò a leggere e scrivere facendolo innamorare della letteratura. Facundo portò a termine i suoi studi di educazione primaria e secondaria in tre anni, rispetto ai 12 a necessari nel sistema scolastico argentino. E il buon mago-sacerdote fece quello che ogni buon mago deve fare: lo aiutò a scappare dal carcere un anno prima della fine della sua pena.

Facundo ricominciò a vagabondare ma stavolta sul serio. Viaggiò per tutta l’Argentina e incontrò ogni sorta di persone, tra le quali un mendicante che gli spiegò la religione cattolica e l’importanza della figura di Cristo. L’anarcoide Facundo si sentì rinascere. E si creò una filosofia personale in cui mescolò tutto: Gesù, Walt Withman, Thoreau e Gandhi.

Ma l’incontro decisivo di Facundo non fu questo. Fu quello con la musica popolare del Rio della Plata, con i cantori di milonga che vagabondavano come lui, i payadores che offrivano versi in cambio di vino nelle osterie, i filosofi a braccio che incantavano i pezzenti nelle piazze e nelle campagne. Facundo imparò presto il mestiere. Cominciò a cantare, suonando nelle osterie, ripetendo canzoni tradizionali, ma anche testi suoi, canzoni che espirmevano il malessere, la protesta. A poco a poco divenne un leader. Un leader degli ubriachi, dei miserabili, dei peones. Ma anche della gente comune che aveva la fortuna di ascoltarlo. Ritornò a Buenos Aires, riuscendo a registrare il suo primo album sotto lo pseudonimo de El Indio Gasparino: cantava canzoni folk e una musica rock/pop in voga in quegli anni,con cui ottenne un successo locale sufficiente per sopravvivere e continuare a scrivere, in segreto, canzoni di rivolta.

Nel 1966 apparve per la prima volta in un concerto pubblico con il suo vero nome. Ottenne un successo straordinario, che crebbe tumultuosamente negli anni. Quando scoppiò il ’68 egli fu simbolicamnte e fisicamente l’incarnazione dello spirito ribelle dei tempi. Divenne il più famoso cantante argentino e fu chiamato in ogni parte del mondo.

Il suo principale successo, cantato e tradotto in seguito in 9 lingue differenti, fu scritto e registrato nel 1970 e si chiama “No soy de aquì, ni soy de allà”: non appratengo a nessun luogo, sono senza Dio e senza padrone.

E’ impossibile rievocare tutta la sua gloriosa carriera e dipanare il groviglio di temi e parole, spesso confuse e confusionarie, nelle sue numerosissime canzoni. Questo profeta hippy interveniva su tutto e il contrario di tutto ed è giusto ricordarlo per la sua passione e per la sua figura, tralasciando gli aspetti un po’ caotici e farraginosi della sua produzione. In un modo o nell’altro, .Facundo è stato un mito per una generazione e la sua morte «casuale all’angolo di una strada qualunque» come un personaggio di Borges, lo consegna definitivamente all’eternità. Emblema contraddittorio della vita folle e surreale dell’Argentina, a sua volta paradigma simbolico della folle vita del mondo intero.

Nel suo anniversario vogliamo ricordarlo con la traduzione di «Pobrecito mi patrón», una sua famosa canzone, che esprime tutto il suo mondo e il suo modo di essere.

Il diavolo andò al mare

per scrivere la storia del mondo.

Ma non c’era più acqua.

L’aveva bevuta Dio.

Juan Commodoro

cercando acqua, trovò il petrolio.

E morì di sete.

Io non so chi fa più strada,

se è il granchio o la montagna…

Povero te, padrone mio!

Credi che il povero sono io!

La-ra-la-ra-la-ra-la-ra, la-ra-la-ra-la-ra-la-ra.

Chi lo sa se liberarsi

non è meglio di legarsi…

Povero te, padrone mio!

Credi che il povero sono io!

La-ra-la-ra-la-ra-la-ra, la-ra-la-ra-la-ra-la-ra.

Molto più dell’oro è cara,

una vera vita austera…

Povero te, padrone mio!

Credi che il povero sono io!

La-ra-la-ra-la-ra-la-ra, la-ra-la-ra-la-ra-la-ra.

Dominare! E’ il suo sistema.

E nessuno si ribella…

Povero te, padrone mio!

Credi che il povero sono io!

La-ra-la-ra-la-ra-la-ra, la-ra-la-ra-la-ra-la-ra.

Non importa quanto costa,

ma quanto vale una cosa…

Poveraccio il mio padrone!

Dici a me “Sei uno straccione!”

Povero te, padrone mio!

Credi che il povero sono io!

La-ra-la-ra-la-ra-la-ra, la-ra-la-ra-la-ra-la-ra.

Con i soldi compri solo

quello che si vende a saldo…

Povero te, padrone mio!

Credi che il povero sono io!

La-ra-la-ra-la-ra-la-ra, la-ra-la-ra-la-ra-la-ra.

Perché arraffi dieci? Sai

conto solo da uno a sei

Povero te, padrone mio!

Credi che il povero sono io!

La-ra-la-ra-la-ra-la-ra, la-ra-la-ra-la-ra-la-ra.

MA COSA SONO LE «SCOR-DATE»? NOTA PER CHI CAPITASSE QUI SOLTANTO ADESSO.

Per «scor-data» qui in “bottega” si intende il rimando a una persona o a un evento che il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna deformano, rammentano “a rovescio” o cancellano; a volte i temi possono essere più leggeri ché ogni tanto sorridere non fa male, anzi. Ovviamente assai diversi gli stili e le scelte per raccontare; a volte post brevi e magari solo un titolo, una citazione, una foto, un disegno. Comunque un gran lavoro. E si può fare meglio, specie se il nostro “collettivo di lavoro” si allargherà. Vi sentite chiamate/i “in causa”? Proprio così, questo è un bando di arruolamento nel nostro disarmato esercituccio. Grazie in anticipo a chi collaborerà, commenterà, linkerà, correggerà i nostri errori sempre possibili, segnalerà qualcun/qualcosa … o anche solo ci leggerà.

La redazione – abbastanza ballerina – della bottega

 

Redazione
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