Riconoscimento – Rosalba Campra

di franz (*)

ne “I racconti di Malos Aires” di Rosalba Campra (un libretto della collana “I taschinabili”, edito da Fahrenheit 451) ci sono diversi brevi racconti che meritano molto e questo che trascrivo ha una magia particolare.

Riconoscimento

Stavo giocando nel cortile quando vidi passare i gitani nei loro carri dipinti di celeste. Mia madre mi mandò dentro, però io me ne restai lì, guardandoli come abbagliata. Lei corse in casa e chiuse la porta con un colpo, ma da dietro la finestra anche lei guardava, sollevando appena la tenda. Da uno dei carri una gitana mi chiamava perché mi avvicinassi, Mariam, Mariam, ma io mi chiamo in un altro modo. Mi avevano raccontato che i gitani rubano i bambini, quindi non mi muovevo. Allora mi chiese se per favore chiamavo mia madre. Nemmeno mia madre voleva uscire, e la gitana insisteva; alla fine le scrisse un bigliettino, e mia madre la lasciò passare. Anche io avrei voluto entrare, ma mi mandarono a giocare in cortile. Ogni tanto spiavo dalla finestra, ma non succedeva niente, parlavano e basta. Mia madre diceva che non aveva senso mettersi a discutere su quello, che era passato tanto tempo, che lei non ne aveva colpa, perché era stato suo marito, ossia papà, che riposi in pace, ma che la denunciasse se voleva, che tanto chi mai avrebbe creduto a una storia simile, che io adesso mi ero abituata, e altre cose che non ricordo. Alla fine la gitana uscì, venne dove stavo io, e mi accarezzò i capelli, mi disse che ero diventata molto grande e bella. Mi ricordai, credo, di certi sentieri nella montagna e del muggito dei tori. Dopo mi disse che sicuramente non ci saremmo mai più viste, perché lei non sarebbe tornata a passare per il villaggio, e che sperava io fossi contenta in questa casa, che tutto sommato era vero che io stavo molto meglio così, che i carri sono stretti e si vive tutti sballottati. Si tolse un orecchino che aveva, uguale al mio, e me lo mise nell’altro orecchio. Mi accarezzò di nuovo e se ne andò. Quella notte, quando mi affacciai alla finestra, vidi i carri celesti che aspettavano in fondo alla strada. Un vento luminoso alzava la polvere. Lasciai la finestra aperta, nel caso si sentissero i tori, e me ne andai a letto.

(*) così si presenta franz (rigorosamente minuscolo): «Ah, i libri! Sono bottiglie lanciate in mare, come nei film di pirati, i migliori sono mappe del tesoro, solo bisogna saper leggere quello che qualcuno, che non ci conosceva, ci ha donato. Credo davvero che quanto più s’allarga la nostra conoscenza dei buoni libri tanto più si restringe la cerchia degli esseri umani la cui compagnia ci è gradita. Noi siamo come nani sulle spalle di giganti e la lettura di tutti i buoni libri è come una conversazione con gli uomini migliori dei secoli andati. Una cosa è necessaria: non leggete come fanno i bambini per divertirvi o, come gli ambiziosi, per istruirvi. No, leggete per vivere. Risponde qualcuno alla domanda sugli scrittori del momento: “Non so niente della letteratura di oggi, da tempo gli scrittori miei contemporanei sono i greci”. I libri non si scrivono sotto i riflettori e in allegre brigate, ciascun libro è un’immagine di solitudine, un oggetto concreto che si può prendere, riporre, aprire e chiudere e le sue parole rappresentano molti mesi, se non anni, della solitudine di un uomo, sicché a ogni parola che leggiamo in un libro potremmo dire che siamo di fronte a una particella di quella solitudine. Un libro è uno specchio. Se ci si guarda una scimmia, quella che compare non è evidentemente l’immagine di un apostolo».

Francesco Masala
una teoria che mi pare interessante, quella della confederazione delle anime. Mi racconti questa teoria, disse Pereira. Ebbene, disse il dottor Cardoso, credere di essere 'uno' che fa parte a sé, staccato dalla incommensurabile pluralità dei propri io, rappresenta un'illusione, peraltro ingenua, di un'unica anima di tradizione cristiana, il dottor Ribot e il dottor Janet vedono la personalità come una confederazione di varie anime, perché noi abbiamo varie anime dentro di noi, nevvero, una confederazione che si pone sotto il controllo di un io egemone.

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