Ricordando Dario Paccino – 2

di db (*)

Grande testa Dario Paccino. Ma soprattutto gran cuore. E il modo migliore per spiegare questa sua umanità mi sembra parlare di lui … invece che dei suoi scritti (pur così importanti come già raccontato qui in “bottega”da Giorgio Nebbia mercoledì e da Giorgio Ferrari ieri).

Lo conobbi così. Quando uscì il suo «L’imbroglio ecologico» io ero militante di Lotta Continua. Con un paio di altri compagni ci ronzava in testa l’idea di creare una piccola “commissione” (gruppo di studio o quel che vi pare) sulla scienza. Perché farne una questione di “urgenza” politica? Ci pareva che ovunque regnasse l’analfabetismo scientifico e che a sinistra si stesse passando dall’antica e certamente ingenua idea di una scienza inevitabilmente alleata del progresso alla paura verso scienziati e tecnocrati tutti asserviti al potere e da qui scivolando persino verso il rifiuto del metodo scientifico. (Ho sintetizzato in poche parole un discorso che ovviamente è ben più complesso).

Nel 1972 Einaudi pubblicò «L’imbroglio ecologico». Se ricordo bene io, Sandro e Alvaro ce lo “strappammo” di mano con crescente entusiasmo. «Ecco l’uomo che fa per noi» ci dicemmo: «chiediamogli se ci aiuta ad aprire una discussione dentro Lotta Continua e i movimenti». Leggemmo altri suoi testi e qualche compagno di Torino ci raccontò del suo passato partigiano. Poi recuperammo un suo vecchio libro, «Arrivano i nostri»: fu la conferma. Se era dalla parte dei pellerossa contro le giacche blu, Paccino era il nostro uomo.

Scoprimmo che abitava a Roma; non avevamo più scuse per rimandare l’incontro. Gli telefonammo con un minimo di ansia: non tanto per la differenza di età… ma perché la maggior parte degli “intellettuali” (con o senza virgolette sarebbe una discussione complicata e lunga) che incontravamo erano spocchiosi; anche quando scrivevano testi “sinistrissimi” si comportavano poi come teste separate dai corpi, fuori dal mondo reale. Al telefono Paccino apparve subito disponibilissimo: stupito e lusingato che apprezzassimo il suo libro, ci invitò da lui. Andammo a casa sua io e Sandro (se la memoria non mi tradisce) e Dario ci fece una grande impressione di disponibilità umana. Era consapevole di saperne più di noi, di avere avuto «il privilegio» di poter studiare e non aspettava altro che poter mettere quei suoi saperi a disposizione. Senza alcuna spocchia. Un compagno vero.

Di quel primo incontro ricordo un episodio sintomatico di certe ingenuità che affioravano anche in un “saggio” come Dario era. A un certo punto gli chiedemmo se, alla faccia del copyright, avremmo potuto far circolare fra compagne/i un opuscolo che “riassumesse” le tesi di «L’imbroglio ecologico». Nessun dubbio, «fate pure» ci disse, «anzi grazie che fate uscire le mie idee dal chiuso delle librerie e delle università». Gli chiedemmo se ci autorizzava anche a semplificare qualche passaggio, a usare parole più facili dove occorreva… Dario sembrò sbalordito: «ma io uso sempre parole semplici» disse. Allora io aprii a caso una pagina del libro e – sempre che la memoria non mi faccia scherzi (ma in questo caso non credo) – lessi «potamico» e «obsolescenza». Faccia perplessa di Dario: «voi dite che non tutti capiscono? che bisogna dirlo in modo più semplice?». Lo convincemmo. L’opuscolo si fece alla faccia – lo ridico con l’orgoglio di un piccolo Robin Hood – del copyright o meglio del carolibri.

Con Dario fu l’inizio di una collaborazione ma soprattutto di un’amicizia.

La “commissione scienza” di Lotta Continua restò un’idea vaga, sempre rimandata per le mille altre urgenze della «fase politica».

LaScienzaControIproletari

Nel frattempo nacque un «Collettivo controinformazione scienza» – con compagne/i (un piccolo numero tra Roma e Firenze) anche non di Lotta Continua – che nel 1973, con l’aiuto di Marcello Baraghini e del gruppo Stampa Alternativa, pubblicò (in offset, una gran rivoluzione) l’opuscolo «La scienza contro i proletari»; ne furono diffuse 10 mila copie a 200 lire. L’anno dopo uscì, con piccoli ritocchi, il libretto con lo stesso titolo (a 1000 lire) nella collana di Stampa Alternativa per Savelli editore.

Rammento che per quell’opuscolo Dario ci dette molti consigli ma fece anche alcune critiche al nostro metodo di lavoro che… sul momento accogliemmo solo in parte. E sbagliammo. Provo a spiegare, sempre sintetizzando, uno dei “rimbrotti” di Dario Paccino: il nostro era un utile lavoro di memoria ma troppo allarmistico e senza indagare a fondo. Inoltre della scienza davamo sempre immagini negative, bisognava cercare anche quel che di positivo si organizzava (a esempio nei gruppi «Scienza per il popolo» negli Usa e «Labo Contestation» in Francia ma anche in Italia con il lavoro di Giulio Maccacaro e delle altre persone che poi daranno vita a «Medicina Democratica»: ma di questo magari si parlerà un’altra volta) provando a capire quando, dove e perché la scienza aveva imboccato certe strade e non altre.

In contemporanea con «La scienza contro i proletari», partì la prima, breve serie di una rivista, «Rosso Vivo» che poi – dopo la fine di Lotta Continua – sarebbe rinata con l’aiuto di compagne/i dell’Autonomia Operaia.

DarioPaccino-RossoVivo

Nel frattempo la vita di Dario e di sua moglie Lia fu segnata da una tragedia: il loro unico figlio, Sirio – è il nome della stella che più splende nel cielo – era stato colpito alle spalle dai fascisti ed era rimasto su una sedia a rotelle.

Quando andai via da Roma, un po’ alla volta persi i contatti con Dario, Lia e Sirio: ci sentivamo con grande affetto ma di rado. Seguivo i nuovi libri di Dario e più volte pensai di riprendere con lui un lavoro di controinformazione: opuscoli “semplici” (la mia fissazione) da affiancare a libri più impegnativi.

Un ultimo flashback mi affiora all’improvviso, si impone. Una sera a cena in tante/i, perlopiù militanti di Lotta Continua e con due compagni più avanti d’età: Remo, che per quasi tutta la vita aveva lavorato da edile, e Dario. Due persone assai diverse per esperienze ma unite nell’idea che era necessario e urgente liberarsi del capitalismo, che si poteva uscire dalla “preistoria”. Remo era un autodidatta che leggeva di tutto: politica, storia, la buona letteratura (fu lui che mi fece apprezzare Dashiell Hammett, per dire) con l’orgoglio del proletario che, anche se non ha potuto studiare, vuole conoscere. Dario, come accennato, amava a tal punto i libri da dimenticare ogni tanto che c’era dell’altro. I due discussero fino a tarda notte con passione su “questioncelle” come riappropriarsi dei saperi, quanto tempo ci restava per salvare il pianeta, come evitare che l’organizzazione politica soffocasse la spontaneità… Un fantastico ping-pong per chi assisteva. A fine serata Marina se ne uscì così: «C’è una frase di Marx, spesso citata, sull’uomo nuovo che ci “serve”: deve unire le qualità di Spartaco, lo schiavo ribelle, e di Keplero capace di rivoluzionare la scienza. Ecco stasera, ascoltando Dario e Remo, mi sembrava di assistere alle prove generali». Ci sorridemmo su eppure Marina aveva fatto un discorso serissimo e lo sapevamo.

Parlare di grandi sogni e della voglia di tradurli in realtà… fa strano in questo 2015, un brutto tempo specie in Italia. Però… «non finisce qui» diceva, in una famosa vignetta, Gasparazzo (l’immigrato che diventa operaio alla Fiat, disegnato da Roberto Zamarin sul quotidiano «Lotta Continua»). La storia non è finita. Nuovi ribelli incrociano Spartaco e Keplero, altri Gasparazzo nascono. Non finisce qui.

A noi che abbiamo conosciuto Dario Paccino mancano oggi i suoi saperi ma anche le sue passioni e disponibilità, il suo grande cuore. Però molto ci ha lasciato e tantissimo ci ha insegnato: grazie.

(*) Due giorni fa Giorgio Nebbia, nella rubrica «scor-date», ha scritto di Dario Paccino mentre ieri è apparso un post di Giorgio Ferrari per ricordarlo; domani ne uscirà un terzo di Gian Marco Martignoni.

 

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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