Ricordando Felicia, la mamma di Peppino Impastato

Le riflessioni di Domenico Stimolo e di Lella Di Marco

Se si dovesse creare un “logo” che si assume l’onere di rappresentare le sofferenze, il riscatto e le contraddizioni della recente di Sicilia e Italia, la mia scelta si rivolgerebbe a una donna. Ricadrebbe sul volto, l’aspetto e la narrazione di Felicia Bartolotta, la madre di Peppino Impastato, il giovane eroe civile di Cinisi, attivista per la legalità, giornalista, militante di Democrazia Proletaria, ucciso trentenne dalla mafia il 9 maggio 1978.

Emblema della resistenza siciliana alla mafia, della lotta al perverso intreccio politico-affaristico,e alle tante deviazioni istituzionali che hanno caratterizzato trame e stragi.

Le indomite figure di Peppino e di sua madre divennero di dominio nazionale con il film «I cento passi» del regista Marco Tullio Giordana dove Felicia Bartolotta era magistralmente interpretata dall’attrice catanese Lucia Sardo. Nel 2016 il suo impegno venticinquennale – in difesa della memoria del figlio Peppino e nella lotta per la ricerca della verità sulla sua uccisione – fu bene rappresentato nel film televisivo «Felicia Impastato» (trasmesso dalla Rai il 10 maggio 2016) del regista Gianfranco Albano, protagonista l’attrice Lunetta Savino.

La sua morte, a 88 anni, avvenne il 7 dicembre 2004. In un messaggio, inviato al figlio Giovanni Impastato, il Presidente della Repubblica scrisse: «Mi associo con commossa partecipazione al suo dolore per la scomparsa della sua mamma Felicia, nuova madre coraggio che ha saputo trasformare il suo straziante dolore per l’assassinio del figlio Pepino nella linfa vitale di un impegno instancabile in difesa della giustizia e della legalità contro le trame criminali. Felicia Impastato ha consegnato il suo alto e nobile messaggio civile soprattutto ai giovani che accoglieva nella sua casa per parlare loro dell’eroismo di Peppino e per raccontare a tutti il vero volto della amfia. Cordialmente, Carlo Azeglio Ciampi».

Nella parte finale del suo percorso di vita, l’11 aprile 2002, Felicia ebbe modo di avere riconosciuta quella giustizia che, assieme al figlio Giovanni e ai compagni di lotta di Peppino, aveva reiteratamente richiesto. La sentenza emessa nell’aula del maxiprocesso, tribunale dell’Ucciardone, si pronunciò forte e chiaro, condannando all’ergastolo, come mandante, Gaetano Badalamenti, capo dell’organizzazione mafiosa di Cinisi che era già recluso negli Stati Uniti, con una condanna a 45 anni, come uno dei capi dell’organizzazione “Pizza connection” dedita al traffico di droga .

Quel giorno Felicia, duramente provata, non volle venire in tribunale. Per portare la notizia fu raggiunta a casa da Salvo Vitale.

Nel suo libro «Cento passi ancora» scrive:

«Io (Felicia) mi sento invece come il mare, quando, dopo u malutempu, torna il sereno. Ora posso morire tranquilla.

(Vitale) Ma che morire! Che vai dicendo? Quest’anno organizzeremo cose grandi. Si stanno preparando a venire qua un sacco di picciotti da ogni parte d’Italia. Metteremo sottosopra questo paese.

Felicia riprende tutta la sua forza di splendida combattente. Allora voglio esserci anch’io. Morirò un’altra volta. L’abbraccio e mi abbraccia».

Già il 5 marzo 2001 la Corte d’assise aveva riconosciuto il mafioso Vito Palazzolo corresponsabile dell’assassinio di Peppino Impastato, condannandolo a trent’anni di reclusione.

Il 1997 era stato un anno fondamentale per l’accertamento della verità. Fu richiesto il rinvio a giudizio per Gaetano Badalamenti e Vito Palazzolo, come mandanti dell’omicidio.

Un mese dopo la condanna di Gaetano Badalamenti, il 9 maggio – anniversario dell’assassinio del figlio Peppino – fu un giorno di grande soddisfazione ed emozione per Felicia. Il paese venne attraversato da un grande e combattivo corteo, organizzato dal Forum sociale antimafia. La mamma, affacciatosi dalla sua abitazione a piano terra, sollevando il pugno salutò i partecipanti e con lo sguardo fiero e vivace, racchiuso dall’onda dei suoi canuti capelli, sorridendo distribuì garofani rossi.

Per lunghi anni è divenuta la vestale laica della sua casa trasformata in museo, interamente dedicato alla memoria del figlio Peppino. E’ la «Casa Memoria Peppino e Felicia Impastato» (Corso Umbero I, 220 Cinisi) nata nella primavera del 2005, gestita dall’omonima associazione; coordinatore è il fratello di Peppino, Giovanni: http://www.casamemoria.it/

«Un avamposto della resistenza contro il potere della mafia»: questa è la determinazione inserita nella prima pagina del sito:

http://www.peppinoimpastato.com/index.asp

In quella casa-museo Felicia aveva accolto la Commissione antimafia nazionale, costituita da Lumia, Russo Spena, Figurelli, Vendola, Pettinato. Il presidente Lumia le consegnò la Relazione, approvata all’unanimità il 6 dicembre 2000 – relatore il senatore Giovanni Russo Spena – che oggi è consultabile su:

http://www.giuseppelumia.it/wp-content/uploads/2009/10/Relazione-Caso-Peppino-Impastato.pdf

Quella relazione in maniera dirompente aveva “riaperto il caso”. Dopo tanti anni si fece luce sui depistaggi, occultamento di prove, complicità, messi in opera anche da rilevanti rappresentanti di strutture istituzionali.

Venne restituito a Peppino l’onore civile, vilmente deturpato. Impastato non è stato un “terrorista, suicida”, bensì un combattente per la libertà contro la mafia.

Durante la consegna della Relazione alla mamma fu letto il passaggio finale: «di fronte a una mafia che comprende l’insopportabile pericolosità di Peppino Impastato e ne decide l’eliminazione, vi è uno Stato incapace di comprendere gli intrecci del territorio, deciso a non indagare contro la mafia e a non ricercare i mandanti e gli esecutori di quel delitto….non negligenza, non inerzia, ma scelta consapevole di lasciare inesplorati il sistema e i poteri criminali dei quel territorio».

Alla mamma di Peppino viene data anche la “famosa” lettera-biglietto di Peppino (rintracciata in casa durante la perquisizione effettuata dopo il ritrovamento del cadavere dilaniato) utilizzata in maniera fuorviante per costruire la falsa teoria del suicidio.

E’ importante ricordare che due anni prima, nel settembre 1998, il «Centro Siciliano di Documentazione Giuseppe Impastato» – cfr www.centroimpastato.com, fondato nel 1977 da Umberto Santino e Anna Puglisi – con un apposito dossier, sostenuto pienamente dalla famiglia, nell’evidenziare le grandi contraddizioni emerse nel corso delle infagini, aveva formalmente invitato la Commissione parlamentare antimafia ad approfondire le azioni di ricerca sulla verità riguardo la morte di Peppino, inficiata dagli organi inquirenti. Un atto risolutivo che completava in maniera determinante il tenace lavoro di denunzia e di sensibilizzazione dell’opinione pubblica da parte dei compagni di lotta di Peppino, dalla mamma e dal fratello Giovanni, incessantemente operate nel corso di vent’anni.

Nel 1987 Felicia aveva rilasciato una lunga intervista a Anna Puglisi e Umberto Santino. Fu pubblicato un libro di 72 pagine (editrice La Luna) «La mafia in casa mia». Un racconto emozionante del proprio diretto ambito familiare, del contesto del paese, della diffusa mafiosità e della contiguità parentale. Al centro della narrazione la figura di Peppino, la sua ribellione all’influenza del padre Luigi, quindi il conseguente impegno sociale, politico e antimafioso. Una nuova edizione del libro, ampliata è stata pubblicata nel 2018, dall’editore Di Girolamo.

Felicia Bartolotta nacque a Cinisi il 24 maggio 1916. Trentunenne si sposò con Luigi Impastato che negli anni trenta era stato confinato per tre anni nell’isola di Ustica, per atti mafiosi. Il cognato del marito, Cesare Manzella, capomafia di Cinisi, nel 1963, nella fase della guerra mafiosa tra i clan Greco-La Barbera, rimase ucciso a seguito dell’esplosione di un’auto bomba. Felicia fu madre di tre figli: Peppino (nato il 5 gennaio 1948), Giovanni (del 1953) mentre un altro figlio chiamato Giovanni era nato nel 1949 per morire tre anni dopo. La sua convivenza con il marito fu particolarmente infelice, soprattutto per i rapporti da lui mantenuti con il nuovo capomafia del paese Gaetano Badalamenti (subentrato dopo la morte di Cesare Manzella).

Già da ragazzo Peppino entrò in forte contrasto con il padre. Lungo gli anni, l’attività politica e le azioni di denunzia e contrasto all’organizzazione mafiosa del figlio divennero dirompenti.

Nel contesto familiare il clima diventò molto difficile. Felicia si schierò apertamente a sostegno del figlio, in particolare quando Peppino venne cacciato da casa dal padre. Luigi Impastato morì nel settembre del 1977, investito di notte da un’autovettura, otto mesi prima dell’assassinio di Peppino.

La lunga lotta di Felicia, vera e propria abnegazione alla ricerca della verità sull’assassinio del figlio, fu quella di una donna nata all’inizio del novecento in un’area urbana della periferia siciliana già infestata dalla mafia, con scarso livello di alfabetizzazione e soggiogata nel suo ruolo succube all’antico potere maschile e dunque fu il simbolo del riscatto contro il predominio feudale-latifondista, politico-affaristico-mafioso e di liberazione alla sottomissione maschile.

LELLA DI MARCO LA RICORDA COSI’

Quando il coraggio è donna. Quando si apprende dai figli. Quando si supera la sfera privata e si prende coscienza che il bene o il male della sfera pubblica è di tutti/e e la salvezza non può che essere collettiva: così Felicia da donna a madre a militante antimafia.

Appartenente a una famiglia piccolo borghese, si innamora di Luigi Impastato senza sapere o capire nulla della condizione del futuro sposo. Suo padre approva e così Felicia entra a far parte di una famiglia legata alla mafia. Quando il figlio Peppino si allontana dalla famiglia, in aperta contraddizione con l’operato e con lo stato sociale del padre, Felicia inizia a capire.

Peppino milita prima in Lotta Continua e poi in Democrazia proletaria. Il suo obiettivo è combattere la mafia soprattutto dicendo quello che sa, dando informazioni su piani, collegamenti, rapporti con le istituzioni nazionali e transnazionali. Fonda Radio AUT dalla quale trasmette e quotidianamente con attacchi precisi ai capimafia come Gaetano Badalamenti… che apostrofa come Gran Capo Tano Seduto.

Felicia in cuor suo sapeva che la mafia non avrebbe perdonato e che molto presto avrebbe fatto arrivare la sua vendetta. E infatti il 9 maggio 1978 Peppino viene assassinato e il suo corpo adagiato sui binari della ferrovia, fatto esplodere con un carico di tritolo, quasi a simboleggiare la volontà di distruggere tutto di lui, del suo coraggio. E subito partirono depistaggi e falsità: Peppino Impastato terrorista, suicida, psicolabile…

Felicia aveva capito tutto e non esitò a costituirsi parte civile al processo , assieme al figlio Giovanni affinchè fossero scoperti gli uccisori del figlio.

Peppino aveva osato diffondere le sue idee con un linguaggio semplice, comprensibile alla cultura mafiosa. «Io voglio scrivere che la mafia è una montagna di merda! Noi ci dobbiamo ribellare. Prima che sia troppo tardi! Prima di abituarci alle loro facce».

Il processo sarà congelato finchè arriva il giudice Rocco Chinnici che dà una svolta decisiva alle indagini, collaborando con gli ex compagni di Peppino e della rivista «I siciliani» e con Pippo Fava, raccogliendo dati, nomi, documenti, testimonianze.

Un affronto, un pericolo: e anche Rocco Chinnici verrà fatto saltare in aria con il tritolo.

Mi permetto, a questo proposito, una breve nota personale perché ero a Palermo quel 29 luglio 1989 quando alle 8 del mattino sotto la propria abitazione in via Pipitone Federico (vicino casa della mia mamma) COSA NOSTRA FECE ESPLODERE 25KG DI TRITOLO PER LIBERARSI DEL FONDATORE DEL POOL ANTIMAFIA. In una città calda di scirocco e silenziosamente indifferente. Non è una trovata di Pif: LA MAFIA UCCIDE (PREVALENTEMENTE) D’ESTATE. Quel giudice vedeva nell’incontro con i giovani l’impegno più importante nella lotta alla mafia, con lo studio l’informazione e il rifiuto della droga, grandissimo profitto per i mafiosi proprio mentre i suoi giovani studenti affrontavano gli esami di maturità, ignari di tutto.

Felicia ha testimoniato al processo contro Tano Badalamenti che è stato poi condannato all’ergastolo. Da allora la sua militanza antimafia non è mai cessata . E Le porte di casa sua rimarranno sempre aperte per i giovani che vogliono sapere. A chi le chiedeva come poter agire contro la mafia rispondeva: «Tenete la testa alta e la schiena dritta. Studiate, perché studiando si apre la testa e si capisce quello che è giusto e quello che non è giusto».

La mafia non si combatte con il fucile ma con la CULTURA.

Molto in questi anni, è cambiato in Sicilia. Tanti i riconoscimenti a Felicia: strade dedicate a lei, ricerche, studi e centri di documentazioni intestati a Peppino Impastato ma soprattutto azioni di singoli e di movimenti di massa contro il potere mafioso, con luoghi confiscati alla mafia, costituzione di cooperative sociali antimafia … Tutto è in movimento, tutto si trasforma. Ma anche la mafia muta… continua a esistere e comandare in connessioni micidiali, anche fuori dalla Sicilia

La foto di Felicia con un ritratto del figlio Peppino è di MIKE PALAZZOTTO (ANSA)

 

MA COSA SONO LE «SCOR-DATE»? NOTA PER CHI CAPITASSE QUI SOLTANTO ADESSO.

Per «scor-data» qui in “bottega” si intende il rimando a una persona o a un evento che il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna deformano, rammentano “a rovescio” o cancellano; a volte i temi possono essere più leggeri ché ogni tanto sorridere non fa male, anzi. Ovviamente assai diversi gli stili e le scelte per raccontare; a volte post brevi e magari solo un titolo, una citazione, una foto, un disegno. Comunque un gran lavoro. E si può fare meglio, specie se il nostro “collettivo di lavoro” si allargherà. Vi sentite chiamate/i “in causa”? Proprio così, questo è un bando di arruolamento nel nostro disarmato esercituccio. Grazie in anticipo a chi collaborerà, commenterà, linkerà, correggerà i nostri errori sempre possibili, segnalerà qualcun/qualcosa … o anche solo ci leggerà.

La redazione – abbastanza ballerina – della bottega

 

Redazione
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