Ricordando Giorgio Galli

di Mario Agostinelli e di Giorgio Riolo

 

IN MORTE DI GIORGIO GALLI.

di Mario Agostinelli

Giorgio Galli è stato tra i milanesi più colti, attivi, carichi di affetto umano e passione politica che il Paese abbia potuto apprezzare, nonostante il suo riserbo e la misura con cui sapeva criticamente anticipare i dirompenti cambiamenti che avremmo dovuto affrontare, fino a culminare in questa fase di tormentata transizione.

L’amore di Francesca l’avrà ben confortato anche in questa ultima fase di presenza “sveglia” e lucida tra noi: un tempo in cui non è stato più possibile – almeno per me “fuori zona” – avere con loro frequentazioni dirette. Porto così a lei questo mio ricordo, lungo di più di cinquant’anni, dato che la presenza di Giorgio e Francesca ha rinfrancato e spesso rischiarato molti passaggi della mia esperienza umana, politica e sociale ed è stata ricambiata dalla stima – mia e di Bruna – fino alla confidenza con loro ed i loro interessi più intensamente coltivati.

Ancora al Ginnasio, con padre bergamasco, rigorosamente improntato ad un pluralismo che escludeva il PCI, venivo sollecitato a leggere e discutere le note di due politologi di valore: tal Ricciardetto – pseudonimo per un reazionario e ultra-filoatlantico patrocinatore delle maggioranze silenziose – e tal Giorgio Galli, sobrio ma documentatissimo commentatore di dati e eventi sociali, già proteso a cogliere quel vento laico, socialista e di sinistra, che avrebbe di lì a poco soffiato sulla politica e sull’intera società italiana. Scoprirò ben presto che il primo era preistoria resistente e che il secondo avrebbe seguito da vicino, anche nelle ansie e nelle generosità straordinarie e misteriose, quel periodo irripetibile che – col ’68-69 – avrebbe indotto anche un ricercatore da poco laureato a trasferire il suo tempo nelle sedi sindacali, inondate da tute blu che tornavano a scuola con le 150 ore. In quelle aule così insolite, Galli era citato con affetto e per l’autorevolezza e il rigore scientifico con cui annunciava, preoccupato, un’incipiente crisi della democrazia, che oggi esplode e precipita in tutto il pianeta.

Giorgio ha scritto e lavorato con intensità in quegli anni –’70 – ‘80 – così importanti, spesso in solitudine e con tesi originali anche su questioni drammatiche come il terrorismo rosso e le stragi fasciste, dettate dalla consapevolezza che la cronaca e la vulgata andassero indagate più a fondo e che il nostro Paese fosse al centro di disegni nascosti, che ne minavano l’impianto democratico e l’ossatura costituzionale.

Come a flash, più avanti, lo ricordo con gratitudine nel 1997, quando la mia richiesta di un suo contributo prestigioso in preparazione del Congresso della CGIL Lombardia, mi ripaga di una sua lezione profonda e innovativa sul ruolo del sindacato e sulle tradizioni solidali presenti nella storia e nella cultura della nostra regione, ferita dall’onda leghista. Era l’occasione per presentare una documentazione multimediale ritenuta allora rivoluzionaria (un CD-ROM interattivo con il software e l’abbonamento gratis ad Internet distribuito in 70.0000 copie nei luoghi di lavoro!), rivolta alle lavoratrici e ai lavoratori che passavano dal ciclostile alla tastiera del computer. Giorgio ne era lietissimo e mostrava tutta la sua soddisfazione per un’organizzazione di massa che si dotava con preveggenza di strumenti di partecipazione adeguati alla rivoluzione digitale già in corso.

Più avanti, una sorpresa: Giorgio è tra i più profondi studiosi dei legami tra le culture rese marginali dalla svolta scientifica del XVII secolo o tra la cultura dei circoli più rivoluzionari del XX secolo e le dottrine politiche che occupano lo spazio dell’ufficialità e della ricerca storica. Che esoterismo e politica potessero destare l’interesse e la passione di un politologo di tal calibro nemmeno l’immaginavo. E nemmeno potevo aspettarmi che fosse sostenitore della fuoriuscita dalla tradizione newtoniana con cui si identifica lo sviluppo quantitativo dell’Occidente e una interpretazione non più meccanicistica e determinista del mondo e della società, in base alle teorie rivoluzionarie che la fisica e la biologia hanno introdotto dall’inizio del ‘900. In fondo anticipa con una sua originalità perfino la svolta di Francesco.

Nacquero scambi che finirono col convergere sulla necessità di rendere popolare un salto culturale e scientifico (anche partendo da una revisione della scarsità di contenuti interdisciplinari dentro l’organizzazione degli studi), utilizzando gli strumenti cultural-tecnologici che ne sono derivati, e di “sottrarre alla gestione di cinquecento multinazionali, le più importanti delle sessantatremila sparse per il pianeta, l’interpretazione del mondo che non è quello che viene fatto apparire, da quando, con la rivoluzione relativistica e quantistica, la conoscenza è aumentata in modo esponenziale e sofisticato, ma non trasmesso nella sua essenzialità ed implicazioni sociali e ambientali ai cittadini. Mentre, purtroppo, la politica istituzionale e dei partiti non ha tenuto minimamente il passo”. Sono sue le parole qui riportate, che fanno da commento ad un libro, che lui ha arricchito di una postfazione.

In cui aggiunge con un certo rammarico che “a sinistra si giudica negativamente un potere concentrato in poche mani, ma non ci si attrezza per modificarlo, da quando la democrazia rappresentativa è stata di fatto vanificata da quel medesimo processo di crescita esponenziale e sofisticata della conoscenza, processo opposto a quello ipotizzato dallo stesso illuminismo, che abbinava allo sviluppo della conoscenza quello, convergente, della democrazia e della rappresentanza”.

Sono intuizioni come queste che, assieme ad una vita straordinaria, ci fanno capire quanto Giorgio fosse ancora necessario.

Giorgio Galli e la passione per la storia e per la politica. Una doverosa nota di commiato.

di Giorgio Riolo

I necrologi non sono solo tristi occasioni. Beninteso, sono tristi sicuramente e chi rimane è preso dallo sconforto per le continue perdite di punti di riferimento, di notevoli e preziose persone, amiche e compagne di percorso. È nondimeno anche l’occasione per riandare con la memoria e per riattualizzare e valorizzare momenti, fatti, acquisizioni nella vita personale e nella vita collettiva. Importanti, vive, proiettate in avanti.

Giorgio Galli è stata figura importante nella cultura e nella politica dell’Italia del secondo dopoguerra. Abbiamo messo “passione per la storia e per la politica” perché, conoscendolo, si offriva a chi veniva in contatto con lui la sensazione che le cose di cui scriveva e parlava non erano aride materie di studio e di ricerca. Rigoroso e dotato di una memoria formidabile, filologica, esibiva una curiosità e un’attenzione al reale e alle vicende anche trascurabili come pochi altri e altre.

La storia dello “alto” e la storia del “basso”, la politica “alta” e la politica “molecolare” di chi si impegna quotidianamente, nella società civile e nelle formazioni politiche, non importa, erano presenti e operanti nella sua attività di storico e di notista politico. Un professore di storia delle dottrine politiche alla Statale di Milano che si occupava dei partiti politici, delle formazioni politiche nella storia e nelle istituzioni e che tuttavia aveva la curiosità per ricostruire la storia delle culture alternative (comprese le subculture) e dei gruppi sociali “antisistema”, anche perché semplicemente “fuori dal sistema”, eretici ed eretiche, i vinti. Dalle streghe alla cosiddetta New Age degli anni ottanta, alle culture esoteriche, a “sinistra” e a “destra” (famosi i suoi lavori sulle credenze magiche, esoteriche, del nazismo).

I.

Ci conoscemmo alla fine degli anni Settanta proprio in un luogo “alternativo”, i primi inizi in Italia dell’alimentazione sana e della medicina alternativa. Galli, ormai affermato come storico e come fine notista politico, conosciuto autore di numerosi libri e attraverso soprattutto la sua famosa rubrica nel settimanale Panorama, ci accoglieva, a casa sua o fuori, per colloqui informali di scambio reciproco. Ci sorprendeva, noi allora giovani della Nuova Sinistra, per conoscenza minuziosa, analitica, delle vicende delle numerose, anche minuscole, roba da microstoria, formazioni di detta sinistra.

Questi colloqui privati arricchivano quello che aveva riversato nei suoi libri sulla storia dell’Italia del dopoguerra, sulla storia dei partiti, del Pci, della Dc, del socialismo italiano. Sulla storia dei governi e del ricco e multiforme, corrotto e corruttore, sottogoverno, tipicamente italiano. Tipicamente democristiano, ma non solo. Delle trame occulte, dell’ampia e capillare corruzione, dei poteri eversivi della democrazia italiana, degli “affari di Stato”, del capitalismo italiano continuamente “assistito” dallo Stato, dell’intreccio mafia e politica ecc.

Le sinistre storiche non ne uscivano bene da quella rassegna così precisa e documentata. Con partecipazione critica tuttavia, non da spirito del dilagante “disincanto”. Con animo sgombro e lucido. E, per non sembrare o essere faziosi, lucidamente ne usciva il generoso ma inane volontarismo e il velleitarismo di molta di quella sinistra allora detta extraparlamentare. Insomma, si imparava molto a contatto con una simile personalità.

La generosità intellettuale e politica di Galli si manifestava ulteriormente nella sua continua disponibilità. Negli anni Ottanta, dapprima con il Cipec, il centro culturale di Democrazia Proletaria, e in seguito, anni Novanta e anni Duemila, con il Punto Rosso, egli rispondeva sempre affermativamente a ogni nostro invito a partecipare a convegni, conferenze e dibattiti, anche in piccoli centri, non solo a Milano.

In particolare, a proposito del suo rigore etico, occorre ricordare che quando Berlusconi mise le mani sul complesso delle attività editoriali del gruppo Mondadori, Galli fu tra i primi, se non il primo, a rassegnare le dimissioni da Panorama. Privandosi di una tribuna giornalistica e politica così importante e influente come la sua famosa rubrica posta alla fine di ogni numero del settimanale.

Fino alla sua improvvisa morte ha continuato a ripubblicare i suoi libri, rivisti e aggiornati, alla luce di nuovi sviluppi nella storia reale e di nuove acquisizioni dello stesso autore. Ma aveva ancora in cantiere altre ricerche e altri libri.

II.

A mo’ di conclusione e come congedo da una simile personalità. La storia come disciplina e la politica come disciplina, sapere e arte del possibile, e come azione quotidiana (un tempo si diceva “prassi”) sono così inestricabilmente intrecciate che si sente il bisogno di ricordare a ogni pie’ sospinto che è nefasta la divaricazione, soprattutto dal lato dei gruppi dirigenti politici. In generale e nelle varie sinistre in particolare.

La sobria constatazione è, nel mondo nostro contemporaneo, che cultura e conoscenza storica difettano in molti gruppi dirigenti. Da qui i molti problemi attuali nella teoria e nella pratica della buona politica.

 

La Bottega del Barbieri

Un commento

  • Gian Marco Martignoni

    Ho avuto la fortuna qualche anno fa di presenziare ad un dibattito presso la sala della Provincia di Milano, ove il suo intervento fu accolto con quella attenzione e rispetto che si devono a chi si è sempre contraddistinto sul piano dell’autonomia politica e intellettuale. Anche le sue ultime riflessioni a proposito del ruolo devastante sul piano globale da parte delle multinazionali, sono indicative della sua incredibile lucidità intellettuale. Ha lasciato una mole incredibile di pubblicazioni, che rimarranno una miniera inesauribile a cui fare riferimento.

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