Ricordo di Agnes Heller

Testi di Donatella Di Cesare e Doriana Goracci. Una “scor-data” anomala, a un mese dalla morte (il 19 luglio)

“I bisogni diretti al possesso di beni possono aumentare all’infinito: nessun altro bisogno pone limiti alla loro crescita. Poiché il possesso è distinto dall’uso e dal godimento immediato (il ruolo del godimento è svolto dal possesso stesso) l’aumento dei bisogni è di carattere quantitativo. Non posso possedere tanto da non voler possedere ancora di più; voglio “avere” di più anche quando le qualità concrete degli oggetti non soddisfano immediatamente alcun genere di bisogno — divento indifferente verso queste qualità concrete. Ciò che possiedo non “sviluppa” in me bisogni nuovi, eterogenei, ma anzi li mutila. Chi tratta diamanti, come scrive Marx, non ha alcuna attenzione per la bellezza estetica del diamante perché vede in esso solo un’incarnazione del valore di scambio. Vera ricchezza è lo sviluppo di bisogni qualitativamente diversi.” Agnes Heller Estratto da “La teoria dei bisogni” , Feltrinelli

IL MONTAGGIO QUI SOPRA è opera di Benigno moi, ironico helleriano doc

L’avventura dell’esistenza

di Donatella Di Cesare

Donna, filosofa radicale, oppositrice a Orbán, riluttante a qualsiasi rigida classificazione, Ágnes Heller era sopravvissuta, nel 1945, al ghetto di Budapest. La sua lezione più importante viene così ricordata da Donatella Di Cesare: “Inutile pensare alla rivoluzione, immaginata come la presa del palazzo d’inverno, in attesa di cambiare la vita; la forma della vita deve già cambiare in attesa della rivoluzione…”

Immagine di Steve Johnson, tratta da Unsplash.com

È scomparsa nuotando nel lago Balaton, nella sua Ungheria. Così è terminata la vita di Ágnes Heller, con quella stessa spontanea e gioiosa naturalità che l’aveva contraddistinta. Sì, perché lei, minuta e fragile, era sopravvissuta, nel 1945, al ghetto di Budapest. Aveva solo quindici anni; quasi tutta la famiglia fu sterminata.

«La libertà per me ha sempre significato liberazione dal nazismo».

Di quell’esperienza traumatica le era rimasto un profondo attaccamento alla vita. Desiderava viverla ogni giorno pienamente, godendo di tutto quello che le veniva concesso; ma senza mai sottrarsi alle sue responsabilità. Forse anche per questo in ogni suo piccolo gesto, nel sorriso, nella battuta, nella replica, si riconosceva distintamente lei, la filosofa. Il suo pensare era tutt’uno con il suo agire.

Dietro l’apparente fragilità si percepiva una forza straordinaria che le aveva permesso di attraversare il Novecento, quel lunghissimo secolo, di cui pressoché nulla le era stato risparmiato. Dopo la Shoah c’era una data che non avrebbe mai dimenticato: il 1956, la rivoluzione ungherese. A quel tempo Heller era già assistente di György Lukács. Come molti dissidenti subì sospetti, processi, espulsioni, riabilitazioni. Fu un crescendo inarrestabile finché, dopo il 1968 e la primavera di Praga, la situazione divenne insostenibile. Accusata di revisionismo, insieme ad altri esponenti della «scuola di Budapest», nel 1977, insieme al marito Ferenc Fehér, coautore di diverse opere, dovette lasciare definitivamente l’Ungheria. Cominciarono quelli che lei chiamava con una certa benevola ironia «gli anni della peregrinazione». Prima in Australia, poi negli Stati Uniti dove alla prestigiosa New School for Social Research di New York tenne a lungo la cattedra che era stata di Hannah Arendt.

Era fiera di essere donna, di sentire e pensare da donna. Proprio per questo aveva accenti critici per quell’emancipazione così mal interpretata, come se si trattasse solo di prendere il potere imitando i maschi. La liberazione, insieme a un diverso rapporto con il potere, è ancora di là da venire. Ma in tale contesto puntava l’indice contro la politica:

«Curiosamente la Sinistra non si è fidata delle donne, sebbene le prime donne politicamente influenti siano state quelle attive nei movimenti socialisti».

Ecco perché suona quasi un insulto apporle – come fanno sbrigativamente alcuni – l’etichetta «allieva di Lukács». Lei non poteva sopportare le classificazioni del pensiero e non voleva identificarsi con nessuno dei tanti «ismi» che le sono stati attribuiti. Soprattutto non ha mai voluto passare per semplice dissidente e non si è mai lasciata utilizzare dal liberalismo. Chi ancora oggi la presenta così le fa un torto. Anche per presentare la complessità del suo percorso ha scritto Breve storia della mia filosofia, pubblicato da Castelvecchi nel 2016.

Il suo rapporto con Marx ha influenzato profondamente la sua riflessione. Nasce così la trilogia di opere con cui diventa presto nota: La filosofia radicale, Teoria dei bisogni, Sociologia della vita quotidiana. È a partire dal Marx dei Manoscritti che Heller, già negli anni Settanta, identifica nei «bisogni radicali», cioè una vita piena di senso, un lavoro gratificante, lo studio, l’esigenza di tempo libero, quei bisogni che, proprio perché mirano a una liberazione radicale, non possono essere soddisfatti in una società ingiusta. Antitetici sono invece i bisogni alienanti, dal consumo insaziabile di merci al subdolo conformismo, che creano sempre ulteriore assoggettamento. Di quale «libertà» parla dunque il liberalismo?

Ecco la svolta che si disegna con chiarezza nella sua filosofia radicale: inutile pensare alla rivoluzione, immaginata come la presa del palazzo d’inverno, in attesa di cambiare la vita; la forma della vita deve già cambiare in attesa della rivoluzione. Basta, dunque, con questo circolo vizioso che la filosofia non può né deve ammettere. Parlare in quegli anni di «forme di vita» non era per nulla ovvio. Si capisce perché si sia trovata a suo agio tra gli intellettuali della Nuova sinistra, critica, radicale, libertaria, internazionalista.

«Oggi sosteniamo spesso e volentieri – ha scritto nel 2013 – che la Nuova Sinistra è stata sconfitta. Ma è una sciocchezza. Quale accezione di “sconfitta” implicherebbe?».

Se i sogni non si sono realizzati non vuol dire che la rivoluzione sia un inganno. Le speranze esistono per accelerare ciò che è effettivamente realizzabile.

Lei non si è mai data per vinta. Né in filosofia né in politica. «La persona giusta esiste. Cosa la rende possibile?». Dopo il saggio Oltre la giustizia, pubblicato nel 1990, ha sviluppato una complessa filosofia morale. Il terzo prezioso volume Un’etica della personalità, del 1998, è stato pubblicato da Mimesis nel 2018. Scegliere sé solo grazie all’altro: questa è l’avventura della vita di ciascuno, tessuta da tante storie che vanno quotidianamente ricostruite. Si può dire che proprio la vita sia il filo rosso della sua filosofia radicale.

Negli ultimi anni è ritornata in Ungheria, dove ha guidato con fermezza l’opposizione politica contro Orbán. Articoli, interviste, dibattiti, dimostrazioni in piazza. Era sconcertata dal riemergere dell’antisemitismo, allarmata da quelle spinte nazionalistiche e autoritarie capaci di disgregare per sempre il progetto politico e culturale dell’Europa in cui non ha mai smesso di credere.

Donatella Di Cesare insegna Filosofia teoretica alla Sapienza di Roma. Attenta studiosa del tema della violenza e della questione della Shoah. Tra i suoi ultimi libri, Stranieri residenti e Heidegger e gli ebrei. I «Quaderni neri», entrambi usciti da Bollati Boringhieri, Per Einaudi ha pubblicato Terrore e modernità e Marrani.

Articolo pubblicato su il manifesto (con il titolo Ágnes Heller, una filosofa radicale alla ricerca dell’avventura dell’esistenza) e poi ripreso su Comune-info con l’autorizzazione dell’autrice.

IL RICORDO DI DORIANA GORACCI

Ágnes Heller è una bambina nata a Budapest, il 12 maggio del 1929, segno zodiacale Toro e si dice pure che chi è nato in questo giorno abbia un angelo Custode di nome Lauviah che è saggezza, protezione per i politici, grande forza di riprendersi dopo seri problemi. E lei di “problemi” ne ha avuti tanti fin da piccola: è una sopravvissuta ad Auschwitz, all’Olocausto, alle persecuzioni del regime comunista.

Da più grandicella ,allieva del filosofo marxista Goerg Lukacs, divenne una dei principali esponenti della “scuola di Budapest”, corrente critica del socialismo. “Nel 1959 viene espulsa dall’università e poi anche dal partito per aver sostenuto «le idee false e revisioniste» del giovane Lukács e costretta ad insegnare in una scuola media mentre i suoi scritti vengono sottoposti al veto di pubblicazione. Nel 1963 entra come ricercatrice nell’Istituto di Sociologia dell’Accademia delle Scienze e sempre nello stesso anno a seguito di un suo viaggio in Italia ha origine “L’uomo del rinascimento”: “…fu il mio primo viaggio in occidente […] nelle vie, nelle chiese, nelle case, nei palazzi di Firenze ho incontrato un sogno, o meglio, ho incontrato il mio sogno di un mondo adeguato all’uomo. Una volta che i confini dell’occidente si erano di nuovo richiusi per me, volevo semplicemente tornare in questo mondo, anche se solo con la fantasia, col pensiero. Se volete fu un libro d’amore: una dichiarazione d’amore per l’Italia”. Nel 1968 protesta contro l’intervento sovietico in Cecoslovacchia, viene licenziata dall’Accademia nel 1973 con l’accusa di aver negato la realtà socialista del suo paese e di altri paesi usciti dalla rivoluzione d’Ottobre nell’esercitare il suo lavoro di “cultore di scienze sociali”.

Non condivide le svolte reazionarie di tanti paesi dell’Est e nel 1977 decide infine di lasciare l’Ungheria insieme al marito, il filosofo Ferenc Fehér e gli amici Gyorgy e Maria Marcus, anch’essi noti esponenti della “scuola di Budapest” e con il timore di non poter più rientrare in Ungheria emigra in Australia. A Melbourne insegnerà sociologia presso La Trobe University. Ritornata in Ungheria, ha insegnato anche alla New School for Social Research di New York, rimanendo ancorata alle sue teorizzazioni dei bisogni radicali, pur non professandosi più marxista.”

Negli ultimi anni era entrata in aperto conflitto con il premier sovranista Viktor Orban che l’aveva estromessa dall’università.

Poi in un giorno di luglio molto caldo, a soli 90 anni, si è buttata per una nuotata nel lago Balaton, chiamato anche “mare magiaro”, che si trova nell’Ungheria occidentale ed è il più grande lago dell’Europa centrale. Scomparsa, forse un malore. Penso che l’abbraccio dell’acqua sia stato il riposo migliore, per sempre.

Una grande piccola donna, Ágnes Heller, di cui ignoravo l’esistenza e passo la sua storia, che è un po’ quella di tante anziane signore che sono riuscite a nuotarci attraverso, alla storia, e a non affogare nella vigliaccheria del silenzio. Come diceva Ágnes Heller “You always have a choice”, e oggi ho scelto di scrivere di lei, per non dimenticare.

Doriana Goracci

video foto e riferimenti sono su Agoravox Italia  https://www.agoravox.it/Agnes-Heller-storia-di-una-Donna.html

MA COSA SONO LE «SCOR-DATE»? NOTA PER CHI CAPITASSE QUI SOLTANTO ADESSO.

Per «scor-data» qui in “bottega” si intende il rimando a una persona o a un evento che il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna deformano, rammentano “a rovescio” o cancellano; a volte i temi possono essere più leggeri ché ogni tanto sorridere non fa male, anzi. Ovviamente assai diversi gli stili e le scelte per raccontare; a volte post brevi e magari solo un titolo, una citazione, una foto, un disegno. Comunque un gran lavoro. E si può fare meglio, specie se il nostro “collettivo di lavoro” si allargherà. Vi sentite chiamate/i “in causa”? Proprio così, questo è un bando di arruolamento nel nostro disarmato esercituccio. Grazie in anticipo a chi collaborerà, commenterà, linkerà, correggerà i nostri errori sempre possibili, segnalerà qualcun/qualcosa … o anche solo ci leggerà.

La redazione – abbastanza ballerina – della bottega

 

Redazione
La redazione della bottega è composta da Daniele Barbieri e da chi in via del tutto libera, gratuita e volontaria contribuisce con contenuti, informazioni e opinioni.

4 commenti

  • Andreina De Clementi

    Ho letto con interesse il ricordo di Agnes Heller.

  • Marta Petrusewicz

    Grazie a Donatella Di Cesare e Doriana Goracci per il ricordo di Agnes Heller, dotto e emotivo. Mi permetto di segnalarvi certe iperbole che finiscono per banalizzare il personaggio. Agnes Heller non è mai stata deportata ad Auschwitz, dove, invece, morì suo padre. La quindicenne Agnes si è salvata con la madre.
    Agnes non è stata costretta a lasciare l’Ungheria dopo la repressione del ’56. Bandita dall’insegnamento universitario, ha deciso di emigrare nel 1977, e ha chiesto l’asilo politico in Australia.
    E non è esatto dire che Agnes avesse negli anni recenti diretto l’opposizione a Orban, con convegni, incontri e altro. E’ stata tra le più vocali oppositrici di Viktor Orban e dell’autoritarismo e l’antisemitismo del suo partito Fidesz, ma è rimasta – per varie ragioni – abbastanza isolata in Ungheria. Non è mai stata, per dirne una, invitata a insegnare alla Central European University ed è rimasta a Eotvos Lorand. Infatti, è stata felicissima che la CEU abbia organizzato, finalmente, un convegno in suo onore all’occasione del suo90-imo compleanno , il 9 maggio di quest’anno (il suo compleanno12 maggio cadeva di domenica).
    Non credo che la straordinarietà del personaggio perda nulla anche senza le iperbole.
    Con amicizia

  • Gian Marco Martignoni

    ” La teoria dei bisogni in Marx ” è stata senz’altro una lettura importante e obbligata per la nostra generazione, così come il suo recente saggio ” Orbanismo “, edito per la Castelvecchi, ci restituisce l’immagine di una intellettuale che non si piega a quel potere autoritario che sempre ha combattuto in prima persona.Grazie per i due bei ricordi.

Rispondi a Francesco Masala Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *