ricordo di Italo Moretti

ci raccontava alla tv le dittature dell’America Latina

E’ morto a Roma, all’età di 86 anni, il giornalista Italo Moretti. Volto storico della Rai, era stato a lungo inviato in Sud America. Lo rende noto il Tg3.
Iniziò la sua carriera a 17 anni, collaborando a Perugia con le redazioni locali dei quotidiani nazionali. Entrò in Rai nel 1966. Si occupò di sport, cronaca, politica interna e politica estera. Nel 1968 iniziò il suo lavoro in America Latina.
Raccontò le delicate situazioni di quegli anni in Cile, Argentina e Uruguay.
Nel 1976 Italo Moretti entrò nella redazione del Tg2 continuando a dedicarsi al Sud America, ma anche alla politica di Portogallo e Spagna. Nel 1987 fu nominato vide-direttore del Tg3 di cui diventò poi direttore nel 1995. Dal ’96 al ’98 fu condirettore della Tgr.

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STUDENTESSA: Ringraziamo il nostro ospite per aver accettato il nostro invito, il giornalista Italo Moretti, che si è a lungo impegnato in America Latina. Prima di cominciare la discussione, guardiamo insieme la scheda filmata.

Inverno 1975, un inverno durissimo per l’Argentina: crisi economica e guerra civile vanno sfibrando il paese. Si invoca il ripristino dell’ordine. E l’ordine, con l’inizio della primavera del 1976, verrà ripristinato lasciando una lunga scia di morti. La totalità degli organi di stampa, e anche la Chiesa Argentina, salutano questo “golpe” militare fatto per “necessità”. Il consenso internazionale non verrà a mancare: Stati Uniti, Inghilterra, Germania Federale, Italia e Vaticano, riconoscono il nuovo regime militare. Jorge Videla, comandante in capo dell’Esercito, nuovo Presidente dell’Argentina, un anno prima aveva dichiarato: “Morirà il numero delle persone necessario per conseguire la sicurezza del paese”. Qual è il numero necessario di morti per conseguire la sicurezza di un paese? Cento, mille, diecimila, centomila, un milione … E in che cosa consiste la sicurezza di un paese? E come perseguirla? In un secolo colmo di orrori, come il Novecento, i militari argentini occupano un posto d’onore, non hanno semplicemente offeso e calpestato diritti fondamentali, hanno inventato una nuova forma della sopraffazione: la totale sparizione, la cancellazione dell’identità.
“La giustizia ci ignora. Le autorità rispondono di non saperne niente, che nostro figlio non è mai entrato in un commissariato, né in una caserma, né in un carcere”. Così testimonia una delle tante madri che sono sfilate a Plaza de Mayo, davanti alla residenza presidenziale, mostrando il nome e la foto del figlio o dei figli. Quei nomi sconosciuti, quei volti perennemente giovani fissati in fotografie ormai sbiadite, sono stati la sola, ostinata, irriducibile resistenza alla violenza della sparizione.

STUDENTESSA: Chi è il desaparecidos e con quali criteri si muoveva la macchina repressiva?

MORETTI: Il desaparecido è, come diceva Videla nella scheda, il primo dittatore, il Presidente della Giunta Militare, chiunque si opponesse al metodo di vita argentino. In sostanza secondo i militari argentini, bisognava sradicare dalla radice della società argentina la sovversione, e per sovversione si intendeva la giustizia sociale, l’uguaglianza, la solidarietà umana. Ecco, chiunque fosse portatore di questi valori, entrava, per così dire, nel mirino di questa efferata repressione.

STUDENTE: Scusi, vorrei sapere per quale motivo è stata scelta questa strategia della sparizione, e non si è usato invece un altro tipo di repressione.

MORETTI: Perché tre anni prima c’era stato in Cile un colpo di Stato, il famoso colpo di Stato che porta il nome di Pinochet, che aveva abbattuto un governo delle sinistre, e questo colpo di Stato fu molto spettacolare. Noi fummo testimoni diretti della repressione. Ci fu consentito di visitare lo Stadio Nazionale del Cile, nel settembre del ’73. Queste immagini fecero il giro del mondo e suscitarono una grande protesta. Memori di quella lezione, gli argentini invece, dal 24 marzo 1976, misero in moto una macchina della morte silenziosa, segreta e clandestina. Avevano organizzato 365 prigioni segrete dove venivano rinchiusi operai, studenti, intellettuali, sindacalisti, suore, seminaristi. Insomma, chiunque fosse a contatto coi poveri, diceva un generale, era sovversivo, perché i poveri sono sovversivi.

STUDENTESSA: Quali sono gli elementi in comune, se eventualmente ci sono, con la situazione del Cile, dopo il golpe militare del ’73, o con altre realtà dell’America Latina.

MORETTI: In comune queste società militari, questi eserciti, queste forze armate, hanno l’ispirazione a un principio generale che viene conosciuto in quegli anni come Dottrina della Sicurezza Nazionale. Concepita nelle scuole militari di guerra degli Stati Uniti, questa dottrina dice alle forze armate dell’America Latina: “Badate, Voi fino a ieri eravate preposti a difenderVi dal nemico esterno, cioè sui confini della patria. Da oggi in poi il vostro nemico è anche dentro il paese. Quindi voi dovete fare una doppia azione militare, all’esterno, di cui si avrà sempre meno bisogno, e all’interno, dando la caccia e sconfiggendo i nemici della patria che sono i sovversivi”. Mi si consenta una breve citazione, perché su questa questione della sovversione si è parlato molto. Nel 1979 a Puebla, nel Messico, la Chiesa Cattolica che ha avuto un atteggiamento molto difforme e molto contrastante, però fu chiamata a discutere della tragedia argentina, dove si spariva a migliaia a migliaia e dove le vittime di questa repressione erano i cosiddetti sovversivi. Ebbene, che cosa dissero i vescovi latino-americani a Puebla? La lotta contro i sovversivi, come succede in ogni caccia alle streghe o agli indemoniati, si era convertita in una repressione generalizzata e demenziale, nella quale l’epiteto di sovversivo aveva acquistato un senso tanto ampio quanto imprevedibile. Nel delirio semantico erano molteplici i significati che la parola assumeva, tra cui marxista, leninista, materialista, ateo, nemico dei valori occidentali e cristiani. E così venivano classificati sovversivi quanti auspicavano una rivoluzione sociale, come gli adolescenti che davano una mano ai poveri che abitavano le baracche. Poveri i sovversivi, sovversivo chi li aiuta. E cadevano nella rete dirigenti sindacali che si battevano per un semplice aumento dei salari, ragazzi che avevano appartenuto a centri giovanili e studenteschi, giornalisti non asserviti alla dittatura, pacifisti, suore e preti, che portavano l’insegnamento di Cristo nei quartieri più miseri. Qualsiasi loro amico è l’amico dell’amico, persone accusate per vendette personali o indicate dai sequestrati sotto l’effetto della tortura. Tutti costoro erano in gran parte estranei al terrorismo, che pure c’era, ed estranei ai gruppi della guerriglia armata. I veri guerriglieri o morivano negli scontri o si suicidavano prima di essere presi, sicché erano pochissimi quelli che finivano nelle mani degli aguzzini. Questo Vi dice un po’ quale era la categoria immensa dei desaparecidos, e come fosse varia e articolata.

STUDENTE: Io non riesco a capire come mai, nonostante la risonanza dei Mondiali di Calcio del ’78 in Argentina, non sia emersa la verità su quanto stava accadendo in quel periodo.

MORETTI: Mentre il golpe del Cile provocò una reazione fortissima, emotiva e politica, i militari argentini potettero agire praticamente impuniti, cioè vi era una sorta di complicità internazionale. L’amministrazione degli Stati Uniti, il governo americano, era sostanzialmente neutrale, quindi era complice, diciamo non complice, ma insomma solidale con i militari per ragioni geopolitiche, in quanto l’area dell’America Latina è di egemonia statunitense. L’Unione Sovietica, taceva e addirittura si opponeva a documenti votati alle Nazioni Unite contro la dittatura militare argentina, perché aveva bisogno di comperare il grano argentino dall’Argentina, che in quel momento aveva un governo militare. Purtroppo tacque anche la Chiesa Cattolica argentina. Mentre in Cile avevano avuto una Chiesa profetica, eroica, in Argentina, i vescovi, nella misura di settantasei su ottanta, si schierarono a favore del colpo di Stato, benché anche la Chiesa abbia avuto le sue vittime. Un vescovo è stato ucciso, assassinato, solo perché stava indagando sull’assassinio di alcuni preti. Tra le prime vittime della repressione ci sono, nei primissimi giorni, cinque padri pallottini. Questo non è servito all’epoca, alla gerarchia cattolica, che oggi fa il mea culpa, a non avallare il colpo di Stato operato dai militari.

STUDENTE: Vorrei chiederLe di approfondire l’atteggiamento che ha avuto la stampa nei confronti del golpe militare; e anche come la Chiesa si è comportata.

MORETTI: La stampa ha tenuto un tono, come si dice oggi, molto soft. Non ha fatto mai molto notizia il golpe argentino. È vero che, come raccontava anche la scheda, i militari abbattevano un governo screditato, un governo peronista che era lacerato da una guerra interna. Si sparava nelle strade, l’economia andava molto male. I militari argentini che hanno in questi ultimi cinquant’anni, quelli che finiscono nell’Ottanta, alternato periodi di governo a periodi di caserma; l’inventore della Sociologia argentina diceva che la politica argentina è governata dalla legge del pendolo, che alterna governi militari – poi i militari si stancano e capiscono che devono tornare in caserma – e governi civili. Quindi, primo, veniva abbattuto un governo screditato, secondo, non c’erano in Argentina quei punti di riferimento politici che c’erano stati invece in Cile. Cioè il Cile presentava allora, e ce lo ha tuttora, non l’abbiamo più noi, uno schieramento politico molto simile a quello delle democrazie occidentali e della nostra democrazia in particolare: il Cile aveva una Democrazia Cristiana, un Partito Comunista e un Partito Socialista. E ora, se uniamo questa solidarietà, che scattava nei partiti omologhi italiani ed europei, alla spettacolarizzazione del colpo di Stato cileno, in cui tutto era visibile, si spiega come facesse molto più notizia il golpe cileno. Il golpe argentino è un fatto su cui dovrebbero fare il mea culpa anche i grandi mezzi di informazione. Io ricordo che nel ’73 cercavamo un po’ pateticamente di trasmettere in Italia le interviste di queste donne italiane e figlie di italiani – abbiamo quasi il 40% di italiani – che avevano perso i loro figli, sangue del nostro sangue, e a Roma non accadeva niente. Non c’era nessun atteggiamento neppure formale da parte del governo, contro questi militari argentini, che avevano quindi la mano libera.

STUDENTESSA: Quali sono state le reazioni dell’opinione pubblica internazionale?

MORETTI: Come dicevo prima le reazioni sono state molto blande, perché la grande abilità dei militari argentini è stata quella di operare nell’ombra, nel silenzio. I primi scomparsi sono dei primissimi minuti successivi alla mezzanotte del 24 marzo 1976. Quando queste squadracce, che sono composte da militari per lo più, soldati dell’Esercito, Aviazione, Marina e Polizia, perché lì c’era stata una sorta di patto scellerato tra le forze armate, cioè dividersi un po’ le competenze, agire insieme e  non tradirsi mai, non ammettere mai nulla. Che cosa accadeva? Queste squadracce, soprattutto di notte, il 60% dei sequestri avveniva di notte, irrompeva nelle case delle persone da sequestrare, cominciava a aggredire e terrorizzare i congiunti, picchiandoli spesso, cominciava a saccheggiare la casa di queste vittime e alla fine incappucciavano la vittima, la trascinavano via, minacciando i congiunti, i parenti, dicendo loro: “Se la vorrete rivedere viva, dovete tacere”. Quindi per molto tempo queste famiglie, terrorizzate, non scambiavano opinioni con i vicini o con nessuno, nella speranza, lontani dal pensare che questa macchina della morte fosse già in atto, lontani dal pensare che alcuni dopo pochi giorni dall’arresto venivano torturati ed ammazzati – vedremo anche come – e quindi la voce non circolava, cioè non diventava una questione nazionale. Soltanto negli organismi dei diritti umani, dove noi giornalisti andavamo a raccogliere le denunce, questa povera gente, queste mamme soprattutto, che non volevano che i mariti rischiassero, sono state delle grandi eroine le mamme argentine, nonne oggi, parlavano davanti alle nostre telecamere e ai nostri microfoni, e denunciavano. Ma nel paese non accadeva nulla. Nei giornali non c’era alcun riferimento. Nella televisione non si parlava di quanto stava accadendo in questo paese. Eppure si spariva. E si spariva a migliaia, al punto che siamo arrivati a poter valutare gli scomparsi dai venticinquemila a trentamila. Pensate che a un certo punto si pose il problema di come occultare i cadaveri. Non so se avete menzione di quello che facevano poi a un certo momento, non essendo più possibile seppellirli come n.n. cioè senza nome. Nei cimiteri normali, non essendo più possibile far saltare in aria con la dinamite i loro corpi, a un certo punto la Marina ideò un sistema che poi fu copiato dall’Esercito, che consisteva nell’ingannare le vittime, ingannare i sequestrati. Si diceva loro che sarebbero stati portati in una prigione pubblica, cioè che sarebbero affiorati,  riapparsi. Si praticava loro una prima iniezione. Questo accadeva soprattutto nella scuola meccanica navale di Buenos Aires, che sorge di fronte a Rio de la Plata, uno dei posti più ridenti di questa grande capitale argentina, li si portava notte tempo all’Aeroporto di Buenos Aires, non l’Aeroporto Internazionale, bensì l’Aeroporto cittadino, che serve per i voli interni e per i voli col Brasile e con l’Uruguay. Si facevano salire quaranta persone per notte, e un medico militare che contravveniva a quello che è il giuramento di Ippocrate – sapete che dovrebbe impedire questi atti di violenza – praticava loro una seconda iniezione, stavolta di Pentothal, e una volta storditi, i sequestrati – erano quasi tutti giovani – venivano gettati nelle acque gelide del Rio de la Plata, dove probabilmente morivano all’impatto, oppure morivano affogati. Ci sono, tra le poche confessioni dei militari, perché nessuno parla in Argentina, ma tra le poche confessioni vi sono quelle di alcuni ex ufficiali della Marina, che hanno partecipato a queste operazioni notturne. Quindi pensate: per sistemare quattromila e cinquecento cadaveri dovettero gettarli in mare.

STUDENTESSA: Quali sono state le forme di denuncia e di resistenza?

MORETTI: Resistenza direi nessuna. In Argentina c’erano due movimenti di guerriglia. Cioè la tragedia argentina comincia, speriamo di non andar troppo indietro, con il ritorno di Juan Domingo Perón, che era stato questo mitico caudillo, questo mitico capo argentino mandato in esilio dai militari. Nel ’73 Perón torna e dall’esilio di Madrid inganna migliaia di giovani, promettendo loro che avrebbe introdotto nel peronismo elementi di socialismo. Quindi patria peronista e patria socialista. Molti giovani credono in questa cosa e Perón li incita anche alla violenza, per cui ci sono dei gruppi armati, uno che apparteneva al peronismo e uno che apparteneva all’estrema sinistra. Erano tre-quattromila persone. Al momento in cui c’è il colpo di Stato questa guerriglia è stata già sterminata, ma ciononostante comincia la repressione contro chiunque fosse sospettato di avervi appartenuto e contro chiunque avesse avuto rapporti personali con questi. Tutto ciò però non consistette in una resistenza. Non vi era alcuna possibilità di una resistenza di fronte a una repressione scatenata in modo compatto dalle forze armate argentine: Esercito, l’Aviazione, Marina e la Polizia Federale, che era molto complice. Per esempio c’era la pratica che quando una squadraccia doveva presentarsi di notte, per sequestrare una persona, il quartiere veniva isolato dalla polizia, affinché nessuno capisse cosa stesse accadendo. Quindi non vi è stata alcuna resistenza, purtroppo. O anzi, meglio così, perché sarebbe stata una strage. Le vittime sarebbero state assai di più, se vi fosse stata una resistenza. La stessa cosa si poteva dire, qualche anno prima, per il golpe del Cile.

STUDENTESSA: Quando e come è cominciata ad affiorare la verità sui desaparecidos?

MORETTI: La verità è affiorata, diciamo così, se comincia nel ’77 il Movimento delle Mamme di Piazza di Maggio, le quali credono che i loro figli siano ancora in vita, e cominciano, tutti i giovedì, a sfilare attorno all’obelisco di Plaza de Mayo, di fronte alla Casa Rosada, che è il Palazzo della Presidenza della Repubblica. E queste mamme recano sul fazzoletto bianco i nomi dei figli scomparsi con la data della sparizione. Queste mamme vengono duramente represse dalla Polizia a cavallo, con i gas lacrimogeni, però la stampa internazionale le intervista e queste, con molto coraggio, raccontano che i loro figli sono stati rapiti. Badate bene: la speranza di queste mamme di riaverli in vita è stata tale che nel 1983, quando la dittatura è sconfitta, ci sono ancora delle mamme che sperano che con il ritorno della democrazia ritornino anche i loro figli, perché la motivazione che davano i militari, nella loro ferocia, nella loro scaltrezza, era quella che questi giovani erano nei campi di lavoro, erano nelle miniere, erano nelle prigioni, ma che sarebbero tornati alla luce. In realtà questi giovani venivano uccisi dopo poco tempo. E c’è una pratica terrificante, sulla quale stiamo adesso costruendo un’ipotesi: è quella delle ragazze sequestrate. Le ragazze incinte, al momento del sequestro, venivano portate al parto, sia che fossero incinte di due mesi, che di otto o di nove, venivano uccise immediatamente dopo il parto, e il loro bambino, la loro creatura, veniva data in adozione o a militari o a gente vicino al regime. Sicché oggi c’è un altro fenomeno: la ricerca dei nipoti. Girano per l’Argentina alcune centinaia di ragazzi e ragazze che non sanno di essere figli di una mamma che fu trucidata nel 1977 – ’78 -’79.

STUDENTE: Qualcuno dei responsabili di queste sparizioni sono stati individuati e quindi puniti?

MORETTI: I responsabili sono tutti conosciuti. Purtroppo l’Argentina è uscita dal regime con dei militari ancora forti, ancora in grado di condizionare e di ricattare i primi governi democratici. Io ho avuto l’emozione di assistere a un processo, nel 1985, contro i mandanti, gli ideatori di questo massacro, perché il primo Presidente, liberamente eletto, di cui mi onoro di essere stato amico, Raul Alfonsìne, chiese alla magistratura militare di processare gli ideatori dello sterminio, che io chiamo genocidio, perché tale fu. Fino a ieri per genocidio si intendeva lo sterminio di una etnia. In Argentina è stato un genocidio ideologico.  Ci fu un processo, che la giustizia militare non volle indire, lo indisse la giustizia civile. Noi vedemmo alla sbarra ammiragli e generali,  uno accanto all’altro, in perfetta divisa. E ci fu una sentenza esemplare: due di loro furono condannati all’ergastolo. Ma immediatamente dopo questa sentenza le forze armate cominciarono a ribellarsi, perché volevano la libertà dei loro superiori. E allora il Presidente Alfonsìne non li liberò, ma fu costretto ad emettere alcune leggi che in sostanza perdonavano i gradi medi e intermedi della repressione, con la giustificazione che chiunque avesse obbedito a un ordine, solo per il fatto di avere obbedito, anche se avesse compiuto un crimine, sarebbe stato prosciolto e amnistiato. Cosa, dal punto di vista giuridico, orripilante. Ma questo era l’effetto del ricatto. Quando viene al potere un altro presidente che viene dal peronismo, ma è un uomo corrotto, viene subito a patti con i militari e, pur di averne l’appoggio, cosa fa? Proclama un indulto, per cui tutti questi generali di altissimo grado, cioè membri dei governi dittatoriali, sono messi in libertà. Oggi alcuni di loro sono agli arresti domiciliari – comodissimi arresti, eh! – soltanto perché la legge di amnistia nei loro confronti non contemplava il reato di sottrazione di minori. E siccome, come raccontavo prima, furono sottratti centinaia di bambini alle mamme dopo il parto, e per questo reato, che è l’unico reato non amnistiato, ci sono dei generali che in questo momento sono agli arresti domiciliari. Per il resto c’è una impunità totale, per cui vi sono mamme che conoscono il volto e il nome di chi ha torturato, di chi ha sequestrato la loro figlia.

STUDENTE: L’Argentina di oggi come fa i conti con questi avvenimenti?

MORETTI: L’Argentina di oggi comincia a fare i conti, fortunatamente. La società argentina purtroppo ha chiuso un po’ gli occhi davanti a questo dramma, pressoché nella sua totalità. Io ho sempre detto ai miei amici argentini, senza polemica, che la grande questione dei desaparecidos è stata più una questione fuori dell’Argentina che non nell’Argentina. C’è stata una certa acquiescenza, un certo non voler sapere. Io cito nel mio libro una frase terribile, che mi è risuonata nell’orecchio, anche quando c’era il processo contro i generali argentini. La frase dice: “qualcosa avranno fatto”, ed era la frase che molte famiglie argentine pronunciavano anche quando si davano conto e sapevano e vedevano, talvolta con i loro occhi, che un giovane o una giovane venivano sequestrati. Ecco. Per anni l’Argentina ha voltato le spalle a questo dramma. Adesso che ci sono i processi, adesso che ci sono le nonne che reclamizzano la ricerca dei nipoti, adesso che dall’Italia arriva l’eco di una sentenza, adesso che c’è qualche pentito – pochissimi, sono pochissimi casi -, adesso che la stampa finalmente si è liberata, perché è stata di una complicità vergognosa, anche laggiù, mi si potrebbe obiettare che in regime di dittatura nessuno è tenuto a compiere atti eroici -, ma insomma, l’assuefazione al regime era indiscriminata! Adesso l’Argentina comincia a prendere atto di quello che è stato il suo dramma, perché venticinque-trentamila scomparsi vuol dire che ci sono venticinque-trentamila famiglie che vivono in questo dramma. E allora, per esempio, il 24 marzo del 2001, quando si è “celebrato” il 25° Anniversario del colpo di Stato, per la prima volta le mamme, le nonne di Piazza di Maggio si sono viste contornate dall’affetto della testimonianza di migliaia di persone, e c’erano ben centomila persone, per la prima volta, a condannare l’Anniversario di questo colpo di Stato, e il senso che ha avuto e avrà anche negli anni futuri della storia argentina. Quindi è un paese che finalmente sta aprendo gli occhi, se pure in un contesto economico e sociale drammatico, difficilissimo.

STUDENTE: So che molti ragazzi, figli di desaparecidos, sono stati adottati da altre famiglie argentine. Volevo sapere come vive un ragazzo, sapendo che le persone che più ama, potrebbero essere responsabili della sparizione dei suoi genitori naturali.

MORETTI: Ecco, Tu hai toccato un tasto che è di strettissima attualità. Io sono reduce dall’Argentina, dove ho il proposito, d’accordo con la Casa Editrice, di scrivere un libro su questa questione, che è di altissimo interesse umano, che ha aspetti anche di delicatezza autentica. Che cosa è successo in Argentina? In Argentina è successo che dalle quattro alle cinquecento ragazze, che spesso avevano la Vostra età, furono sequestrate incinte, qualche volta all’insaputa dei genitori, ma nella più parte dei casi i genitori erano consapevoli, perché queste ragazze erano sposate o avevano un compagno. Se non morirono, se non abortirono sotto tortura, ma l’intento era quello di portare la gravidanza al parto, questi ragazzi venivano consegnati per lo più in adozione, che era una finta adozione, o venivano consegnati a militari che, fraudolentemente, li iscrivevano al Registro dello stato civile come loro figli. Sono passati tanti anni. Questi ragazzi sono cresciuti chiedendo e non ricevendo risposte. Quando il terrore è venuto meno da parte dei vicini di casa, sono cominciate ad arrivare le telefonate. Le telefonate a chi arrivano? Tuttora – io ero nella stanza della Presidentessa delle Donne di Piazza di Maggio, che si chiama Estella Carlotto, il cui nipote non si trova, lei sa solo che si chiama Guido, perché lei fu una delle poche che vide il corpo della figlia, dal quale corpo si vedeva palesemente che nel grembo non c’era più nessuno, che aveva partorito – ci sono questi ragazzi in circolazione, i quali spesso vengono a sapere, non perché che glielo dicono i genitori, qual’è la verità, qual’è la loro vera identità. Allora cosa succede? Perché accade questo? Perché finalmente è venuto meno il terrore, ci sono delle persone, che vivono vicino a queste coppie che hanno allevato dei ragazzi figli di scomparsi, che finalmente, dopo anni, hanno preso il telefono e hanno chiamato le nonne di Piazza di Maggio, che sono questa Associazione Nazionale di donne, che hanno la mia età, o qualcuna in più, qualcuna in meno, che vanno alla ricerca dei loro nipoti perché sanno che questi nipoti vivono sotto altro nome. Ne hanno già scoperti una novantina di questi ragazzi. Allora cosa succede quando si scopre? Le nonne vanno dal magistrato e dicono: abbiamo il sospetto che lui, lei, possa essere la nipote di una nonna di Piazza di Maggio. E portano degli elementi. A questo punto il giudice può ordinare che il soggetto, minore di età, sia sottoposto all’esame del sangue. E viene fatto l’esame del sangue, viene fatto l’esame del DNA e si stabilisce – tutte le nonne argentine nel frattempo hanno versato il sangue a una Banca Nazionale Genetica – con un grado minimo di approssimazione, se queste ragazze o questi ragazzi sono nipoti di queste nonne che li vanno cercando. Se la madre fosse viva, il grado di approssimazione non esisterebbe. Ci sarebbe la prova al 100%. Ma con queste tecniche genetiche oggi si arriva al 99,98 %. Si ha la sicurezza se una ragazza è nipote di una nonna o di uno zio materno o di una zia materna. A questo punto ci sono tre casi. Primo caso, il caso più brutto, il caso in cui il ragazzo sia vissuto nelle mani di una famiglia, come dicono loro, se ne è appropriato – loro li chiamano “genitori appropriatori” – nascondendo al ragazzo la verità, per cui poi parlando con gli psicologi mi spiegavano che qualsiasi ragazzo adottato ha due sentimenti: da una parte prova un senso di abbandono, dall’altra sente il bisogno di ricercare le sue origini. Anche in uno stato di adozione normale si verifica questo. Quindi quando l’adozione è venuta in mala fede e il ragazzo viene a scoprire che il padre è un poliziotto, un militare, che oggettivamente ha fatto parte della categoria dei carnefici, allora spesso questo ragazzo ha una sorta di ripulsa, di rigetto. Abbandona la famiglia nella quale è cresciuto e va a vivere con i nonni, con le nonne o con gli zii, a seconda di chi sono i sopravvissuti, di chi sono i congiunti della loro mamma o del loro papà. Poi c’è una seconda categoria di casi, ed è quella in cui una coppia in quegli anni lì, sterile o non sterile, ha adottato in assoluta buona fede un bambino di pochi mesi, perché come Vi dicevo all’inizio di questa interessantissima trasmissione, in qualche caso, nella fretta, queste squadracce della morte abbandonavano la creatura davanti a un orfanotrofio. Nella maggior parte dei casi li davano in adozione. Allora, in questi casi, nell’orfanotrofio il bambino cresceva come n.n., e lì poteva essere adottato. E lì la coppia che lo adottava non aveva nessuna notizia sulla provenienza di questo bambino e quindi era in perfetta buona fede. Quando dopo diciotto, venti anni, la magistratura argentina, sotto l’impulso delle nonne scopre che in realtà questo n.n., non è un n.n., è figlio di una scomparsa, a questo punto si crea una situazione ideale, nel senso che la famiglia può dimostrare al ragazzo di essersi comportata in perfetta buona fede, avendolo allevato con affetto, in un ambiente sano. E si stabilisce una sorta di convivenza ideale, non fisica. Il ragazzo rimane con chi l’ha cresciuto, con chi lo ha allevato, ma entra in relazione anche con i nonni e con gli zii e c’è una sorta di grande famiglia. Poi ci sono alcuni casi limitati, ma esistono e va detto con estrema onestà, di ragazzi che, pur scoprendo che il genitore ha mentito, che il genitore era un militare, che il genitore era un poliziotto, che il genitore in qualche modo apparteneva alla categoria di chi si è sporcato le mani di sangue, ci sono due o tre casi che io ho conosciuto, in cui i ragazzi, quando si è accertato il fatto e la magistratura argentina ordina l’arresto del genitore, rimangono solidali con i genitori adottivi. Ci sono due casi: una ragazza, che vive a Mar del Plata e un ragazzo che vive a Buenos Aires, che ha una sorella più grande, ha le due nonne viventi, ma che ha preferito rimanere. Pensate che questa coppia di finti genitori si era separata, e si è riunita per difendersi meglio. Il magistrato li ha fatto arrestare in attesa di giudizio. E il ragazzo, che pure si era prestato a sottoporsi all’esame del sangue, pur sapendo che i due non sono i suoi genitori, è talmente condizionato dall’aver vissuto con questa famiglia, che rifiuta l’idea di scegliere e di andare a vivere con la sorella, che pure esiste, perché questa mamma aveva già avuto una figlia, prima di essere ammazzata, e di andare a vivere con la nonna. Questi è la tipologia dei casi in cui si scopre che un ragazzo è figlio di una coppia di desaparecidos. Non so se sono stato chiaro.

STUDENTE: Quali elementi di fragilità sono presenti nell’attuale democrazia argentina?

MORETTI: La fragilità dipende da due fattori: l’assenza di un sistema politico solido e una crisi economica e sociale gravissima. Cioè l’Argentina ha conosciuto alla fine degli anni Ottanta una iperinflazione paradossale. A questa inflazione il governo peronista ha posto rimedio con una misura che paradossalmente annullava l’inflazione, ma non i suoi effetti. In che senso? Nel senso che la moneta nazionale veniva parificata al dollaro, e quindi l’Argentina degli anni Ottanta, Novanta ha privatizzato tutti i suoi beni, tutti, e con quello che incassava poteva garantire la parità tra il dollaro e la moneta nazionale. Però la moneta nazionale, che si chiama peso, talmente sopravalutata, ha fatto sì che tutti i prodotti argentini non fossero più appetibili sul mercato, perché carissimi, perché equivalenti a un dollaro, una moneta forte. E questo ha penalizzato molto l’economia argentina. L’Argentina è gravata da un debito con l’estero astronomico, che naturalmente deve pagare, che non pagherà mai, ma di cui dovrà pagare e paga puntualmente gli interessi. Quindi ci sono gli organismi mondiali che finanziano il pagamento degli interessi, affinché poi il mondo della finanza delle banche non salti in aria davanti a una inadempienza di questo paese, una disoccupazione che aumenta giorno dopo giorno, una mancanza di competitività dell’industria argentina e quindi una latente situazione di crisi sociale, che è avvertibile e che quindi rende ancora più fragile le istituzioni. Pensate che all’inizio del mese di aprile, il Presidente della Repubblica ha chiesto che fossero conferiti pieni poteri a un ministro dell’economia, che si chiama Cavallo, figlio di piemontesi, e che già aveva lavorato col governo di prima, dal punto di vista economico. E la situazione è così debole che a questo ministro hanno conferito pressoché pieni poteri, nel senso che può fare le leggi, può disporre di norme inedite, può annullare leggi esistenti. Non può soltanto intervenire, per decisione del Parlamento, sulle leggi di natura sociale, che riguardano il mondo del lavoro. Ma la situazione è così scricchiolante, così impoverita, così preoccupante, che anche l’opposizione, insieme all’alleanza di governo, ha dato pieni poteri a questo ministro, nella speranza – vana, dicono i tecnici di economia – che questo paese possa rimettersi in piedi. Quindi in un contesto così delicato il quadro politico è molto fragile.

Puntata registrata l’11 aprile 2001

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QUI un libro di Italo Moretti, intitolato Sudamerica

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