Riders: morire di lavoro e lacrime da coccodrilli

di CLAP – Camere del Lavoro Autonomo e Precario (*)

Il rider maestro di jazz morto sul lavoro e le lacrime di chi promuove lo sfruttamento

Sul «Corriere della Sera» la notizia della morte di Adriano Urso esce qualche giorno dopo un corsivo di Aldo Cazzullo in cui si suggerisce un’attivazione professionale dei giovanissimi «anche senza stipendio». Ma non esiste alcuna prospettiva senza salari dignitosi, reddito, diritti e welfare

Adriano era uno come tante e tanti altri: un lavoratore dello spettacolo, un musicista che non riusciva a vivere del proprio lavoro. Per questo, come altre migliaia di giovani e meno giovani è stato costretto a cercare altre soluzioni e ha trovato una delle numerose piattaforme di Food Delivery che in questi mesi di chiusure e restrizioni hanno visto un aumento vertiginoso di lavoro e profitto. Un lavoro spesso raccontato come un’occasione, un’opportunità per la quale ringraziare senza lamentarsi.

 

Adriano è morto ieri sera per un infarto, spingeva la sua macchina a causa di un guasto, nel bel mezzo di una consegna. Sarebbero tantissime le riflessioni da fare e gli elementi da sollevare: gli aiuti insufficienti del governo durante questa pandemia, i ritmi dei lavoratori del food delivery, le condizioni che vivono tutti i lavoratori dello spettacolo e della cultura.

 

La cosa che più ci colpisce e ci fa riflettere è però un’altra: il modo in cui queste vite e queste storie vengono raccontate. Si parla di Adriano solo dopo la scomparsa, quando diventa un fatto di cronaca che si può riportare suscitando facili emozioni.

Non si parla di Adriano e delle migliaia che come lui portano avanti una battaglia quotidiana fatta di salari da fame, occasioni inesistenti e porte sbattute in faccia. Sullo stesso quotidiano che riporta oggi la notizia, pochi giorni fa un corsivo di Aldo Cazzullo suggeriva un piano di rilancio del Paese che partisse da un’attivazione professionale dei giovanissimi, «anche senza stipendio», ma ricca di prospettive.

 

Un giorno si chiede di rilanciare il Paese con il lavoro gratuito, il giorno dopo si piange per chi, non riuscendo ad arrivare a fine mese, è costretto a tanti, troppi lavori.

 

La storia di Adriano, come tante altre, ci racconta invece che non esistono prospettive senza salari dignitosi, reddito, diritti e welfare. Esiste solo una battaglia quotidiana che finisce sui giornali quando ormai è troppo tardi. Sarebbe bello se oggi a risuonare fosse solo la sua musica e non fossimo costretti ad assistere alle solite lacrime di coccodrillo.

(*) da https://www.dinamopress.it/

 

La Bottega del Barbieri

2 commenti

  • Un infarto sul lavoro mortale o no è “difficile” da discutere anche con l’Inail e anche nei “casi” in cui i distress lavorativo è evidente e il lavoratore ha un contratto “normale”; l’Inail perde una causa e magari va anche in appello…
    per il povero Adriano temo che non si potrà fare neanche questa via crucis che riguarda le coperture assicurative;
    eppure di morti per infarto, soprattutto tra i lavoratori dei trasporti, ce ne sono tanti; quando “va meglio” non sono mortali ma comunque invalidanti;
    a che “ristori” postumi si può pensare se le condizioni di lavoro sono bestiali ?
    eppure tutti, governo compreso, potevano prevedere che le condizioni di lavoro dei riders sarebbero peggiorate in corso di epidemia ;
    un caro saluto ad Adriano “milite non ignoto” di una guerra non dichiarata.
    Io non lo conoscevo personalmente ma lo considero “uno dei nostri”.

    Vito Totire

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