Rileggendo «Occhio nel cielo» di Philip Dick

e anche db cade nel «bevatrone» ma forse riuscirà a uscirne

«In tutti i possibili universi ogni lunedì era sempre uguale all’altro»: così Dick nel romanzo di cui vado a parlare. Ma oggi è Marte-dì e dunque questa recensione esce in 918 versioni diverse (almeno credo) nei 918 universi nei quali esiste (o mi piace pensarlo) «la bottega del barbieri».

Tutto comincia «alle quattro del pomeriggio» in un (va da sè immaginario) 2 ottobre 1959 quando l’autore (reale, o almeno lui pensa così) di codesta recensione ha 11 anni meno un giorno. Sto parlando dell’esordio nella fantascienza di un giovane, ma già grande per idee e scrittura, Philip Dick che nel romanzo «L’occhio nel cielo» – fate attenzione: nelle traduzioni successive il titolo perderà l’articolo, tornando fedele all’originale – ci porta nel suo dopodomani prossimo. Scritto nel 1955 e pubblicato 2 anni dopo, «Eye in the Sky» ci inchioda nel «bevatrone di Belmont» dove «il deflettore di raggi protonici» (mica noccioline: «6 miliardi di volt») tradisce «i suoi inventori». Finisce così in cenere «la piattaforma di osservazione» dove in quel momento si trovano 7 visitatori più una guida. Gli 8 precipitano sul pavimento ma si salvano, con ferite più o meno gravi.

Atteeeeeeeeeenzione SPOILER, come è di moda dire; sto per anticipare un colpo di scena e dunque chi vuole godersi questo splendido romanzo senza un guastafeste interrompa subito la lettura. E, se si fida di me, vada in libreria a procurarsi l’ennesima ristampa – pochi mesi fa – di «Occhio nel cielo» (1957) di Philip Dick in economica da Fanucci: sono 250 pagine per 9,90 euri nella traduzione di Maurizio Nati.

E vado a “spoilerare” qualcosina. L’«occhio» del titolo è quello divino, logico in un universo geocentrico come i più erano indotti a crederlo prima di Copernico e Galileo (ma fra i cristiandementi resiste un nucleo di sostenitori di Tolomeo). I protagonisti del romanzo dickiano incontrano l’Occhio nella prima parte del libro quando si credono più o meno guariti e tornati nel solito mondo mentre invece «l’energia liberata dal raggio ha trasformato il mondo personale di Silvester (uno di loro) in un universo accessibile a tutti»; in questo caso domina la logica di un fanatico religioso, forse persino un po’ più svitato degli altri suoi “fratelli”.

Usciti dall’universo di Silvester gli 8 si ritrovano però in un altrove altrettanto folle (per loro, non per chi lo sogna) dove fra l’altro tutti sono asessuati e per decenza i cavalli indossano i pantaloni. I protagonisti torneranno – come? e quando? – nel loro solito universo? Ho scritto solito e non “normale” perchè un mondo dove imperversa il maccartismo (come negli Usa degli anni ’50) è la normalità dei paranoici.

Qui mi fermo con la trama anche se ci sarebbe almeno un altro geniale colpo di scena da commentare.

Ho ri/riletto questo bel libro per rinfrescarmi la memoria ma l’impressione era rimasta viva (come per i migliori libri che scoprii intorno ai 12-13 anni nella mia formazione fortemente non scolastica). Penso che a impressionarmi fu quest’idea che qualcuna/o potesse far diventare concreto il mondo dei suoi sogni (o incubi) e imporlo a tutti. Da “piccino” non ne colsi certo tutte le implicazioni filosofiche ma fu questa una delle letture che mi fece innamorare della fantascienza.

Uno dei progetti non realizzati del duo Erremme Dibbì (cioè di rm, Riccardo Mancini, in coppia con db, suo socio di scrittura) era raccontare questo nostro innamoramento della fantascienza presentando in teatro – o cantina o garage o simile . una carrellata fra i mondi possibili. E avevamo pensato proprio a una struttura teatrale tipo «bevatrone» con caduta, buio in scena e poi il piccolo gruppo (spett-attori?) che si trasformava in creatori di mondi. Peccato sia rimasto l’appunto su un foglio.

Quel nostro pazzo progetto mi è tornato in mente un paio di anni fa quando Carlo – bibliotecario e artista – mi disse che stava leggendo «Occhio nel cielo»: lui pensava che sarebbe bello mostrare come le fantasie di quei mondi assomigliano ad altre oggi imperanti che a loro volte hanno curiosi parallelismi: il maccartismo di ieri e ultrapatriottismo sempre vivo si specchiano oggi nel fanatismo wahhabita (Arabia Saudita per capirsi) o dell’Isis. Del resto ogni Bush o Saddam in giro per il mondo ha proclamato di fare la guerra per conto di (un) dio.

Ho ripreso in mano «Occhio nel cielo» pochi giorni fa, suggestionato dai crociati riuniti a Verona e dalla domanda di una giovane studentessa: «non sono d’accordo in nulla con loro ma perchè non proviamo a parlarci?». Tentare si può sempre ma di fronte al fanatismo è difficile farsi ascoltare: molte di quelle persone credono davvero di vivere in un mondo assediato dai demoni dove Galileo, Freud, le femministe sono gli anelli di una satanica congiura contro (il loro) dio. Potessero usare il bevatrone (o la bomba atomica) per i loro scopi non esiterebbero un attimo. O sbaglio?

Mi fermo qui. Beh, magari chiudo con qualcuna delle molte frasi dickiane qui citabili. Le mie due preferite sono queste.

«Al diavolo il patriottismo sotto qualsiasi forma, specifica o generica. Tutti uguali, piedipiatti e militari. Anti-intellettuali e anti-negri. Anti-tutto, tranne birra, cani, automobili e armi».

«Devo trovarmi un lavoro che non abbia a che fare con la sicurezza nazionale … Come disse Einstein nel 1954 posso fare l’idraulico o riparare televisioni».

Geniale anche l’idea degli slogan “infuocati” che… si accendono davvero. Come la convinzione attribuita (a ragione o Dick esagerava?) ai filo-russi che anche il jazz fosse un simbolo dell’America «dove regnano il vizio e il crimine». Oppure il Freud usato a rovescio per dimostrare che «il sesso è una preoccupazione del tutto artificiale», anzi «una condizione anormale». E vai con Pillon e soci.

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

2 commenti

  • Andrea ET Bernagozzi

    Vedo questo post mentre sto leggendo “Il libro meraviglioso di Philip K. Dick” di Alessandro Fambrini, Elara 2016, che a “Eye In The Sky” dedica pagine molto interessanti. Un messaggio da VALIS, un esempio di sincronicità junghiana o semplicemente inevitabili convergenze causate da una passione comune? Al multiverso l’ardua sentenza.

  • Ma se cuoci le pecore elettriche al forno, salta la corrente, nell’alto palazzo?

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