Ritorni

Ritorni
1

Tornai a casa dopo solo quattro anni, ma era come ne fossero passati quaranta. Ciò che nei miei ricordi viveva ancora, era morto da tempo. I volti non erano più uguali a se stessi, non l’indole, i convincimenti. Per di più il paesaggio, coperto dalla neve, presentava una uniformità alla quale non ero più abituato.

Scesi dalla troica circondato da braccia che si allargavano per preannunciare la volontà di abbracciarmi. Non tante, una decina circa. C’erano tutte quelle gradite, mancava quella che mi sarebbe stata necessaria.

2

Era giorno di festa in paese, una festa delle tante. Niente a che vedere con il mio arrivo. In nessun cuore ne ero la causa. A parte mia madre, inferma a letto, a nessun altro importava del mio arrivo. Curiosità, simpatia, non altro.

– Che strana festa, – obiettai, senza neppure io sapere cosa intendessi. Un velo di tristezza sembra rendere opachi gli atti di gioia obbligatori per quei giorni.

Quel che più mi colpiva era non udir riecheggiare nel paese l’insistente suono di migliaia di fischietti, la merce più economica presente nella fiera, l’unica che i genitori potessero permettersi, dono che si mutava in loro ingiusta punizione. Il fischiare collettivo diventava tanto forte e tanto a lungo ripetuto (ore e ore) che tutti ne erano infastiditi. Ricordavo distintamente una donna, ossessionata da quel fischiare continuo, mettersi i palmi sugli orecchi e gridare ripetutamente, basta! basta!

Approfittai del silenzio che era seguito alla mia risposta per porre la più forte domanda. L’unica informazione che mi interessasse riceve. Chiesi di lei, della mia amata.

Il perdurare del silenzio con cui mi si rispose mi condannò. Non occorse altro in più del silenzio.

– Dite a mia madre che tarderò, – dissi. E poiché loro accennavano a sbandarsi, sbigottiti, ripetei con maggior forza: – Dite a mia madre che tarderò.

Il tono non concedeva possibilità di obiettare e nessuno obiettò. Solo una mia lontana cugina, c’eravamo voluti tanto bene, impallidì. Si voltò accennando a voler lacrimare. L’abbraccia, forte. Mi abbracciò, molle.

3

Poi, non so neppure come, con quali passi e mediante quali convincimenti, fui solo al cospetto della campagna innevata. Nel silenzio. In un vasto vuoto di desolazione.

Invocai il suo nome.

Non rispose. Non volevo lo facesse e non rispose. Neppure nella lontananza dei pensieri.

Meglio il silenzio, mi dissi. Meglio che sentir enunciare la realtà dei mille rifiuti che meritavo. Gli stessi che mi aveva dedicato quattro anni prima. Meglio che vederla con un bambino non mio tra le braccia. Meglio che pronunciasse quel che era inevitabile pronunciare. La denuncia delle viltà, la vane ambizioni, la distrazione immensa dalla vita, i continui tentennamenti.

– Non è stata colpa mia, – sussurrai, ricordando la leggerezza dei miei tanti comportamenti. La gelosia sua giustificata, l’incoscienza estrema, gli anni indifferenti e molteplici non accompagnati da adeguata maturità.

Camminai forse per un’ora, ripetendo quel concetto, sempre più debolmente, finché non potei più, ripeterlo. Era colpa mia, sì, quel che avevo voluto, che avevo scelto. E ottenuto.

4

Bastò quell’ora di tormenti a indurmi a ritornare.

Prima però volli saggiare quanto fosse consistente la crosta dura che copriva il fiume. Posai il piede sopra. Resse. Mi addentrai, allontanando la riva, calcando con i piedi, scientificamente inetto a sperimentare, ma ostinato. Resse. Vi saltai sopra, persino. Il fiume rispose alle sollecitazione dicendo a chiare lettere che non mi voleva, che andassi altrove a disturbare.

Niente avrebbe potuto rompere la sua ostinazione, neanche la mia. Non l’avevo un piccone con cui aiutarmi, per cui ripresi lemme lemme la strada di casa.

C’era lì mia madre, bisognosa del mio corpo, l’anima se n’era andata, per poter continuare.

Mauro Antonio Miglieruolo

Redazione
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