Roberto Macchia, «immigrato di periferia»

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Si è fatto un tot di anni di galera per rapina in banca: adesso Roberto Macchia ha scritto un libro dove racconta la sua esperienza e sta cercando di fare crowdfunding per pubblicarlo. Qui trovate l’indice e alcuni estratti per ogni capitolo. A me (e altre persone che lo hanno letto) sembra la promessa di un buon libro. [db]

Rapinatore solitario di banche per necessità, ripercorro gli effetti dell’urbanizzazione delle periferie sulla mia generazione. Oggi tutti possono percepire la paura, l’insicurezza e vedere il degrado che ora, fuoriuscito dalle periferie, dilaga incontenibile in tutte le città. Cresciuto con le leggi della giungla urbana, faccio equiparazioni tra presente e passato, la strada, il lavoro, le rapine, le emozioni, fuori e dentro il carcere.

Racconto la violenza, i mesi d’isolamento, i compagni di generazione morti, i suicidi di carcerati e di agenti penitenziari, le banche che rapinai, che mi chiesero i risarcimenti morali e materiali, le stesse che oggi rapinano i risparmiatori.

Descrivo i pregiudizi per i miei carcerieri, fragili e impreparati a una professione come espiazione di pena, da tutti disprezzata, mestiere che nessuno farebbe mai, ragione per cui siamo loro riconoscenti.

Racconti di luoghi dove sei nudo e le regole di convivenza sociale non servono più a proteggerti, coprono solo la forza o la debolezza nei tuoi occhi, lo sguardo marchia l’esistenza, la realtà ti butta in faccia come sei veramente.

Ricordo la Rossa, giovane vittima della propria bellezza che cresceva, senza protezione, in una famiglia fragile, facile preda in un territorio degradato e controllato da branchi di lupi affamati.

Racconto il nord Africa dove ho respirato quello spirito, troppo grande per essere contenuto nel corpo di un solo uomo; le stesse intenzioni represse incontrate all’interno della sezione degli arabi, dove ero detenuto l’11 Settembre 2001, durante l’attacco alle Torri Gemelle.

Parlo di me, come delle genti nella periferia di allora, private della protezione della cultura e della terra, sfruttate e abbandonate. Ora, come allora, sono a caccia, in marcia verso casa di chi le ha derubate.

I N D I C E

Premessa 11

Introduzione 17

Marmocchi non ancora urbanizzati 21

Il crimine giusto per non passare da criminali 25

Nel carcere alla Dozza 31

Anni novanta, cambiamento e terrorismo islamico 35

Paure che aumentano 39

Confusione nell’inferno 43

Crimini sociali 49

Rapina nella banca di Ravenna 53

Paura di un film 57

Scambiare un libro con lo sbirro 64

Un viaggio nel blindato oltre confine 67

Nei panni di cane alfa 71

Carne in cambio di sogni 75

I nuovi compagni di cella 83

In cammino verso l’oscurità 91

Tensioni che animavano intenzioni 97

Il barbone con sguardo smarrito ma gentile 103

Ingiuste riflessioni 111

Mistificatore jihadista nella sezione degli arabi 115

Rapina in bicicletta e complice sconosciuta 121

I colori del corpo umano 129

Rapina a Ferrara 133

Una logica di onestà 137

Alle scuole elementari 141

L’11 settembre 2001 insieme ai compagni arabi 149

Vento di riscatto e la guerra dei cartoni 157

Tra farmaci e inquietudine sociale 165

Problemi sullo stesso confine 173

Siamo tutti terroristi 177

Il giorno della scarcerazione 185

Conflitto tra necessità e speranza 197

INTRODUZIONE

Non sapevo se scrivere in prima o terza persona, usando la terza ho pensato al rischio di intraprendere la via di una possibile dissociazione, terminando magari questo libro con una forma di patologia bipolare in atto. Diversamente ho utilizzato la prima e, frugando nella memoria, ho cercato di non indurti a pensare che queste righe siano una biografia, ma piuttosto una cronaca istintiva di eventi e frammenti di vita. Non mi sono ancora presentato ma conto, al termine della lettura, che tu possa connotare questa mia mancanza come frutto di sola e oramai diffusa maleducazione o piuttosto imputarla alla classe criminale o se preferisci, alla razza sociale alla quale inevitabilmente appartengo. Condivido con te e con la collettività mancanze che ci accomunano convinti di sapere, sicuramente nella stragrande maggioranza, a quale cultura apparteniamo, cullati dalla convinzione che l’essere occidentali, cristiani e democratici sia sufficiente a dare alla nostra civiltà un’etica compiuta per qualità di vita individuale e benessere collettivo. […]

Marmocchi non ancora urbanizzati

Anche se si era poveri, erano rimaste le tracce del modello educativo della famiglia d’origine: come si stava a tavola, rispetto per tutti, anziani, genitori, fino ad arrivare all’ultimo dei mendicanti. Nella vita, e soprattutto in carcere, non ho rispettato queste regole elementari di convivenza, ma le ho conservate come boe nel mare del degrado, punti di riferimento utili a non perdere l’orizzonte, dove aggrapparmi nei momenti difficili, per non affogare. In quegli anni adolescenti, da poco il segnale tv aveva raggiunto tutto il territorio. Con 360.000 abbonati nel 1960, le trasmissioni iniziavano la mattina e terminavano la sera; la prima diretta, durata 28ore, fu nel 1969 per raccontare e trasmettere le immagini del primo uomo sulla Luna. Si giocava ancora a correre nei campi incolti dietro casa e a fare prove di coraggio attraversando di corsa quelli coltivati dal contadino che, incazzato, ci sparava con la doppietta caricata a sale, per proteggere i raccolti e soprattutto i suoi alberi di rusticani dagli sciami di locuste. Intorno a casa cominciavano le prime costruzioni, dalle finestre non si vedeva più la scuola in lontananza, che potevamo raggiungere a piedi percorrendo il sentiero. Bastava guardare sotto i banchi le scaglie di terriccio o fango essiccato staccatosi dalle scarpe per capire chi lo percorreva. Le scarpe sporche indicavano da quale area del quartiere provenivi, i grembiulini bianchi per le femmine, neri per i maschi uniformavano e ancora proteggevano dagli effetti distintivi e classisti del consumismo. Alla stregua dei migranti che oggi arrivano in ciabatte, peculiare per i mendicanti osservare le calzature come indicatore di benessere del passante al quale chiede l’elemosina.

Alla chiusura del cantiere nel tardo pomeriggio molto tempo lo si dedicava a disfare quello che i muratori costruivano durante il giorno, una volta riuscirono a prenderci perché Nilo, durante la fuga, cadde rimanendo con il piede incastrato nei ferri della carpenteria metallica. Bloccato lui, picchiati e puniti tutti pesantemente dai genitori, non ci sentivamo dei vandali, per noi erano incursioni di sabotaggio nei confronti di chi stava distruggendo il nostro ambiente. Quelle palazzine erano muri che seppellivano i nostri campi e materialmente iniziavano a tagliare il tessuto sociale, costruiti sulla terra dei nostri giochi, proteggevano altri bambini nei giardini condominiali ai quali noi non potevamo accedere. Era il tempo in cui il telefono domestico catalizzava la famiglia per saluti, auguri e feste, la cornetta passava di mano in mano per parlare a turno con parenti e amici lontani. Chi ti cercava era costretto a chiamarti su quello di casa, telefonata che poteva ancora essere intercettata dai genitori in grado di capire chi frequentavi e chi ti stava cercando. Negli anni comparvero le prime cabine telefoniche a gettoni e nel fine settimana potevi vedere persone in fila attendere il loro turno per telefonare. In quelle periferie abbandonate dalla politica il tono dello slogan usato dalla società che le installava sembrava sarcastico «Non sei mai solo quando sei vicino a un telefono». […]

Il crimine giusto per non passare da criminali

Quando lavoravo come artigiano, anche se sempre incasinato per una vita inquieta, pagavo comunque regolarmente le rate del mutuo della casa, comprata da mio padre che, per eredità, ci ricordava sempre che avrebbe lasciato solo dei libri. Venni ricoverato perché ammalato gravemente, dissero a mia moglie e a mia madre che non avrei passato la notte, attaccato all’ossigeno, vagamente rincoglionito, passavano figure davanti al mio letto e commentavano che era un vero peccato andarsene così giovani. Mezzo delirante, senza forze, incapace di toccarmi da consuetudine i maroni come gesto scaramantico a protezione di un cattivo presagio, trovavo l’energia sufficiente per alzare il dito medio come un amuleto, ovunque si trovasse la mia mano e, insieme ai miei pensieri, combattevo le profezie di quelle cornacchie. Dopo quattro mesi ero ancora in ospedale, mi avevano aperto dalla base del capezzolo destro, come con un apriscatole, girando sotto l’ascella, passando dalla scapola per raggiungere il centro della schiena, apertura per raggiungere il polmone e dargli una sistemata. Dimesso dall’ospedale la convalescenza durò diversi mesi e mi era impossibile andare nei cantieri a lavorare, la banca non volle sapere ragioni, o pagavo tutti gli arretrati nei pochi giorni concessi, o mi avrebbe mangiato tutto. Io cosa potevo fare, pagare. Quindi sono andato nella filiale più comoda, ho fatto un prelievo abbondante senza far male a nessuno e ho pagato le rate arretrate. Il giudice sosteneva che avevo commesso almeno sette rapine nella regione Emilia Romagna, il vice ispettore si prodigava per affibbiarmene di più. È vero che dopo la prima ci presi gusto, ovviamente per i soldi, ma era anche diventata una droga, dalla preparazione, all’esecuzione, alla fuga era un continuo di adrenalina pura. Fra le tante, Ravenna stimolava la fantasia e le endorfine, considerata città difficile per efficienza e cattiveria degli sbirri; il solo pensiero era una sfida davvero eccitante.

Ma perché a me come prima istanza il giudice avanzò una condanna di 12anni e 6 mesi di carcere e nessuna condanna ai dirigenti delle banche che hanno rubato i soldi dei correntisti e risparmiatori? Per farlo hanno dissimulato il vero scopo dei documenti fatti sottoscrivere ai clienti delle banche. La differenza è che io, diversamente, ho simulato condizioni di pericolo. Loro hanno fatto leva sulla fiducia dei correntisti risparmiatori, io al contrario ho fatto leva sulla paura diffusa anche nei dipendenti delle banche. I soldi rubati dalle banche li ha messi il governo, quelli che ho rubato io li hanno messi le assicurazioni. Le banche non amano i buoni pagatori, preferiscono i cattivi che rendono di più, figuriamoci uno che glieli prende a costo zero. Infatti mi hanno chiesto i risarcimenti, la somma dichiara da loro non corrispondeva a quella che io avevo rapinato. Probabilmente io contavo male il denaro o loro ai giornali davano la cifra compresa di possibili spese. Loro non sono stati toccati, anzi, tutti liquidati con qualche milione di euro, io sono stato sballottato da un carcere all’altro. Ho potuto apprezzare la solitudine e i silenzi nei mesi d’isolamento e quando sono rientrato nei termini, affidato ai servizi dell’area esecuzione penale esterna con obbligo di soggiorno e firma presso il mio commissariato. Finito di espiare la condanna, come premio, per passare il tempo dopo il mio fine pena, un bel lecca lecca al gusto della mia presunta pericolosità sociale, da ciucciare per 2 anni come sorvegliato speciale. Provvedimento che prevede, oltre alla sospensione immediata della patente, di portare sempre con sé il famoso libretto rosso, con indicate le prescrizioni. Simile a un passaporto, nelle pagine interne sono presenti i timbri che appone il commissariato dove ti devi presentare, indicanti ora e giorno, come al passaggio di una frontiera, nel mio caso la firma dell’ispettore di turno. Se venivi fermato e non eri in possesso del libretto scattava l’arresto immediato. All’interno del libretto erano indicate le prescrizioni, alle quali ti dovevi attenere: dall’obbligo di soggiorno presso il comune di residenza, all’ora in cui potevi uscire di casa, a quella di rientro, quando presentarti per il controllo al commissariato per la firma, come uscire dall’abitazione, viso e capo scoperti indipendentemente dal fatto che ci fosse sole o pioggia, per essere sempre riconoscibile. Era gradito camminare nel senso contrario di marcia delle auto per consentire a eventuali pattuglie di vedere immediatamente il viso e riconoscerti, non dovevi frequentare luoghi pubblici come locali, cinema, teatri ecc. Le limitazioni dettate dalla presunta pericolosità mi impedivano di svolgere un qualsiasi lavoro, anche quello di facchino. Non discuto sulla legittimità del provvedimento al quale sono stato sottoposto, che limitava le mie libertà personali pur avendo espiato tutta la pena, anche se, solo per ottenere l’autorizzazione a riprendere la patente, ho dovuto attendere 12 anni, e 14 per godere nuovamente del diritto di voto. Va bene, queste sono le regole e le rispettiamo fin quando non le cambiamo, ma allora i dirigenti e dipendenti delle banche, consapevoli di quello che stavano facendo? La differenza è che loro hanno rubato in giacca e cravatta con sorrisi e pacche sulle spalle camuffati da persone oneste, io con sembianze magrebine armato di biglietto e finto esplosivo, camuffato da terrorista. Visti i risultati di queste due azioni, differenti nella forma, ma uguali nella sostanza, dove sta la differenza? Mi hanno dato la pericolosità sociale perché ho provocato panico e ho fatto mobilitare i nuclei degli artificieri dotati di robot per sopralluoghi e disinneschi a distanza, e allora! Le banche non hanno rubato i risparmi rovinando intere famiglie, provocando effetti devastanti sui loro componenti e presso la comunità, spingendo persone al suicido come il 69enne che si è sparato in preda al panico e alla paura di non potersi curare senza i soldi che la banca di Vicenza aveva rapinato a lui e ai più dei centomila soci. O i due coniugi, 50 e 47 anni, suicidi, esasperati per non riuscire più a pagare il mutuo di casa, a Poggio a Caiano, in provincia di Prato, e potrei andare avanti indicando i morti e individuando cause nelle rispettive banche. Se a questi non danno la pericolosità sociale, giuro io non ho capito un cazzo di come funziona l’equità nell’applicare la giustizia. Se ciò che è ingiusto può essere legale, allora può essere giusto quello che è illegale e, a quanto pare, la sola differenza l’ha fatta l’essere di qua o di là dal bancone della banca per stabilire ciò che è legale e ciò che non lo è. Calzano bene le parole di Fabrizio De André “qual è il crimine giusto per non passare da criminali”.

Questo stesso principio di incoerenza si ripresentava in carcere. Non solo, durante le molte discussioni con i magrebini, arabi e mussulmani mi dicevano “tenetevela voi la vostra democrazia, a noi non interessa. Anche se usate accordi, protocolli e carte da bollo per rendere legali le vostre azioni, resta che ci state ancora fottendo, sfruttando, derubando e massacrando. Decidete voi quello che è giusto per noi, basandovi su norme che avete fatto voi, sulle quali non siete d’accordo neanche voi per definire le contraddizioni e le ingiustizie imposte in nome del vostro modello occidentale”. […]

Crimini sociali

È certo che la polizia penitenziaria fa un lavoro che tutti disprezziamo, per questo siamo loro riconoscenti, perché fanno un mestiere che nessuno di noi farebbe mai. In realtà sono signori di altruismo, a tal punto da sacrificarsi personalmente per consentire ai nuovi agenti di provare lo stesso coinvolgimento. Si sono infatti organizzati bene con il turnover, non allo stesso livello dei detenuti, ma hanno mantenuto ugualmente una buona media, 100 suicidi in 10 anni per un lavoro come pena, che piace tanto da morire. Durante quel trasferimento o traduzione, nel linguaggio tecnico, non si erano create condizioni di tensione e l’agente che mi piantonava era il capo scorta, molto pacato, si muoveva sicuro nei gesti scanditi dal tempo trascorso a svolgere, per anni, lo stesso lavoro. Dopo aver stretto ai polsi le manette collegate al guinzaglio, simile a quello che si usa per portare a spasso gli animali, esordisce chiedendomi se non fossero troppo strette da recarmi dolore durante il viaggio. Le gentilezze in quei luoghi ti fregano, arrivano come colpi di mortaio improvvisi che ti colgono impreparato e non credi che l’umanità possa manifestarsi in modo naturale ma che, dietro, si nasconda sempre una ragione o qualcosa che in quel momento non capisci. Uno dei metodi utilizzati per attirare un detenuto in una imboscata era che la persona con la quale avevi maggiore confidenza e fiducia ti attirasse nella trappola, quindi ti abituavi a tenere sempre le antenne belle dritte, non dovevi mai scordarti la regola: se abbassi la guardia un secondo e sei fregato […]

Rapina nella banca di Ravenna

Sceso dal treno presi una stanza con vista sulla piazzetta antistante la stazione e andai a fare due passi per la città. Anche l’interesse per la storia cominciava in quel periodo a farsi strada; durante i sopralluoghi nelle diverse città coglievo l’occasione per visitarle. Partivo la mattina cercando l’obiettivo che, da un punto di vista logistico, consentisse copertura alla vista dei presenti in banca e delle persone in generale, riducendo le informazioni che potevano essere fornite alle pattuglie, e consentisse una fuga adeguata all’efficienza degli sbirri di quel luogo, efficienza che, durante il mio girovagare, mi venne confermata più volte dagli urbani emarginati. Durante i giri di perlustrazione mi recavo nelle zone degradate delle città, sempre con la mia barbona lunga. Sapevo che prima o poi qualcuno avrebbe chiesto qualche spicciolo o una sigaretta a un turista per caso che si presentava, dopo qualche battuta, come ospite di parenti misericordiosi, viste le scarse finanze. Parlavo la loro lingua, la lingua della gente che vive ai margini o per strada, i temi erano alcool, droga, prostituzione, crimini e criminali; su questi ultimi due si concentrava la mia attenzione, una volta imbeccati con qualche domanda, si lanciavano in gossip entusiasmanti per stimolare la mia attenzione, scroccarmi ancora sigarette, magari un cicchetto, tenendo il più possibile vivo il piacere di ascoltarli. Questi racconti, attraversati da storie violente di truffe, di droga e prostituzione, mi confermavano che appena avveniva una qualsiasi rapina era come dare una bastonata a un nido di vespe, le volanti si muovevano come uno sciame impazzito ed era davvero difficile che non ti beccassero, in particolare se avveniva all’interno delle mura della città. Durante le rapine, per la fuga utilizzavo i mezzi che ritenevo adatti allo scopo, a piedi, in bicicletta o in taxi; un mezzo guidato da me lo utilizzai soltanto nella prima. Trovai il coraggio ma, dopo averlo sperimentato nella pratica, ritenni che per me non fosse utile, ma fosse più di ostacolo alla fuga. Avevo trovato la banca, inserita in un vecchio palazzo storico del centro con finestre e vetrate che consentivano una scarsa visibilità sia dall’esterno che dall’interno, posta a un incrocio su un’antica strada stretta, di tipo ortogonale, come le facevano i romani. Questo mi consentiva, una volta uscito dalla banca, andando a destra di svoltare subito dopo pochi metri nuovamente nella stessa direzione. Raggiunto il punto in quella via, alla stessa ora che avevo stabilito per fare il colpo, chiamai un taxi per calcolare il tempo impiegato per raggiungermi, gli chiesi di portarmi a vedere le mura rimaste in piedi della città e gli feci domande sul lavoro, sul turismo e se il tempo impiegato per raggiungermi dove mi aveva caricato poteva cambiare molto in giorni diversi. Mi risponde che solo in occasione di eventi eccezionali poteva fare la differenza di qualche minuto, in condizioni normali al massimo mezzo minuto, viste le loro postazioni. Mi feci scaricare alla stazione dei treni, da dove potevo vedere, come facevo dentro dalla camera dove alloggiavo, se ci fossero pattuglie in servizio regolare. Mi recai poi, a poca distanza, a piedi da un barbiere che avevo visto lì vicino, gli dissi che in quel momento ero di corsa e gli chiesi se il giorno dopo, alla stessa ora, l’avessi trovato aperto per darmi una sistemata a barba e capelli. Mi rispose “assolutamente sì, l’aspetto”. [… ]

Carne in cambio di sogni

La periferia dove sono cresciuto mi aveva già preparato a condizioni di vita subumane, molti dei miei compagni erano già morti, aiutati in questa impresa dalla difficile integrazione e dalla violenta urbanizzazione che si trovava a quei tempi nei quartieri dormitorio. La maggior parte di loro proveniva da lì. Il quartiere dove sono cresciuto era nel mezzo, cresceva tra due di questi luoghi dove abitavano centinaia di famiglie originarie del sud. Arrivavano in massa sui treni, come oggi gli immigrati sui barconi, da luoghi di ignoranza, miseria, sfruttamento e soprusi, rincorrevano il sogno di una vita diversa offerta dalla società dei consumi.

Intorno al 1850, con il vapore come energia, si avvia l’industria, si creano posti di lavoro per dipendenti salariati, nasce la fabbrica per soddisfare il modello sociale nascente, la società dei consumi. Allora circa il 90% lavorava in agricoltura, oggi è circa il 3%, 87% restante nei decenni è andato a implementare il giochino a tre ingranaggi “produzione, salario, consumi” che funzionava con la regola: aumentando i consumi derivati dal salario, serviva più produzione, si creavano nuovi posti di lavoro, nuovo salario per nuovi consumi. Questi tre ingranaggi hanno fatto girare la mac-china fino al massimo del boom economico tra il 1958 e il 1963, da qui in poi la macchina ha cominciato a rallentare e l’ingranaggio della produzione, con il bacino dei suoi posti di lavoro, ha ceduto prima alla meccanizzazione, successivamente alla informatizzazione delle unità produttive, spostando il lavoro come lo conosciamo noi da tangibile, consistente sulla terra, a intangibile, inconsistente, ciberfisico. […]

Mistificatore jihadista nella sezione degli arabi

Salutai Davide, presenza alla quale nonostante tutto mi ero abituato. Non era arrabbiato con me per l’ultima mia sparata. Aveva trasgredito all’ordine di non andare a chiedere nulla in sezione senza la mia autorizzazione, rientrato, mi informarono di cosa avesse fatto. D’impulso lo buttai fuori dalla cella, che vuotai di tutta la scorta alimentare, regalandola ai compagni detenuti della sezione. Lasciai la cella senza spesa per una settimana, senza neanche una carica di caffè; si poteva solo mangiare e bere la sbobba che passava la repubblica e, per lui che non aveva un cazzo, privarlo dello svago di cucinare e del piacere di mangiare è stato come torturarlo. Lasciata la sezione in buoni rapporti con tutti, scortato dall’agente, mi diressi con il sacco nero grande, pieno delle mie cose, nella sezione degli arabi. Arrivammo davanti alla sezione stranamente durante l’ora della socialità. Solitamente i trasferimenti si fanno quando tutte le celle sono chiuse, per consentire agli agenti di muoversi in sicurezza e gestire eventuali tensioni che, con l’arrivo di un nuovo detenuto, possono accendersi all’interno per questioni sospese. Nel mio caso era apparentemente tutto tranquillo. Tutta la sezione era insolitamente deserta e solo in fondo, dalla parte opposta, c’era un ragazzo algerino appoggiato con la schiena alla parete, dal fisico imponente: la mia coscia a malapena riproduceva la massa del suo braccio, una lunga cicatrice gli segnava la faccia, partendo dal sopracciglio sinistro attraversava l’occhio per proseguire sullo zigomo, sulla guancia e terminare sulla mandibola sinistra. Non lo avevo mai visto all’aria, non guardava dalla mia parte, continuava a parlare con qualcuno nelle prime celle, tutte comunque socchiuse. Al mio arrivo non mi aspettavo i fuochi di artificio, ma non vedevo nessuno, neanche Mohammed. La cosa mi prendeva impreparato, il cervello andava a mille per elaborare una ragione plausibile che non fosse il caso. Per sopravvivere in quei posti il caso non esiste e non sapevo cosa pensare. L’agente apre il cancello per farmi entrare in sezione, al rumore delle chiavi che sbattono e che, in ogni momento, scandiscono il nostro tempo, quella massa di muscoli si gira verso di me. La distanza non consentiva di vedere l’espressione nei suoi occhi, qualche passo e l’agente aprì la mia cella e poiché era l’ora della socialità, non doveva chiudere la cella e si diresse verso l’uscita. Non ero ancora entrato nella cella che sento chiudere alle mie spalle il cancello della sezione dall’agente; merda! Non mi sentivo tranquillo. Prima di entrare mi girai verso quella massa di muscoli per vedere qualche traccia di reazione. Non dico un benvenuto, ma anche solo un piccolo cenno di saluto. In fondo mi aspettavano, sapevano che sarei arrivato, sapevano chi ero e conoscevano la mia storia. Merda! La mia storia! In un lampo ho resettato tutto e un flash mi ha impietrito; mi ero fatto passare per un jihadista durante le rapine e fatto infinocchiare come un pirla. Mi avevano preparato un trattamento ad hoc che non poteva risolversi con un pestaggio durante l’ora d’aria, assai difficile in presenza di italiani. Come un coglione mi ero fatto attirare nella trappola, dopo aver appoggiato la mia roba sulla branda, immobile, cercavo di ragionare mentre, nella sezione silenziosa, sentivo solo in lontananza quella massa di muscoli parlare in arabo, con non so chi. Sarà passato un minuto ma nella mia testa era un’eternità. Dovevo scuotermi, decidere qualcosa prima che la paranoia prendesse il sopravvento. […]

Rapina in bicicletta e complice sconosciuta

Prima di fare una banca dovevo guardarmi un po’ attorno, quella in via Riva Reno la ricordo in particolare perché mi accadde, durante la rapina, una cosa stranissima con una ragazza in attesa del suo turno alla cassa. Quando sceglievo una banca davo un’occhiata alla mappa della città. In questo caso conoscevo la zona, perché era la mia, ma non abbastanza per quello che stavo per fare. In tutti i casi facevo sempre diversi sopralluoghi per osservare a piedi le vie di fuga e cercare le telecamere più o meno nascoste nella zona. Quando facevo questi giri, e durante l’esecuzione, ero sempre lucido, e non facevo uso di nessuna sostanza stupefacente. Di solito per fare questo lavoro mi sistemavo in un alberghetto nella zona, ma in quel periodo ero nella “fase barbone”. Ogni tanto mi capitava, in una occasione mia moglie durante un litigio mi urlò “allora vai vivere con i tuoi barboni”. Nella discussione esaltavo ciò che vivevo, le emozioni e i momenti di appartenenza a quella parte di società nuda, osservata dai passanti come un naturale, inevitabile, prodotto sociale della nostra civiltà. Una sera, faceva un freddo porco, non ricordo su quale cartone dormissi, molto probabilmente all’angolo via dei Mille via Galliera, ora occupato da una saletta da bar. Allora era una bella tana, protetta, comoda, anche per più persone. Quella sera faceva davvero un gran freddo e mentre andavo verso la mia casa di cartone ho visto su via Indipendenza una piccola bancarella che vendeva maglioni fatti a mano con lana di alpaca, credo fossero peruviani, belli cicciosi e caldi, come si direbbe a Bologna. Chiesi al venditore quanto costavano, mi disse il prezzo, anche se poco convinto del possibile acquirente. Vivevo per quello che ero, un barbone, per la strada, senza cambiarmi o lavarmi, mi muovevo senza un soldo in tasca ma, quella sera, mi recai a prendere dei soldi e tornato dalla bancarella ne comprai, non ricordo quanti. Al tipo luccicavano gli occhi! Forse Pietro, il mio strizzacervelli, aveva ragione quando diceva che mi muovevo facendo in modo che mi prendessero, una gran bella persona quella, l’unico paletto che pose nel nostro rapporto fu definire apertamente il confine. Quando ci incontrammo mi disse che l’importante era non dimenticarsi da quale parte della scrivania ci si trovasse, senza venir meno al rispetto per entrambi. Si conquistò il mio rispetto e stima, pur parlando di tutto, sempre attenti a non far scivolare le nostre argomentazioni in una banale o prevedibile analisi. Mi insegnò a utilizzare excel, mi disse che per imparare a usarlo serve un obiettivo e lo strumento ti serve per raggiungerlo. Visto che ero interessato a confrontare dati e fare grafici sulle diverse tipologie di carcerazione in Italia, fu facile per lui ingegnarmi, e per me apprendere. Quando venne a trovarmi in carcere la prima considerazione che mi venne da fare era su dove mi trovassi, gli dissi “vivere in carcere è un altro mondo”, lui mi sorrise e rispose “no! questo è il mondo”. Con quell’acquisto avevo compromesso il mio anonimo barboneggio, nell’ambiente le voci giravano, un barbone che compra un sacco di maglioni e comincia a distribuirli non passa inosservato, soprattutto a quelli con i quali ha passato notti sui cartoni vicini. La vita è dura e se un avvenimento, un fatto o una soffiata ti può dare due spiccioli per campare, te li vendi per una bevuta, un pacchetto di sigarette o un tozzo di pane.

Dovevo fare la valigia, decisa la banca era ora di agire, riapparsi a casa come facevo di tanto in tanto. […]

L’11 Settembre 2001 nella sezione degli arabi

Insieme ai compagni arabi, durante le ore della socializzazione, capitava che si passasse del tempo ad osservare l’esterno, attraverso una vetrata nella sezione. Questa si trovava all’interno di un bastione in una vecchia rocca medievale, già adibita a carcere intorno al 1400. Dall’alto di questa struttura storica, collocata nel centro della città, si potevano vedere le persone indaffarate nel quotidiano e il traffico cittadino. Da quel punto di vista si facevano le più diverse considerazioni su quel confine tra l’essere dentro o fuori. Noi prigionieri al di qua del muro, eravamo liberi di osservare gli schiavi di quella vita all’esterno. Adatte sono le parole di J. W. Goethe nel libro le affinità elettive: “nessuno è più schiavo di colui che si ritiene libero, senza esserlo”. In quelle occasionali riflessioni le parole di alcuni detenuti si caricavano di una valenza quasi ideologica, come se in quel momento non fossimo più solo criminali, ma oppositori di un modello di regime socio culturale. Se è vero che non tutti i musulmani sono terroristi, è vero che tutti i terroristi sono musulmani e così vale per la povera gente, che non è tutta criminale da incarcerare, ma è anche vero che tutti i criminali carcerati sono povera gente. Da quella vetrata potevamo osservare, a una distanza sufficiente, la rappresentazione quotidiana delle persone nel goffo tentativo di mimare i modelli proposti dagli spot pubblicitari e di scimmiottare un presunto prestigio sociale, esibendo l’ultimo status symbol acquistato, concentrati sull’essere riconosciuti per il comportamento, l’oggetto o il segno esteriore esibito, a esclusiva dimostrazione di appartenenza a una classe elevata. A quella distanza gli oggetti più appariscenti erano le carrozzine per bambini che giovani mamme spingevano come Cadine nell’Harem, corrispondente al nostro qualificativo Dama, la favorita del gran signore, titolo che si dava alle schiave di alto ordine. Inadeguate e provinciali a interpretare uno status di prestigio, incrociavano altre mamme schiave spingere carrozzine di rango inferiore e mostravano con orgoglio il diritto ad essere le favorite dal Califfo del consumo, perché in possesso di un oggetto dal prezzo corrispondente a sei mesi di vita dignitosa per una famiglia di quattro persone, nella maggior parte dei paesi dell’Africa. Questi momenti portavano le discussioni sulle differenze tra culture e quando si animava il dibattito, indicandomi, tutti tranne Mohammed e pochi altri, si rivolgevano a me dicendo: “voi occidentali mantenete il vostro tenore di vita a spese dei popoli che derubate”. Per quanto la cosa mi mettesse in difficoltà, avevano ragione, in effetti se sulla Terra tutti consumassero anche solo come gli italiani servirebbero 2,6 pianeti. Il tempo trascorreva e l’essere ristretti a lungo in poco spazio estremizzava rapporti e giudizi verso i compagni e le cose del mondo e così come nella sezioni degli italiani esasperati, succedeva in quella degli arabi, dove le regole di sezione si caricavano di un integralismo a valenza religiosa. Oramai ero un ospite permanente tollerato e rispettato, anche se occidentale. Non venivo più indicato durante le discussioni come corresponsabile delle sue ingiustizie. Non facevo neanche parte della Umma, la comunità dei fedeli musulmani, perché ero comunque un infedele, ma Mohammed che si muoveva in sezione come un Ulama (o Ulema) – nel mondo musulmano il dotto nelle scienze religiose di teologia e diritto – ricordava che il Profeta usava ebrei e cristiani e non ha mai detto “questi non sono musulmani, quindi non posso venire a patti con loro”. […]

 

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L’IMMAGINE – scelta dalla “bottega” – E’ DEL QUI MOOOOOOLTO AMATO JACEK YERKA.

 

Redazione
La redazione della bottega è composta da Daniele Barbieri e da chi in via del tutto libera, gratuita e volontaria contribuisce con contenuti, informazioni e opinioni.

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