Sabina Morandi, i “rossi” e i vel-Eni

Il meglio del blog-bottega /89…. andando a ritroso nel tempo (*)

Ilmeglio-velENI

L’editore si chiama Coniglio ma decisamente dovrebbe cambiare il nome in Leone. Questo è un libro coraggioso. Ma nell’Italia attuale gira poco coraggio: a esempio nelle redazioni non se ne trova quel minimo per “dispiacere” l’Eni, qualunque cosa faccia qui nel “bel Paese” o fuori. Controprova: da settembre a oggi giornaliste/i hanno mantenuto un silenzio quasi totale sul libro di una collega che pure, si ammette sottovoce, nel suo lavoro è documentata, pignola, insomma inattaccabile.

Ma cosa rivela di così sconvolgente Sabina Morandi nel suo «C’è un problema con l’Eni» (208 pagine per 14,50 euri) ovvero «Il cane nero si è pappato i rossi – come insabbiare un’inchiesta e liberarsi del giornalista» da giustificare quel doppio, allarmante sotto-titolo? E’ subito evidente dalla copertina chi è il “cane nero” (a 6 zampe) ma chi sono “i rossi”?

Occorre sottolineare due questioni generali. La prima – scrive nella introduzione Morandi – è che «nell’arco di 5 anni quello che prima scrivevi tranquillamente per Donna Moderna o Le scienze potevi sperare di vederlo pubblicato soltanto su il manifesto o su Liberazione. I veti incrociati hanno stretto le maglie fino all’inverosimile e sono pochissime le storie che possono passare […] Niente guerra, poco petrolio, esteri contingentati e sottoposti alla supervisione delle alte sfere». La libertà di informare resiste soltanto in teoria o se preferite è un viziaccio praticato da pochi maniaci mentre i (presunti) grandi giornalisti italiani fanno «ooooooh» quando Wikileas “rivela” quello che quasi tutti sanno… solo leggendo la migliore stampa estera.

Il secondo passaggio rilevante è a circa metà del libro: «Senza rendermene conto, seguendo anzi un percorso legato alla mia formazione – approccio scientifico, dati e crudi numeri – avevo varcato il confine invisibile che separa quello che si può da quel che non si può scrivere». E i “rossi” – il quotidiano «Liberazione» (citato prima dalla Morandi, ricordate?, come eccezione al coro dei “silenziati”) – emarginano e poi fanno fuori la giornalista non gradita all’Eni.

Il primo articolo che il libro ripropone è del 2 ottobre 2003: sul quasi ignoto progetto del mega-oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyan, che «fa comodo a Bush» e viene costruito «con i nostri soldi». Poi la giornalista torna sui pericolosi «giochi caucasici» in cui l’Eni è impantanata. Nel 2004 uno degli obiettivi di Bush è «Attaccare l’Iraq per colpire l’Europa», come titola la Morandi che sostiene la sua tesi con il rigore dei numeri ma anche intervistando Benito Li Vigni, stretto collaboratore di Enrico Mattei e dirigente Agip. A questo punto chi, anche dentro l’Eni, apprezza il lavoro della Morandi inizia ad aiutarla – sotto banco – fornendo «statistiche secretate, copie di documenti interni, contratti» cioè informazioni che in democrazia dovrebbero essere disponibili. D-o-v-r-e-b-b-e-r-o.

Anche sulla politica dell’Eni in Nigeria (su codesto blog se ne è già parlato visto che molti prevedono che sarà lì “il prossimo Golfo”) la giornalista incalza; ricordando fra l’altro «la jeep con il noto cane a 6 zampe sulla fiancata e la mitragliatrice sul tetto», prestata all’esercito per sparare sulle proteste popolari.

Seguendo per «Liberazione» (ora diretta da Piero Sansonetti) le vicende energetiche, Morandi racconta le truppe italiane che a Nassirya difendono i pozzi dell’Eni e non la democrazia, le proteste in Italia di gruppi ecologisti dell’Ecuador, la «finta crisi del gas» e i falsi a cascata del 2006.A questo punto l’azienda la contatta: prima amichevolmente, poi meno. Lei prosegue il suo lavoro e anzi indaga sui cittadini (a Rovigo e a Livorno per esempio) «trasformati in cavie». E’ qui forse il confine invisibile: «strilla quanto ti pare su quello che succede all’estero ma non rompere le scatole in casa». Sarà per questo che dalla memoria dei giornalisti italiani scompaiono rapidamente i morti, le tragedie e i vel-ENI di casa nostra: dall’Enichem di Manfredonia alla Gres di Crotone (se non sapete di cosa sto parlando recuperate il lungo articolo di Silvio Messinetti su «il manifesto» del 25 novembre 2010).

Ove mai su codesto blog fossero di passaggio aspiranti giornaliste/i vivamente consiglierei le riflessioni di Morandi sul «segreto di Pulcinella» e su come si viene espulsi «gradualmente» (pagg 10-11), sul «rumore» all’epoca di Internet (pag 13), su «i più vicini alla verità» (17), sulla «strada per l’autocensura» (38) e su Lucia Annunziata (pagina 126). Ci sono poi parole che, da sole, valgono un libro: segnalo il «quindi» a pagina 142.

C’è anche – nelle prime pagine – un ragionamento di lungo respiro sul «grande gioco» del petrolio. Morandi nota che siamo fermi al 1999 (quando «D’Alema bombardava la Jugoslavia per conto degli americani») o al 2001, «quando gli Usa litigavano con i talebani sulle royalties per il passaggio dell’oleodotto Unocal, che è tuttora il motivo per cui siamo in Afghanistan con i nostri soldati». Se si deve credere ai politologi «il mondo non sarebbe più stato lo stesso» e invece – scrive Sabina Morandi – «dal punto di vista della politica energetica l’11 settembre è stato appena uno spostamento d’aria» verso «la ricolonizzazione dei Paesi petroliferi per l’assalto finale al petrolio in via di esaurimento. Non è una teoria politica, è storia». Si poteva portare avanti una politica energetica nuova e invece l’Occidente si ritrova «altri decenni di odio e un mostruoso ritardo (…) avrebbe potuto sfruttare al meglio il proprio benessere per riconvertirsi prima degli altri – se solo, allora come ora, non avessero comandato i petrolieri».

Mi fermo perchè lo spazio d’una recensione è minimo e comunque le analisi e i retroscena di «C’è un problema con l’Eni» vanno letti per intero non sintetizzati in poche righe. Sabina Morandi intreccia le sue vicende personali con la politica energetica italiana non per narcisismo ma per mostrare, passo passo, che una giornalista come lei che fa bene il mestiere venga censurata, strumentalizzata (per procacciare pubblicità in cambio della “museruola”) e poi cacciata dal giornale di un partito che, per inciso, si dice di estrema sinistra e dunque dovrebbe avere un minimo di autonomia dal capitale privato e/o para-statale.

Ben spiega l’autrice nella introduzione che è meglio evitare ogni «auto-commiserazione» pensando a cosa hanno pagato molte persone – come Anna Politkovskaia – per fare giornalismo vero. E’ bene sapere che in Italia negli ultimi anni si sono spesi pochi soldi in pallottole per far tacere le voci libere ma invece a molte/i è stato imposto, con metodi meno eclatanti, il bavaglio nei grandi (o sedicenti tali) come nei piccoli media.

Un libro importante oltre che coraggioso. Forse le domande vanno oltre la stessa Eni e la sua politica. Ha circolato, nel secolo scorso, l’idea che una «dittatura del proletariato» fosse buona cosa ma furono disastri; intanto a livello mondiale continuava imperterrita la silenziosa «dittatura del petrolierato». Della prima non si parla più, pur se il proletariato c’è sempre; dell’altra dittatura paghiamo invece i costi ogni giorno…. anche se paradossalmente il petrolio sta finendo.

(*) Come l’anno scorso, ad agosto la “bottega” – che prima dell’11 gennaio 2015 fu blog – recupera alcuni vecchi post che a rileggerli, anni dopo, sono sembrati interessanti. Il motivo? Un po’ perché 10mila articoli (avete letto bene: 10 mila) sono taaaaaaaaaaanti e si rischia di perdere la memoria dei più vecchi. E un po’ perché nel pieno dell’estate qualche collaborazione si liquefà: viva&viva il diritto alle vacanze che dovrebbe essere per tutte/i. Vecchi post dunque… all’incirca di 5 anni fa: recuperati con l’unico criterio di partire dalla coda ma valutando quali possono essere più attuali o spiazzanti. Il “meglio” è sempre soggettivo ma l’idea è soprattutto di ritrovare semi, ponti, pensieri perduti… in qualche caso accompagnati dalla bella scrittura, dall’inchiesta ben fatta, dalla riflessione intelligente: con le firme più varie, stili assai differenti e quel misto di serietà e ironia, di rabbia e speranza che – speriamo – caratterizza questa blottega, cioè blog-bottega. (db)

 

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

Un commento

  • Peccato non ci sia in calce all’articolo anche la voce “reblog”. Avrei potuto condividere questo come tanti altri articoli. Sul Blog di Lunanuvola la ore c’è, ne ho usato fino all’abuso. Perché la bottega ne è priva?
    Comunque,
    Spero a breve di farmi tornare la voglia di lavorare sul PC da tavolo. E farmi venire buone idee soprattutto.
    Ciao

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