Santa Lucerna… ruote, etimi, Storia

di Pierluigi Pedretti (*)

Sono fermo quassù con la mia bici da montagna. Da queste altezze guardando verso sud, oltre la profonda valle del fiume Savuto, che divide la Catena Costiera dalla Sila, si può intravedere la piana di Lamezia Terme e, più in lontananza, perfino l’Aspromonte. Ansimo ancora per la lunga salita che mi ha portato dai 650 metri di Grimaldi ai 1100 del monte Faeto. La mia meta è il Romitorio. Pedalo lungo il crinale e dopo qualche chilometro di saliscendi arrivo nel luogo abitato una volta dagli eremiti. Oggi appare un luogo sconvolto dalla modernità, perché situato al margine del gasdotto italo-algerino che attraversa la Penisola per renderla più ricca. Intanto, per chi ama la natura, è come ricevere un pugno nell’occhio, è un solco purulento nel cuore della foresta. Rifletto su come doveva apparire la montagna calabrese secoli fa, quassù, sulle appendici meridionali di questa catena tirrenica, quando era percorsa solo da mercanti, contadini, pastori e religiosi, e non da quad, motocross e mezzi meccanici di ogni genere.

Questo Romitorio è figlio dell’ascetismo medievale, ma anche crocevia di viandanti che si muovevano lungo i sentieri che dal mare risalivano verso l’interno, dirigendosi a Cosenza. I più anziani vi ricordano perfino una chiesa. Siamo alla base del Monte Santa Lucerna. Il nome deriva dall’epiteto (“la lucerna della fede”) con cui veniva chiamato il monaco irlandese Colombano. I seguaci del santo giunsero con i normanni, sostituendo nel Mezzogiorno – secondo gli accordi di Melfi del 23 agosto 1059 firmato tra il Papato e gli Altavilla – i monaci basiliani, di ortodossia bizantina.

Lo stesso borgo di Grimaldi (“Grimaudu” in dialetto locale) che intravedo dal crinale mentre mi dirigo verso la cima, ha nome franco-normanno, o quanto meno longobardo – Grim vuol dire in germanico “orso aggressivo” – visto che un paio di secoli prima i temibili “uomini del Nord” cioè i guerrieri del ducato Beneventano si erano stabiliti da queste parti in concorrenza con arabi e bizantini. Anche il contiguo villaggio di Maione che, nonostante l’altezza da cui guardo, appare nascosto dietro una collina è un chiaro nome nordico.

Bastano, però, soli gli etimi a scrivere la storia? Altre tracce andrebbero cercate in antichi documenti, in resti archeologici e non solo nei reperti linguistici calabri, di cui è maestro il gallese John Trumper, insigne glottologo.

Mi chiedo se invece, proprio intorno al “Monte di san Colombano” non ci sia qualche traccia più concreta. Continuo a salire verso la vetta portandomi su – anche a spalla – con la mia bici (ruote da 3 pollici, così grasse che sembrano da moto). Approfitto per ascendere di un’altra delle numerose ferite inferte alla montagna, una stradella improvvisata dalle pale meccaniche per un ulteriore taglio di alberi.

Pedalo con fatica, a volte metto piede a terra, a causa delle numerose radici, residuo della foresta uccisa dall’uomo per la sua brama di ricchezza. Sono ormai sulla sella rocciosa che permette di osservare l’altro versante, quello ovest, che spazia verso il mare e il monte Cocuzzo, mentre a nord vedo il brullo Marmorino con il suo compagno Monte Scudiero. Il panorama è unico: da un lato il mare, dall’altro lato – oltre la valle del Savuto – il gran bosco della Sila.

Mi infilo in un giovane gruppo di abeti, avanzo fra l’intrico di rami bassi e di felci, finché spingendomi – nonostante casco e occhiali – a fronte bassa per proteggermi il volto, all’improvviso mi trovo in un’ampia radura: uno spazio delineato da mura di pietra alte circa un metro e mezzo. Avvicinandomi al manufatto scorgo anche diroccate capanne di pietra, alte quanto un uomo. Alcune hanno il tetto a cupola crollato, addirittura una di esse sembra che abbia all’interno una sorta di altare. Rifugi di pastori? Numerose: avvolte come sono dal muschio danno l’impressione di essere veramente vetuste. E se fosse allora un cenobio di asceti? La tradizione del cristianesimo di origine celta voleva che i nuovi convertiti si ritirassero in luoghi inaccessibili costruendo strutture come quella che ho appena visto.

Il vento soffia tra i rami, le nubi solcano veloci il cielo, mi assale un senso di inquietudine. Mi aggiro guardingo fra mura e massi caduti, guardo le capanne di pietra e rimango interdetto. Avverto presenze antiche. Al contempo, mi sembra di essere lontano da ogni affanno del mondo, finché il verso lungo di una civetta mi riporta alla ragione.

Inforco la bici, ritorno sui miei passi, ritrovo la discesa petrosa e mi lancio a rotta di collo verso la modernità. Soffia nelle mie orecchie la voce del tempo che trasporta le parole di Colombano: «O Signore Iddio, sradicate, estirpate dalla mia anima tutto ciò che il nemico vi ha piantato. Togliete dal mio cuore e dalle mie labbra tutta l’iniquità, datemi l’intelligenza e l’abitudine del bene».

(*) del “Pedro” ciclista vedi almeno: Tirreno e Ciclosofia, appunti sui miei viaggi in bicicletta

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3 commenti

  • Gian Marco Martignoni

    Affascinante questa ricognizione storico-geografica, in chiave ciclo-filosofica, di “Pedro” da quelle montagne che in gioventù ho tanto amato, unitamente al Pollin, all’Orsomarso e alla Sila. Che poi da quelle alture si possano nitidamente intravedere i misfatti della modernita, mi richiama alla memoria le lacinanti riflessioni che Mauro Francesco Minervino ha raccolto a suo tempo nel bel libro “La Calabria brucia”.

  • io ci avrei aggiunto foto, ovviamente scattate da un esperto capace di farle dialogare in senso banjaminiano con lo scritto. e, se poi ad un’eventuale presentazione un musico ci aggiungesse/coniugasse rumori/armonie, avremmo una godibilissima performance. Il guaio dei nostri scritti è che rischiano di perdersi nella consuetudine alla fruizione cui ci imbalsamano i media. E noi , a questo punto, sparigliamo con parole/ immagine/ suono.

  • Eugenio Clemenza

    Il scritto “ansimante” mi ha fatto tornare alla memoria anni lontani e mai dimenticati. Anni lontani quando Santa Lucerna e “u Faitu” non conoscevano né asfalti né gas. Quando per raggiungere la vetta bisognava alzarsi all’alba, prima del sorgere del sorgere del sole. Quando si arrivava in cima ” a piedi” era uno splendore di verde e di profumi unici. A vorrei dire qualcosa su quei ruderi. Se quei ruderi potessero parlare,si potrebbe udire la voce di un indementicato pastore grimaldese dal sapore virgiliano: SAVERUZZO. In quei ruderi ha assaporato la frescura estiva e il calore di “frate focu” alimentato con naturalissime ramaglie raccolte davanti a quei ruderi. Un calore così vivo, direi quasi umano, che né ENI né EXXON potranno mai eguagliare la naturalezza e la bontà. Beato chi in quel lontano passato ha potuto camminare a piedi gustandone tutta l’ebbrezza e tutto lo splendore. Ecco, il tuo mi ha rifatto camminare
    “a piedi” negli anni della fanciullezza e della gioventù.

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