Savina Dolores Massa «pensa, rivolta, crea, storpia, riaggiusta»

breve recensione (quasi standard) di db per «A un garofano fuggito fu dato il mio nome»; poi alcune riflessioni e persino una piccola profezia finale

«L’inconscio è spudoratamente infido» avvisa Savina Dolores Massa nel suo ultimo romanzo, «A un garofano fuggito fu dato il mio nome» (Il maestrale: 240 pagine per 16 euri).

«La madre tenne appoggiato sul seno per un dì intero il proprio bambino morto a 14 giorni» sono le prime parole del libro. Siamo nel 1956 – «quando nevicò persino sul Campidano» – ma quel figlio e 4 garofani bianchi ci accompagneranno per tutto il romanzo, lungo quasi 30 anni. Fra i troppi ricordi di Elsa (che a volte diventa Sale, a volte Lesa: tre in una) e la memoria azzerata di Michele: «ora il suo mestiere era collezionare dimenticanze» e avendo perduto persino le parole «Michele doveva credere a tutto, fidarsi».

Chi legge ha voglia di correre fra le pagine, restando incantato; ma anche, all’opposto, desidera fermarsi a riflettere sulle ragioni di questa malìa. Un ballo scatenato tanto più quando sembra immobile: ci si muove fra la scrittura tradizionale, cioè la «figura di narratore onnisciente» da una parte e dall’altra la trama (o l’infido inconscio oppure forse qualcuno che solo alla fine intuiremo chi è) pronto a ribellarsi all’autrice ma anche a chiederle coerenza, di smetterla con i soliti trucchi della scrittura. Per capirsi: è troppo comodo scrivere «silenzio assordante». E il rinvio di quell’incontro «è uno stratagemma letterario», una furbata. Mentre invece chi scrive deve essere «una porta».

Pesano sulla protagonista «i 66mila occhi oristanesi».Una città odiata più che amata e domande – «quando iniziarono gli oristanesi a togliersi la vita, a mucchi?» – che la ossessionano. Come quel Gialeto, «primo re dell’Isola che nel 600 sconfisse i Romani invasori», osannato eppure mai esistito.

E’ importante la trama in questo libro, fioccano i colpi di scena con finali che si aprono e forse chiudono. Non bisogna farsi sfuggire una frase, una parola, un garofano. Ma ancora più conta la scrittura innovativa. Il leggere però qui non è fatica ma piacere e viaggio. L’autrice stupisce, dà nuovi significati: per usare (fuori contesto) le sue parole «pensa, rivolta, crea, storpia, riaggiusta». Ancor più che nei suoi libri precedenti Savina Dolores Massa è capace di trovare in ogni frase il contrario di quel che le regole insegnano, impongono, omologano. Come nel «quaderno per i primi temi» dove la grafia viene costretta «dentro sottili, ordinate righe» che castrano gli impulsi.

E chi legge a stupirsi perchè adesso sembra così ovvio che ci fosse anche quel significato o che in realtà x fosse il contrario di z.

«Ma come fai a scrivere certe storie? E lei che avebbe voluto rispondere Come fai a non saperlo fare tu?».

A questa breve recensione di getto – ma forse standard – mi sento però di aggiungere altre considerazioni e una “profezia” finale.

La trama sembra facile (lo è ma non lo è) e volendo si potrebbe riassumere in poche frasi. Un amore lungo 30 anni fra le strade di Oristano. Elsa e Michele crescono insieme ma all’improvviso una «ladra d’amore» li divide. Per arrivare al finale (ma i finali sono molti e forse nessuno) bisognerà muoversi tra concrete fragilità umane ma anche fra la magia di «canne che si sognano launeddas» (per chi non le conosce: sono uno strumento musicale sardo) o di porte che si mettono in viaggio. Qui scatta di solito la definizione “Realismo magico” ma su questo ascoltiamo l’ironia dell’autrice: «Pensò. Non scriverò più romanzi se questo ho da narrare, per poi sentirmi dire Realismo magico sudamericano e io sincera so di Francesca Maria e Giuseppino: nati vissuti crepati in una strada di Oristano, in occidente di Sardegna». Posso aggiungere un piccolo episodio. Mi capitò anni fa di presentare un altro libro di Savina Dolores Massa (d’ora in poi SDM, d’accordo?) a Modena. Lì trovammo un’anziana signora oristanese, accompagnata da una ragazza: era venuta apposta da un paesino (del parmense mi sembra) per consegnare a SDM una vecchia fotografia di persone che abitavano nei palazzi del libro e per chiedere notizie su alcuni di loro. L’autrice ovviamente si commosse. Io invece soprattutto mi stupii: ma allora tutti quei personaggi così strani erano veri? Magari il realismo magico non è una – a volte pigra – definizione letteraria ma una condizione esistenziale che però molti non riescono a vedere.

Savina Dolores Massa è al quinto romanzo e qui in “bottega” troverete le recensioni di tutti perchè db (che poi sono io) si è molto-molto appassionato della sua scrittura; ma piace assai anche a tanti e soprattutto tante, Christiana De Caldas Brito per esempio che qui ha parlato di «Undici», il suo primo libro e l’unico “non sardo”.

A ogni romanzo SDM ha confermato la sua capacità di raccontare le meraviglie e gli orrori del quotidiano, di scoprire le complicazioni di amori e disamori. Indagando nella memoria privata e collettiva. E correndo ogni tipo di rischi perchè – bisogna ripeterlo ancora – l’inconscio è «spudoratamente infido» mentre l’imprudenza può essere «assoluta», quasi sadismo. Imprudenze tali che qualcuno (qualcosa?) spesso si ribella chiedendo a Elsa (o a SDM, fate voi): «fammi il santo piacere di ritornare in trama […] ma è inutile parlarne, tu agirai come ti aggrada […] Potrei eliminarti o trasformarti in personaggio di terz’ordine». Protesta il qualcuno (o il qualcosa) per le banalità del linguaggio standardizzato. E ironizza: «Gli scrittori hanno il diritto di inventare. Me l’hai detto tu. Veramente lo disse Saramago. In ogni caso tu non sei una scrittrice, sei una porta». In effetti arrivando a pagina 79 comincerete un breve, appassionante viaggio con le porte «prive della sicurezza di un numero civico». Per arrivare dove? «Ma a Dublino! O in quale mai altro giusto dove? […] A Dublino, è ovvio».

Chi crea parole nuove (e porte volanti) apre mondi, costruisce nuove possibilità. Doti rare che Savina Dolores Massa secondo me possiede. Così io mi sento di fare una piccola profezia: sono sicuro che fra qualche anno un bel po’ di persone (soprattutto dotte e magari un po’ noiose) diranno: “ma come abbiamo fatto a metterci così tanto tempo per capire in Sardegna – o in Italia, fate voi – che SDM era una scrittrice così straordinaria, così nuova?».

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

2 commenti

  • La Malìa presente in questo romanzo sgorga da una fonte che è “Oghe de ‘entu”.
    Un vento che scompiglia, pulisce, accarezza e dà sonni lenti e molesti.
    Savina è posseduta dal genio di una scrittura mai banale, disturbante. Un varco nella vita passata che è sempre presente

  • Antonello Pabis

    “Maledico” la mia scelta di dedicarmi al fare, sacrificando anche la lettura e la scrittura dei tanti pensieri e dubbi, conferme, revisioni, nuovi pensieri e ancora dubbi per le mie rinnovate “avventure” di vita.
    Nella mia camera da letto- studio-pensatoio ho numerosi libri quasi tutti iniziati e mai finiti (ora riapro ogni tanto “Gli eredi di Gilgamesh” di Ocalan”) mentre il libro di Savina Dolores Massa, “Undici”, già è in altre mani che ne possono fare un buon uso.
    Infatti, quando leggo una buona cosa tendo a regalarla o prestarla e salvarla così dalla probabile morte in una biblioteca che non ho e dove, se l’avessi, rischierebbe di non essere più letta da nessuno.
    Quel libro me lo regalasti tu, con un bellissimo messaggio e ora sta a Roma, in prestito, perchè possa dissetare ancora.
    Io l’ho letto, riletto e bevuto fino alla fine!
    Conosco poco altro della nostra ora comune amica ma ho di lei una grande considerazione, come tanto ho apprezzato la tua recensione del suo nuovo libro.
    Correrò quindi a procurami una copia, anzi due (la seconda da regalare) di “A un garofano fuggito fu dato il mio nome”

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