Sci-Fi: per non perdere la rotta #6

di K. G. Sage

Ultimo appuntamento con il vademecum Sci-Fi.

Dopo esserci barcamenati nel periglioso mare di sottogeneri ascrivibili alla Science Fiction schivando scogli meccanici e iceberg elettronici, aggirando fondali bassi virtuali e bonaccia cibernetica, sfidando tempeste elettromagnetiche e uragani quadridimensionali, dopo essere sopravvissuti allo scontro con imponenti flotte nemiche e voraci eso-mostri marini, aver solcato oceani di ogni tempo e attraversato varchi dimensionali e cavalcato tsunami cosmici con audacia e curiosità, ecco che l’iperbussola ci conduce infine alla volta di mondi lontani da esplorare o conquistare.

Già, perché la Fantascienza è uno straordinario vascello capace di guidarci in ogni luogo, tempo e dimensione. Nessuna realtà può esserci preclusa quando navighiamo sul ponte del vascello Fantascienza. È sufficiente immettere le coordinate o lasciarsi trasportare dal sistema di navigazione random per godersi un emozionante viaggio attraverso le meraviglie del Multiverso. Ciascuno è capitano, esploratore e condottiero a bordo del vascello Fantascienza.

Di certo l’intuito vi avrà suggerito che l’argomento principale del giorno è la Space Opera – o Epopea Spaziale, per i puristi della lingua italiana – sottogenere che ha vissuto momenti altalenanti di popolarità.

Nata a cavallo degli anni venti e trenta del secolo scorso tra le pagine delle pulp magazine, è dapprima bistrattata, quindi, nei decenni successivi, etichettata come obsoleta. Negli anni sessanta viene parzialmente riabilitata e nei settanta entra a far parte della cultura di massa grazie, soprattutto, al contributo determinante della settima arte. Opere cinematografiche di successo planetario come la prima trilogia di Star Wars procurano all’epica dei tempi moderni il pubblico delle grandi occasioni. Tuttavia per la consacrazione definitiva dovrà attendere gli anni novanta, periodo storico in cui le viene riconosciuto a pieno diritto lo status di sottogenere della Fantascienza.

Negli ultimi anni la Space Opera ha subito un’evoluzione innescata da una provvidenziale contaminazione con l’Hard Sci-Fi. Ne è scaturito un genere ambizioso che fonde avventura su scala galattica, eroismo condito da azione mirabolante, dramma struggente e rigore scientifico. Letteratura per tutti i gusti, anche e soprattutto per palati raffinati.

Attraverso un percorso lungo quasi un secolo che ha portato gli autori del genere a dominare per un ventennio al premio Hugo e agli altri concorsi aperti alle opere di Fantascienza, la Space Opera può dirsi oggi il sottogenere più vicino alla letteratura mainstream (intesa come corrente letteraria principale).

E dunque, con regolarità sempre maggiore, a scatenare la fantasia del lettore sono saghe che narrano di destinazioni remote, imperi galattici al collasso, conflitti che vedono impegnate federazioni multiplanetarie e forze clandestine di resistenza, ma soprattutto eroi dotati di capacità straordinarie il cui crescente spettacolare antagonismo con nemesi quasi invincibili determina il destino di intere civiltà. Misticismo religioso, intelligenze artificiali e arcani congegni alieni, eredità di antiche civiltà scomparse, fanno da succulento contorno. Il coinvolgimento, grazie anche al climax emotivo, è assicurato.

Il successo della Space Opera ha coinvolto l’industria dell’intrattenimento a trecentosessanta gradi. Del resto dove c’è miele non possono mancare le api. Merita un espositore bene in vista nelle librerie Ender’s game, (Il Gioco di Ender, 1987). Premio Hugo e Nebula, è il primo di una serie di quindici romanzi dello scrittore americano Orson Scott Card editi tra il 1985 e il 2014.

In ambito cinematografico The Chronicles of Riddick (2004), seconda pellicola della trilogia scritta e diretta dal regista David Twohy che affida il ruolo del protagonista a uno sprezzante antieroe, vale il prezzo del biglietto.

In tv – per la soddisfazione dei moltissimi Trekkers – la serie cult per eccellenza è senza dubbio Star Trek; per essere precisi, le prime due serie a firma dell’ideatore, Gene Roddenberry: Star Trek: The Original Series, la serie classica andata in onda in USA negli anni 1966-69, e Star Trek: The Next Generation (1987-94), nella quale il capitano Jean-Luc Picard si avvicenda al pari grado James T. Kirk al comando della nave spaziale in missione esplorativa USS Enterprise.

Il mondo dei fumetti offre un vasto campionario di proposte sul tema; le più interessanti sono Silver Surfer, il supereroe alieno ideato da Jack Kirby tirato dalla Marvel a più riprese, dal 1966 al 2016, e Green Lantern (Lanterna Verde), supereroe terrestre la cui prima comparsa sulle strisce della DC Comics risale al 1940.

Tra le serie animate ricordiamo invece Capitan Harlock. Seppure nate sotto forma di manga (1977-79) dalla matita di Leiji Matsumoto con il titolo Uchū kaizoku kyaputen Hārokku, le avventure del popolare pirata alla guida dell’astronave Arkadia diventano anime grazie alla regia di Rintarō (Shigeyuki Hayashi). La prima messa in onda, in Giappone, avviene negli anni 1978-79.

E in campo ludico? Nel panorama dei giochi di ruolo si segnala Traveller di Marc Miller, più che una semplice versione Sci-Fi di D&D. La prima edizione, Traveller Classic, è datata 1977, l’ultima (Traveller5) è del 2009. L’edizione Marc Miller’s Travellers (1996) utilizza le regole di gioco GURPS mentre in quella del 2002 (Traveller 20) viene introdotto il D20 system. La parte del leone comunque spetta alla versione Traveller: The New Era, premiata con un Origins Award nella categoria “Migliori regole di un gioco di ruolo”. La prima versione in lingua italiana, una traduzione perfezionata di Mongoose Traveller, viene lanciata nel 2008.

E dato che anche l’elettronica reclama la sua parte chiudiamo puntando i riflettori su Mass Effect, RPG d’azione sviluppato da BioWare per Xbox 360 e immesso sul mercato nel 2007. Nel 2008 esce la versione per pc Windows sviluppata da Demiurge Studios e nel 2012 approda anche su PS3, elaborata stavolta da Electronic Arts.

Anche la Space Opera ha partorito un sottogenere, che probabilmente sarebbe corretto definire costola. Parliamo della Military Space Opera, la Fantascienza Militare.

Il materiale che rientra nella categoria è caratterizzato da trame che pongono al centro la vita marziale e il bellicismo, da protagonisti in divisa e dall’uso di mezzi ed equipaggiamenti militari avanzati oltre ogni dire. I personaggi dei romanzi sono attori di operazioni belliche, conflitti fra specie senzienti stanziate su sistemi diversi o pianeti appartenenti allo stesso sistema. La narrazione utilizza un linguaggio gergale specifico, a tema.

Da leggere assolutamente il romanzo dell’americano John Scalzi Old’s Man War (2005), tradotto in italiano nel 2012 con il titolo Morire per vivere, primo libro del ciclo omonimo – ad oggi conta otto titoli – che ha permesso all’autore di aggiudicarsi il Premio John Wood Campbell per il miglior nuovo scrittore.

Ma la fantascienza è anche esplorazione e avventura. Allora spostiamo l’attenzione su un genere ancorato a un passato carico di romanticismo, il Planetary Romance.

Le storie hanno come sfondo pianeti extraterrestri, in genere inesplorati, e descrivono contatti tra civiltà estranee – terrestre / aliena o anche aliena / aliena – spesso a un differente grado di evoluzione. Altro tema classico è il confronto con luoghi e forme di vita sconosciute. Circostanze che catapultano i personaggi dentro situazioni per loro inedite e inimmaginate.

L’ambientazione è esotica e peculiare. E così pure la flora e la fauna autoctone. La trama vede quindi i protagonisti confrontarsi con lo sconosciuto: ambienti impervi, territori vergini, esemplari minacciosi e culture, che siano primitive oppure progredite, inconsuete e persino illogiche.

Situazioni che mettono a repentaglio la sopravvivenza e il ritorno a casa dei protagonisti creano la giusta tensione, espedienti letterari che rendono plausibili duelli e combattimenti all’arma bianca ravvivano l’azione, l’immancabile fanciulla da salvare rappresenta invece il topos leitmotiv di quasi tutti i Planetary Romance.

Spesso si tratta di allegorie del colonialismo e del dualismo occidente-oriente che presentano stereotipi in abbondanza, tuttavia mescolati con un certo mestiere, impreziosite dal fascino dell’ignoto. Letture tutto sommato piacevoli destinate a un pubblico di qualsivoglia età e background socio-culturale.

Da Edgar Rice Burroughs a Ray Bradbury le opere letterarie si sprecano. Dato il momento storico che vede l’umanità impegnata nella conquista di Marte, per rimanere in tema suggerisco di perdersi nella lettura di A Martian Odissey, racconto capolavoro di Stanley G. Weinbaum (edizione originale del 1934 – versione in lingua italiana titolata Odissea Marziana inclusa nella raccolta Avventure sui pianeti della collana Urania numero 314, uscita nel 1963).

Voltiamo pagina. Se dico “razze aliene non antropomorfe” che cosa vi viene in mente?

Se la risposta è Xenofiction ci avete preso in pieno.

A dire il vero viene classificata come Xenofiction qualsiasi opera narrata da un punto di vista non umano. Pertanto rientrano nella categoria anche romanzi e racconti che hanno come protagonisti animali, vedi Animal Farm di George Orwell (1945), giunto nelle librerie del Bel Paese due anni dopo con il titolo La Fattoria degli Animali.

Il prefisso xeno deriva dal greco xénos nell’accezione di estraneo, straniero, alieno. E quindi, per estensione, diverso. Da ciò possiamo dedurre che anche le intelligenze artificiali, entità memetiche dotate di capacità cognitive e di apprendimento – penso al machine learning – capaci di strutturare ragionamenti complessi, siano da considerare vita xenomorfa. E così pure i cosiddetti elementali (forme di vita fatte dei quattro elementi classici) cioè gli esseri di pura energia, gli inorganici con una chimica basata sul silicio o su un altro elemento chimico con un’alta valenza e i mutaforma.

Le possibilità sono le più svariate e affascinanti.

E allora consideriamo Xenofiction tutto ciò che mette al bando l’antropocentrismo, un diletto per xenofili e lezione di emancipazione per xenofobi. Opere che hanno come protagonisti i classici alieni biologici, zoomorfi e sotto altra forma, ad esempio The Crucible of Time, romanzo del 1983 del britannico John Brunner (edizione italiana del 1986 titolata La Prova del Fuoco). Ma anche le AI, un superbo esempio delle quali lo si trova in Excession (1996), opera di Iain M. Banks tradotta nel 2004 con il titolo L’altro Universo. Una chicca di cui non vi anticipo nulla: il racconto di Hal Clement del 1946 dal titolo Proof. Lo trovate in lingua italiana nell’Antologia Scolastica n. 2 (collana Urania) pubblicata nel lontano 1972, con il titolo Il Sole è Abitato (acquistabile, ai tempi, alla modica cifra di 300 lire).

Concludiamo il viaggio attraverso il mare cosmico del Sci-Fi con un genere leggero e arguto: la Comic Science Fiction, altrimenti nota come Fantascienza Umoristica.

Le opere appartenenti alla tipologia si distinguono per essere una rivisitazione in chiave amena dei contenuti caratteristici della Fantascienza. Satira fantascientifica che ridicolizza i cliché, caricatura di un genere che a volte si prende troppo sul serio.

Il romanzo cult è senza dubbio The Hitchhiker’s Guide to the Galaxy, opera che nel 1979 consegnò il britannico Douglas Adams all’olimpo degli autori letterari. Guida Galattica per gli Autostoppisti, approdato negli scaffali delle librerie di casa nostra nel 1980, è il primo libro di una serie di cinque che ne ricalca il titolo e nel 2005 è diventato una pellicola diretta dal regista Garth Jennings. Per chiudere, una segnalazione nostrana: Storie dello Spazio Profondo, serie a fumetti composta da sette episodi a firma Francesco Guccini e Bonvi (Franco Bonvicini).

Il nostro percorso per il momento si ferma qui. Ma la fantascienza è un’entità viva e vitale, sempre pronta a sfornare nuovi capolavori e a innovarsi generando filoni sempre originali. Perciò, in attesa di futuri aggiornamenti, vi saluto con una citazione:

Addio e grazie per tutto il pesce

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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