Scor-data: 1 marzo 1981

In un carcere vicino Belfast Bobby Sands inizia lo sciopero della fame

di David Lifodi (*)

“Sono un prigioniero politico. Sono un prigioniero politico perché sono l’effetto di una guerra perenne che il popolo irlandese oppresso combatte contro un regime straniero, schiacciante, non voluto, che rifiuta di andarsene dalla nostra terra”. Queste sono le parole tratte dal diario di Bobby Sands il 1 marzo 1981, il primo giorno di sciopero della fame organizzato insieme ad altri militanti dell’Ira (Irish Republican Army) per riottenere lo status di prigionieri politici.

Pubblicato per la prima volta in italiano ne “L’Illustrazione italiana” nel dicembre 1981, in versione quasi integrale, The Diary of Bobby Sands è stato ripubblicato per la prima volta nel 1996 da Feltrinelli con il titolo di Bobby Sands, un giorno della mia vita. L’inferno del carcere e la tragedia dell’Irlanda in lotta. Curato dalla giornalista Silvia Calamati, che ha vissuto per due anni tra Dublino e Belfast, e corredato da una dettagliata cronologia sulla storia irlandese degli anni ’70, il volumetto riporta le annotazioni di Bobby Sands, le drammatiche condizioni di vita nel carcere di Long Kesh, le torture e le umiliazioni, ma sottolinea anche l’orgoglio e la determinazione dei combattenti dell’Ira che decidono di mettere in gioco la loro vita per un’Irlanda libera dall’oppressione inglese. Lo sciopero della fame di Bobby Sands, condotto fino alle estreme conseguenze, segnò uno dei momenti più tesi del conflitto tra il governo della lady di ferro Margaret Thatcher, che anche in quella circostanza mostrò il suo volto più crudele, e gli attivisti dell’Ira. Il 5 maggio 1981 Bobby Sands morì dopo 66 giorni di sciopero della fame. Il 7 maggio, di fronte ad oltre centomila persone, a Belfast  si tennero i funerali di Bobby Sands, mentre a Dublino, per ore ed ore, i giovani attivisti repubblicani si scontrarono con la polizia lanciando molotov e appiccando il fuoco ai negozi in segno di protesta. Grazie alla linea dura della lady di ferro, che ancora oggi il presidente del Sinn Féin (allora il braccio politico dell’Ira), Gerry Adams, ritiene responsabile di aver fatto un gran male al popolo britannico e a quello irlandese durante il suo mandato da primo ministro, i troubles entrarono nella fase più calda. Per la Thatcher, la morte di Bobby Sands e di altri appartenenti all’Ira, sempre per sciopero della fame, rappresentò una vittoria contro i “terroristi irlandesi”, ma per l’Ira e i suoi simpatizzanti si trattò di un esempio di resistenza portata fino alle estreme conseguenze che stava a significare che nessuno di loro avrebbe mollato fin quando l’ultimo soldato britannico non avesse messo i suoi piedi fuori dall’Irlanda. Bobby Sands morì a soli 27 anni: gli ultimi quattro li trascorse nel carcere di Long Kesh, a pochi chilometri da Belfast, in condizioni disumane. I Blocchi H, le strutture dove erano rinchiusi i prigionieri dell’Ira, erano molto simili ai campi di concentramento nazisti. Bobby Sands riuscì a far uscire dal carcere il suo diario attraverso piccoli pezzi di carta igienica ed il refill di una penna biro: raccontò delle durissime condizioni carcerarie e della brutalità di carcerieri e poliziotti. In pratica, il carcere di Long Kesh divenne il Garage Olimpo d’Europa. Per Margaret Thatcher e il governo inglese i militanti dell’Ira erano dei semplici criminali, non dei prigionieri politici: per ottenere questo status i carcerati attuarono la blanket protest (settembre 1976), che consisteva nel rifiutarsi di indossare  l’uniforme della prigione e nel coprirsi solo con una coperta. Lo Special category Status, sancito nel 1972 e garantito a tutti coloro che venivano arrestati per cause legate alla lotta per un’Irlanda libera dall’oppressione inglese, era stato sospeso. L’intento di Londra era quello di isolare il movimento repubblicano e derubricare la questione irlandese soltanto ad un problema di ordine pubblico. In quell’occasione ai detenuti dell’Ira furono negate le famose five demands: il diritto ad indossare i propri vestiti e non l’uniforme carceraria, il diritto alla riduzione della pena, il diritto a ricevere una visita e una lettera alla settimana (tutta la corrispondenza veniva ispezionata, censurata o la polizia ne traeva spunto per effettuare nuovo arresti), il diritto ad associarsi con altri detenuti e il diritto ad organizzare attività ricreative. Alla fine del marzo 1978 andò invece in scena la no-wash protest: i prigionieri repubblicani cominciarono a rifiutare di andare alle docce a lavarsi per evitare di essere vittime delle violenze dei secondini, che li aggredivano non appena mettevano piede fuori dalle celle, dove peraltro erano sepolti per 23 ore al giorno.  Nel suo diario Bobby Sands descrisse un pestaggio particolarmente violento ai suoi danni: “In pochi secondi, in mezzo a lampi bianchi, caddi a terra sotto una pioggia di colpi provenienti da ogni parte… . Tutti si divertivano come matti e ridevano a più non posso. Tutti, tranne me. Una pioggia di pugni cominciò a cadere sul mo corpo nudo. Mi contorcevo per il dolore. Mi tenevano la faccia schiacciata contro il tavolo e il mio sangue ne sporcò la superficie sotto il mio viso. Ero stordito e stravolto dal male che provavo. Alla fine mi sollevarono e mi lasciarono cadere a terra”. Le torture e le violenze sistematiche dello stato inglese, dai carcerieri alla polizia durante le manifestazioni, fece si che in molti, pur non approvando la strategia violenta dell’Ira, condividessero gli obiettivi che l’organizzazione intendeva raggiungere.  Venticinque giorni prima che morisse, quando già lo sciopero della fame lo aveva messo alle corde, Bobby Sands fu eletto alla Camera dei Comuni inglese nella circoscrizione di Fermanagh and South Tyrone, con buona pace del governo inglese che voleva silenziare la protesta dei detenuti politici irlandesi.

Ancora oggi il volto di Bobby Sands vive nei murales irlandesi come esempio di lotta e di quella dignità che Margaret Thatcher e il suo governo non hanno mai dimostrato di avere, colpevoli, loro si, di aver praticato il terrorismo di stato.

(*) Ricordo – per chi si trovasse a passare da qui per la prima volta – il senso di questo appuntamento quotidiano in blog. Dall’11 gennaio 2013, ogni giorno (salvo contrattempi sempre possibili ma sinora sempre evitati) troverete in blog a mezzanotte e un minuto una «scordata» – qualche volta raddoppia o triplica, pochi minuti dopo – postata di solito con 24 ore circa di anticipo sull’anniversario. Per «scor-data» si intende il rimando a una persona o a un evento che per qualche ragione il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna dimenticano o rammentano “a rovescio”.

Molti i temi possibili. Molte le firme (non abbastanza forse per questo impegno quotidiano) e assai diversi gli stili e le scelte; a volte troverete post brevi: magari solo una citazione, una foto o un disegno. Se l’idea vi piace fate circolare le «scordate» o linkatele ma ovviamente citate la fonte. Se vi va di collaborare – ribadisco: ne abbiamo bisogno – mettetevi in contatto (pkdick@fastmail.it) con me e con il piccolo gruppo intorno a quest’idea, di un lavoro contro la memoria “a gruviera”.

Ogni sabato (o quasi) c’è un riassunto di «scor-date» su Radiazione (ascoltabile anche in streaming) ovvero, per chi non sta a Padova, su www.radiazione.info.

Stiamo lavorando al primo libro (e-book e cartaceo) di «scor-date»… vi aggiorneremo. (db)

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