Scor-data: 16 aprile di un anno imprecisato

Inizia «La peste» di Camus

di Fabio Troncarelli (*)

Oggi celebriamo un anniversario che non esiste, l’inizio della storia narrata nella Peste di Albert Camus. Il romanzo comincia il 16 aprile di un anno imprecisato, negli anni quaranta, a ridosso della guerra mondiale. Quel giorno, ad Orano, una città di provincia, crudele e superficiale, su cui si accanisce un sole implacabile, il dottor Rieux si accorge che stanno morendo misteriosamente tutti i topi. E si rende conto che sta per scatenarsi una terribile epidemia di peste, che sconvolgerà la vita della città. Isolata dal resto del mondo, Orano vivrà giorni terribili e i suoi abitanti si copriranno d’infamia o di gloria, in un disperato corpo a corpo con la morte. Alla fine i topi torneranno nelle strade e la peste misteriosamente svanirà. I sopravvissuti si daranno alla pazza gioia, ma il dottor Rieux, che ha rischiato la vita ogni giorno curando i malati, sopportando stoicamente il dolore per la morte degli amici e della moglie lontana, non si unirà all’ebbrezza collettiva. E’ l’unico infatti a ricordare che i bacilli di certe epidemie non muoiono mai del tutto e possono riprendere la loro attività anche a distanza di molti anni.

L’amaro messaggio di Camus è proprio questo: la nostra lotta con la morte non avrà mai successo.

Eppure la nostra umanità, dolente e rassegnata, può sempre resistere alla disperazione. Con lo stesso spirito dell’ultimo Leopardi nella Ginestra, Camus si erge contro il Fato. Ma lo fa a modo suo, scrivendo un inno pudico e desolato sulla nobiltà d’animo. Schivo e sobrio com’è, non può parlare con l’enfasi di un poeta dell’Ottocento: lo fa raccontando una cronaca piena di piccole cose, nella quale i personaggi ridotti a spettri riescono ugualmente a commuoverci, a farci dimenticare che sono ombre, che siamo ombre, che la vita è un sogno o forse un’allucinazione. E’ per questo che Camus ha guadagnato uno spazio nei nostri cuori e ci ha dato una lezione di vita, anche se oggi sembra dimenticata. Camus, con la sigaretta che pende dalle labbra contratte in una piega amara, ci guarda dal fondo del dolore degli anni quaranta e della tristezza degli anni cinquanta: magro, spaurito, affamato come un topo che sta per morire, sopravvissuto fino ad allora alla guerra assurda che aveva ridotto il mondo in rovine. E’ una larva umana come il dottor Rieux. Si aggira tra le altre larve e riesce con i suoi occhi spenti a strapparci se non un sorriso,almeno uno sguardo d’intesa, di comprensione. Il momento più bello, più toccante della Peste ci ferisce all’improvviso, quasi per caso, quando la cronaca ci rivela che sono state interrotte tutte le comunicazioni fra la città e il resto del Paese. L’unico modo per parlare con i propri cari è scrivere un breve telegramma. Come questo: «Vais bien. Pense à toi. Tendresse» (Sta bene. Pensa a te. Tenerezza). Eccola la parola chiave: «tenerezza». Una tenerezza che resta viva, struggente, anche nel regno della morte.

Si può discutere a lungo sul significato allegorico o politico o culturale del libro. Ed è possibile interpretare la vicenda in molti modi, non necessariamente alternativi. Una cosa però è sicura: Camus è uno di noi e non possiamo dimenticarlo. Camus sussurra parole incomprensibili con la sigaretta fra le labbra. Ma a noi non interessa capire quello che dice. Ci interessa il tono tremante della sua voce. La sua tenerezza.

Sono passati tanti anni ormai. La stagione dell’Esistenzialismo è molto lontana. Le nuove generazioni non ne hanno quasi sentito parlare e accomunano in uno stesso alone il dramma dell’Europa nell’immediato dopoguerra e le figure dei protagonisti di quegli anni quando erano diverse tra loro: un alone che fonde i connotati di Jacques Brel e di Jean Paul Sartre, di Simone de Beauvoir e di Hannah Arendt, di Albert Schweitzer e di Albert Einstein, della Guerra Fredda e della Guerra Atomica. Eppure il viso ossuto, gli occhi intelligenti, di Albert Camus restano inconfondibili. Mettiamo da parte, per un momento, le pagine e pagine in cui, come tanti altri suoi compagni di lotta di quegli anni, egli ci ha parlato dell’Uomo in rivolta, della crisi dell’Occidente, dei dannati della terra. Mettiamo da parte la filosofia di Camus, i suoi saggi acuminati, i suoi paradossi, le sue polemiche, la sua vibrante anarchia. Quello che ci resta ancora oggi è lo sguardo lucido e disincantato, quello di un testimone attivo e impotente come il dottor Rieux, che non può vincere la morte, ma può convincere noi della ragione senza ragione del suo essere, del suo esserci. Anche se l’uomo si sente uno «straniero», come s’intitola un altro suo celebre romanzo, non può essere estraneo rispetto al mondo assurdo in cui vive. Di questo non c’è spiegazione. Come non c’è spiegazione della lotta silenziosa, senza scopo, senza speranza e senza gloria di Rieux contro la peste. La stessa lotta, la stessa metafisica partita di scacchi che c’è fra il Cavaliere e la Morte nel film «Il settimo sigillo» di Ingmar Bergman. La Morte alla fine darà scacco matto all’uomo, com’era scontato: ma l’uomo giocando contro di Lei riuscirà a distrarla e le impedirà di rapire prima del tempo una famiglia di guitti, poveri, disperati attori che scapperanno felici, feroci come animali, con l’allegria di uno scugnizzo che è riuscito a farla franca ancora una volta.

(*) Ricordo – per chi si trovasse a passare da qui per la prima volta – il senso di questo appuntamento quotidiano. Dall’11 gennaio 2013, ogni giorno (salvo contrattempi sempre possibili) troverete in blog a mezzanotte e un minuto una «scordata» – qualche volta raddoppia, pochi minuti dopo – di solito con 24 ore circa di anticipo sull’anniversario. Per «scor-data» si intende il rimando a una persona o a un evento che per qualche ragione il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna dimenticano o rammentano “a rovescio”.

Molti i temi possibili. A esempio, nel mio babelico archivio, sul 16 aprile avevo ipotizzato anche: 1178 (avanti Cristo): strage dei Proci a Itaca (secondo alcuni studiosi); 1162: nasce Gengis Khan; 1550: disputa teologica-giuridica sulla Conquista; 1889: nasce Charlot; 1905: separazione Stato-Chiesa in Francia; 1943: Hofmann sintetizza l’Lsd; 1947: il Parlamento italiano abolisce la pena di morte, lo stesso giorno le truppe francesi sbarcano in Madagascar (sarà un massacro); 1964: isteria collettiva ad Albany (cfr «Internazionale situazionista»); 1966: prima di «Ci ragiono e canto»; 1968: gli operai abbattono la statua di Marzotto; 1975: ucciso Claudio Varalli; 1984: sentenza del Tribunale permanente dei popoli sull’Armenia; 2007: grande rivolta dei senza casta indiani; 2008: muore Edward Norton Lorenz. E chissà, a cercare un poco, quante altre «scor-date» salterebbero fuori su ogni giorno.

Molte le firme (non abbastanza per questo impegno quotidiano) e assai diversi gli stili e le scelte; a volte troverete post brevi, magari solo una citazione, un disegno o una foto. Se l’idea vi piace fate circolare le “scor-date” o linkatele ma ovviamente citate la fonte. Se vi va di collaborare – ribadisco: ne abbiamo bisogno – mettetevi in contatto (pkdick@fastmail.it) con me e con il piccolo gruppo intorno a quest’idea, di un lavoro contro la memoria “a gruviera”. (db)

Pabuda
Pabuda è Paolo Buffoni Damiani quando scrive versi compulsivi o storie brevi, quando ritaglia colori e compone collage o quando legge le sue cose accompagnato dalla musica de Les Enfants du Voudou. Si è solo inventato un acronimo tanto per distinguersi dal suo sosia. Quello che “fa cose turpi”… per campare. Tutta la roba scritta o disegnata dal Pabuda tramite collage è, ovviamente, nel magazzino www.pabuda.net

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