Scor-data: 17 marzo 1991?

Il naufragio dell’Utopia, con la lettera maiuscola (*)

 

naufragio

Sono 576 i migranti che quel giorno annegano sulle coste italiane: «il Titanic dei più poveri» si scrive. Nonostante i soccorsi generosi la maggior parte delle persone muore fra le onde. Il processo è una farsa. Oggi nessuno si ricorda di quella tragedia. Ma forse c’è una “inesattezza” che va subito chiarita

Affogati fra le onde in 576. Molti resteranno sconosciuti. Fra i cadaveri viene ritrovata una donna di mezza età che tiene ancora stretto al collo un bambino di circa 2 anni: inutilmente ha cercato di proteggerlo. E’ accaduto sulle coste italiane ma si è persa memoria di un tragedia così grande. Oppure… c’è un piccolo errore, anzi due: italiane sono le vittime e non le coste. La data non è 1991 ma 1891.
Sul finire del 1800 e poi per gran parte del ‘900 sono gli italiani i disperati, i “pezzenti” che migrano a ogni costo (anche verso quei Paesi dove le leggi sanciscono che non si può dare lavoro agli stranieri) e spesso muoiono nel tentativo di raggiungere le “terre promesse” di là dall’oceano. Avere dimenticato la nostra storia rende oggi più difficile identificarci con chi oggi arriva in Italia per le stesse ragioni, correndo gli stessi rischi o morendo in mare.

Si chiamava Utopia: nome augurale che però si rivela una tragica ironia o una premonizione per chi non ha fiducia in mondi migliori. E’ la nave – un bestione inglese di 2731 tonnellate – che il 7 marzo 1891 parte da Trieste per fare tappa a Napoli (imbarcando soprattutto persone arrivate da Abruzzo, Calabria e Sicilia) per affondare nel tardo pomeriggio del 17 marzo nella baia di Gibilterra. Il tempo è pessimo, probabilmente il timone è rotto. A questo si aggiunge un grave errore del capitano (John McKeague) che porta l’Utopia a scontrarsi con la corazzata inglese Anson. Muoiono 576 persone degli 813 migranti che vi erano a bordo, tutti italiani tranne alcuni slavi: a quel che si sa 661 uomini, 85 donne, 67 bambini. Solo 3 erano passeggeri «di prima classe» che viaggiavano dunque per piacere e non spinti dalla necessità e dal sogno. Con loro 59 membri dell’equipaggio e, a quanto pare, 3 clandestini. Dalle navi intorno partono i soccorsi: nel generoso tentativo di salvare i naufraghi muoiono anche due marinai inglesi (George Hale e John Croton) dell’incrociatore Immortalité: un altro nome carico di tragica ironia.

E’ una delle storie che Gian Antonio Stella ricostruisce, sulla base dei documenti d’epoca, nel libro «Odissee. Italiani sulle rotte del sogno e del dolore» nel 2004; è il seguito del più famoso «L’Orda, quando gli albanesi eravamo noi», diventato poi anche uno spettacolo teatrale.

Non è la sola Utopia a fare naufragio con a bordo emigranti italiani.

Il 4 luglio 1898 affonda una nave francese, il Bourgogne: 549 i morti.

La tragedia del Sirio resta anche in una celebre canzone (è stata riproposta pochi anni fa da Francesco De Gregori e Giovanna Marini). Accade il 4 agosto 1906. Il vapore Sirio – senza neppure le scialuppe – imbarca migranti a Genova per dirigersi in Brasile. Ma affonda sulle coste di Cartagena in Spagna. Ufficialmente i morti sono 292 morti ma secondo Stella arrivano a 400, forse 500.

Anche il numero delle vittime del Principessa Mafalda è incerto: 314 la cifra ufficiale, più probabilmente 657. E’ una nave italiana diretta in Brasile: e poco prima di raggiungerlo si inabissa, il 25 ottobre 1927. Una tragedia immane (in mare la strage di italiani più grande del ‘900) ma i giornalisti tacciono o minimizzano, parlando di «poche decine di vittime». Siamo in epoca fascista e il regime non gradisce che si mostri un’Italia povera e disperata: la censura è facilitata dalle leggi «fascistissime» del 1925, successive al delitto Matteotti.

I processi agli “scafisti” (diremmo oggi ma in realtà quelli di cui parliamo qui sono ricchissimi armatori) finiscono spesso in farsa. Per il naufragio dell’Utopia un tribunale italiano condanna gli Henderson Brothers a risarcire le vittime ma dopo il “rifiuto” degli armatori a pagare si innesca un lungo contenzioso legale.

Chi desidera approfondire la vicenda legga anche «Il naufragio dell’Utopia» (con il sottotitolo: «il Titanic degli abruzzesi dimenticati») scritto nel 2013 da Marino Valentini. Sul processo in rete si può guardare questa Intervista a Joseph Agnone- naufragio nave Utopia- Anchor (su www.ilcronista.com/storia21.htm).

(*) Questa mia «scor-data» esce anche su «Corriere delle migrazioni» (db)

 

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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